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ATTI
DEL
CONGRESSO INTERNAZIONALE
DI
SCIENZE STORICHE
ROMA, 1-9 APRILE 1903;
Volume XI
Atti della Sezione VII
STORIA DELLA FILOSOFIA - STORIA DELLE RELIGIONI \^
ROMA
TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI
PROPRIETÀ DEL CAV. VINCENZO SALVIUCCI
1904
ì
3
1903
PARTE PRIMA
VERBALI DELLE SEDUTE
PRIMA SEDUTA
Venerdì 3 aprile 1903.
Presidenza provvisoria del prof. Felice Tocco.
Il 3 aprile 1903, alle ore 15, in una sala del Collegio Romano, sede gene-
rale delle varie Sezioni del Congresso internazionale di scienze storiche, si radu-
nano i membri iscritti alla Sezione VII (Storia della filosofia - Storia delle re-
ligioni (•).
Apre la seduta il prof. Felice Tocco, del R. Istituto di studi superiori
(Firenze), che, a nome del Comitato, saluta gl'intervenuti e invita i presenti a
nominare l'ufficio di presidenza della Sezione, leggendo una lista di nomi indicati
dal Comitato ordinatore. È chiamato a presidente per questa sedata il prof. Ludwig
Stein (Berna), e sono eletti Vicepresidenti i professori Bonet-Maury, Itelson, Lu-
chaire, Barzellotti, Chiappelli, Labanca e Tocco: sono eletti Segretari i professori
Villa, Tauro, Ravà Adolfo e Pometti.
Presidenza del prof. Ludwig Stein.
Su proposta del prof. Chi.\ppelli (Napoli) la Sezione invia un reverente
saluto all'illastre prof. Edoardo Zeller (Vivi applausi, ovazioni), e acclama quindi
presidente onorario il prof. Adolfo Harxack, che è stato eletto già come
uno dei Vicepresidenti del Congresso (Vivi applausi, ovazioni).
Il PRESIDENTE dà poscia la parola al prof. Tocco.
Tocco espone la sua comunicazione: Sulla questione platonica (Vedi: Temi
e comunicazioni, n. V), nella quale, dopo aver accennato rapidamente ai più
recenti e dotti studi platonici, rileva la differenza de' criteri a cui sono ispirati,
(1) Dall'albo posto all'ingresso della sala durante le varie sedute, possiamo raccogliere le seguenti
Anne di congressisti intervenuti ai lavori della Sezione :
Barzellotti G., Bigoni G., Bocca G., Bonet-Maury G., Bryce (signora) M. E., Cantoni C, Castel-
lari G., Chajes H. P.. Chiappelli A., Cigliutti V., Contesini (sigoora) G., Credaro L., Croce B., De Ferrer
(signora) A.. Deussen ?.. De Vinceutiis E., Finali G., Galante A., Gallavresi G., Gallarati-Scotti . T.,
GalK E.. Gentile G., Gennaro V., Hamack A., Itelson G., Jerace M., Labanca B , Lasson A., Luehair e A-,
Lyall A., Masetti-Bencini (signora) 1., Melli G.. Milesi G B.. Minocchi S., Nielsen T. R.. Orano P., Ore-
stano F., Pigorini-Beri (signora) C, Pometti F., Ramorino F., Kivù A., Ravà V., Romano S.. Squillace F.,
Stein L., Tannery P., Tauro G., Trojano P. R., Usener li., Vailati G., Villa G., Zanini C. A.
— VI —
e dimostra che l'ordine cronologico de' dialoghi e particolarmente del Timeo non
contrasta con le deduzioni ch'egli ne ha tratto in due suoi saggi di molti anni
or sono (Applausi).
Viene in seguito distribuita la relazione del prof. Barzellotti (Roma), sul
tema: Di alcuni '^criteri direttivi delV odierno concetto della storia, che restano
tuttora da applicare pienamente e rigorosamente alla storia della filosofia, mas-
sime di quel periodo che va dal Rinascimento al Kant (Vedi : Temi e comuni-
cazioni, n. I): su proposta del relatore se ne rinvia la discussione a domani.
Chiappelli espone quindi la sua comunicazione: Gli elementi egizi nella
cosmogonia di Talete (Vedi: Temi e comunicazioni, n. VI).
Essa dà luogo a una dotta discussione, a cui partecipano il prof. Labanca
e il presidente Stein.
Lasson (Berlino), chiesta e ottenuta la parola, pronunzia, in tedesco, un
discorso, che la Sezione delibera sia inserito negli Atti, a complemento della co-
municazione del prof. Chiappelli (Vedi: Temi e comunicazioni, n. VII).
Chiappelli risponde esaurientemente a tutti gli oratori che hanno preso la
parola sulla sua comunicazicme, e li ringrazia (Applausi).
La Sezione delibera che continui, per la prossima seduta, a presiederla il
prof. Stein.
Il PRESIDENTE toglie quindi la seduta alle ore 17.
VII —
SECONDA SEDUTA
Sabato 4 aprile 1903.
Presidenza del prof. Ludwig Stein.
Sono presenti i Vicepresidenti e i Segretari.
Il PRESIDENTE apre la seduta alle 9.20', e dà subito la parola al prof.
Labanca (Roma), che riassume la sua comunicazione: Sopra la Bibbia e la
filosofia cristiana (Vedi: Temi e comunicazioni, n. Vili). Egli svolge in seguito
alcune proposte dirette ad ottenere in Italia un risveglio degli studi religiosi (Vivi
applausi) ('j.
Il PRESIDENTE Coglie allora l'occasione per annunziare, fra gli applausi dei
presenti, che il prof. Harnack, il quale assiste alla seduta, leggerà lunedì, 6 cor-
rente, una sua comunicazione sopra Le origini del Nuovo Testamento.
Prende quindi la parola la signora
De Ferree Aucher (Laghonat, Algeria), che legge la sua comunicazione:
L'influence philosophigue de la religion musulmane sur le caractère particulier
des mceurs et de la mentalité des femmes arabes du nord-ouest africain (Vedi:
Temi e comunicazioni, n. XXVI) (Applausi).
Segue subito dopo la comunicazione della signora
PiGORiN i-Beri Caterina (Camerino), Di un singolare uso nazionale nel
Patrimonio Matildico, accolta con particolare attenzione dagli ascoltatori (Vedi:
Temi e comunicazioni, n. IX) (Applausi).
Chiappelli aggiunge in proposito varie osservazioni intorno a costumi ana-
loghi delle montagne pistoiesi da lui ben conosciute.
Dopo che la Sezione ha confermata la deliberazione che continui a tener
la presidenza, per la prossima adunanza, il prof. Stein, si toglie la seduta alle
ore 10.30'.
(1) ClxmV appendice alla comunicazione del prof. Labanca fu da lui improvvisata alla seduta, e
per sno desiderio non si pubblica in questi Atti. Egli ne diede poi un ampio resoconto nel Botlettino
dell'Associazione pedagogica nasn'onale, fase. genn»io-raarzo 1904.
TEEZA SEDUTA
Sabato 4 aprile 1903.
Presidema del prof. Ludwig Stein.
Sono presenti i Vicepresidenti e i Segretari.
Il PRESIDENTE, aperta la seduta alle ore 15.30', inizia la discussione sul
tema n. I: Di alcuni criteri direttivi delV odierno concetto della storia, che re-
stano tuttora da applicare pienamente e rigorosamente alla storia della filosofia,
massime di quel periodo che va dal Rinascimento al Kant, e dà la parola al
relatore prof. Barzellotti.
Barzellotti accenna alla propria relazione, stata già distribuita alla Se-
zione (Vedi: Temi e comunicazioni, n. I). Indi la chiarisce e avvalora aggiungendo
opportune considerazioni, svolte in un discorso, che è dai presenti attentamente
ascoltato, e, alla fine, salutato da vivi applausi.
Il relatore mira, sopratutto, a dimostrare che, non essendo la filosofia se
non un ripensamento di tutto quel complesso d'idee e di sentimenti che chiamiamo
cultura, non si può spiegare solo con sé stessa, ma con quel sustrato da cui nasce e
in cui continuamente si rinfresca e si rinnova; talché quelle storie, che sono co-
struite secondo uno schema astratto di opposizioni logiche, riescono manchevoli,
e sono costrette, ad esempio, a porre un idealista e un metafisico, quale il Berkeley,
nella schiera degli empirici.
Si apre una viva e ampia discussione sul tema e sulla relazione del Bar-
zellotti.
Lasson pronunzia un discorso, che la Sezione delibera sia inserito negli Atti
(Vedi: Temi e comunicazioni, n. II).
Prendono successivamente la parola sul tema e sulla relazione Barzellotti i
prof. La-banca, Melli, Chiappelli e il presidente Stein, il quale consente so-
stanzialmente col relatore.
Barzellotti, relatore, risponde a tutti esaurientemente.
Chiusa la discussione sul tema, il presidente fa svolgere le comunicazioni
che sono all'ordine del giorno, e dà la parola al prof. Bonet-Maury.
Bonet-Maury (Parigi) espone la sua comunicazione sopra Saint Colomban et
la fondation des monastères irlandais en Brie au VII siede (Vedi: Temi e
comunicazioni, n. X) (Applausi).
Chiappelli dà quindi lettura di un'altra sua comunicazione: Sui segni d'una
duplice redazione del Teeteto platonico ('), nella quale dimostra dove, esaminando
(1) Non si pubblica in questi Atti, perchè già pubblicata in tedesco i.\M.'Archiv fìir Geschichte
der Philosophie 'li Berlino, 'A Heft, 190i.
accuratamente il contenuto del dialogo, si possa, per così dire, segnare il punto in
cui la parte nuova s'innesta sull'antica; poiché le due parti hanno tonalità di colore
così diverso, che mal riescono a formare come un tutto organico (Applausi).
Il PRESIDENTE rivolge a questo punto un cortese saluto al benemerito cul-
tore della filosofia greca, Tannery, che è presente all'adunanza (Ovazioni).
Esaurite le comunicazioni, il presidente pone in discussione il secondo
tema: Quali sarebbero i mezzi più efficaci per promuovere dei lavori monografici
sulla storia della filosofia nella Rinascenza (per esempio, sul Cardano, Paracelso,
Della Porta, ecc.), e invita il relatore prof. Tocco a prendere la parola.
Tocco legge la propria relazione (Vedi: Temi e comunicazioni, n. Ili), e la
illustra e spiega con breve discorso.
Segue un'animata discussione, alla quale prendono parte i professori Cre-
DARO (Pavia), Labanca e il presidente Stein.
Tocco, relatore, incomincia a rispondere ai vari oratori. Ma, sia perchè l'ora
è già tarda, sia, sopratutto, perchè la presente discussione strettamente si rannoda
a quella che dovrà aver luogo nella prossima seduta sull'altro tema, del quale è
relatore il prof. Stein, si stabilisce di rimandarne il seguito alla prossima adunanza.
Il presidente Stein, pertanto, alle ore 17.45', toglie la seduta, dopo che la
Sezione ha deliberato che anco per la prossima adunanza egli continui a tenerne
la direzione.
QUAETA SEDUTA
Lunedi 6 aprile 1903.
Presidenza del prof. Ludwig Stein.
■ Sono presenti i Vicepresidenti e i Segretari.
Il PRESIDENTE dichiara aperta la seduta alle ore 15, e prende egli stesso
la parola per svolgere la sua Proposta di un Corpus philosophorum degli uma-
nisti bizantini inediti, dispersi in biblioteche ed archivi italiani (Vedi: Temi e
comunicazioni, n. IV).
Riprendendosi a questo punto la discussione interrotta nella precedente se-
duta, viene data la parola al prof. Tocco.
Tocco riassume brevemente le considerazioni e proposte svolte nell'adunanza
precedente, e conchiude associandosi al relatore d'oggi prof. Stein.
Stein esprime i suoi ringraziamenti e la propria soddisfazione di trovarsi
in pieno accordo col prof. Tocco: ne accetta senz'altro la proposta di propugnare
un accordo fra le principali Accademie d'Europa all'intento di affrettare i lavori
di preparazione del Corpus predetto, ed è pronto a mettere a disposizione di un
consorzio delle Accademie stesse il ricco materiale, per la maggior parte inedito,
da lui finora raccolto.
Labanca osserva che, per meglio riuscire allo scopo, occorrerebbe istituire
nelle Facoltà di lettere speciali insegnamenti.
Tannery (Parigi) si associa anch'egli al Tocco e allo Stein, promettendo
l'appoggio della Società degli studi greci di Parigi.
A voti unanimi la Sezione approva il seguente ordine del giorno, proposto
dai due relatori, i) presidente Stein ed il prof. Tocco:
« Il Congresso internazionale di scienze storiche (Sez. VII) fa voti che il
Governo italiano — il quale si è reso benemerito degli studi della storia della filo-
sofia nella Rinascenza con la pubblicazione delle opere del Bruno, del Galilei, e
con la ristampa già iniziata di quelle di Leonardo da Vinci — e le più importanti
Accademie d'Europa riuniscano i loro sforzi per promuovere la pubblicazione di
un corpo di scrittori bizantini della Rinascenza, e per le migliori e più complete
monografie sui filosofi e scienziati del Rinascimento, come il Cardano, il Cesal-
pino, ecc. A quest'uopo le Accademie dovrebbero formulare un programma di lavori
coordinati, fornendone i mezzi più acconci ».
Sorge quindi, in mezzo al più profondo silenzio, il presidente onorario della
Sezione prof. Harnack dell'Università di Berlino.
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Harnack, come fu già annunziato, parla della complessa questione del Nuovo
testamento. La sua non è una comunicazione, ma una dotta conferenza, colla quale
l'illustre professore si prefigge di rispondere avari importanti quesiti: 1° Perchè
nel Nuovo testamento si abbiano quattro evangeli, e non uno solo, al contrario
di quello che accade presso le chiese de' Giudeo-cristiani, dei Marcioniti, degli
Egiziani, ecc.? 2° Perchè le Lettere apostoliche, e quelle in particolare di San
Paolo, poterono ottenere pari dignità, e con pari autorità essere collocate a lato
de' Vangeli? 3° Perchè, infine, le diverse Chiese abbiano ricevuto un Nuovo testa-
mento unico ?
Questi importanti e nuovi problemi l' Harnack li addita e li propone per
raccomandarne lo studio, e, nel tempo stesso, egli (così, modestamente, si esprime)
tenta di penetrare vicino il più possibile alla loro soluzione, facendo rimontare
la formazione del Canone alla Chiesa romana ; la quale, in contrasto principalmente
della Gnosi, dovette seguire un cammino diverso per salvare l'unità della fede.
Alla fine del suo discorso (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XI) il prof. Harnack
è vivamente e lungamente applaudito.
Chiappelli svolge poscia la sua comunicazione Sul valore teoretico della
storia della filosofia (Vedi : Temi e comunicazioni, n. XII), nella quale dimostra
che, se la filosofia è la più alta manifestazione del pensiero umano, ha pure con-
tenuto e forma sua propria, nata dal bisogno di dare un assetto sistematico a
quella massa di pensieri che, nelle altre forme di cultura, sono come ondeggianti
e spesso cozzanti fra loro. Oltreché su tutte le grandi costruzioni v'è un fattore
individuale che costituisce l'originalità del filosofo, del quale, come dell'ordina-
mento, deve tenersi gran conto nella ricostruzione de' sistemi (Vivi applausi).
Il PRESIDENTE rivolge, a nome della Sezione, un caldo e riverente saluto al
prof. TJsENER, il quale si trova fra gli intervenuti, e rappresenta, nel tempo stesso,
degnamente la storia della filosofia e quella delle religioni (Applausi).
Itelson (Berlino) legge infine, in lingua tedesca, la sua comunicazione sulla
Evoluzione della logica quantitativa e de' diagrammi logici (').
Il presidente, ringraziando per la grande prova di stima e fiducia che gli
è stata data, insiste perchè- la Sezione si elegga un nuovo presidente, scegliendo
fra i nomi -già designati nell'elenco compilato dal Comitato ordinatore.
La Sezione elegge il prof. Lasson; e, dopo ciò, la seduta è tolta alle ore 17.30'.
(1) Non si pubblica in questi Atti, perchè l'Autore non la rimise al segretariato generale del
Congresso.
QUINTA SEDUTA
Martedì 7 aprile 1903
Presidensa del jyrof. Adolf Lasson.
Sono presenti i Vicepresidenti e i Segretari.
La seduta è aperta alle ore 15.30'.
Il PRESIDENTE ringrazia per l'onore fattogli, e invita i presenti allo svolgi-
mento delle comunicazioni.
MiLESi (Roma) espone la sua: Intorno alla filosofia di Pitagora e di De-
mocrito e alle moderne teorie meccaniciste (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XIII).
Ramorino F. (Firenze) espone la propria, sostenendo con validi argomenti
la priorità cronologica di Jlinucio Felice su Tertulliano (Vedi: Temi e eomu-
nicazioni, n. XIV) (Applausi).
Tauro G. (Roma) legge la sua comunicazione: Sul concetto della storia
della pedagogia come parte induttiva della scienza deW educazione (Vedi: Temi
e comunicazioni, n. XV) (.applausi).
Il PRESIDENTE, cui SÌ associa il prof. Stein, si rallegra col prof. Tauro, che
ha rivendicato all'Italia la priorità negli studi pedagogici.
Gentile G. (Napoli) con la comunicazione: La filosofia a Napoli dopo
G. B. Vico (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVI) dimostra non esservi, dopo
il Vico, quella interruzione del pensiero speculativo che da molti si lamenta. Na-
poli, continuando dopo d'allora, come il resto d'Italia, a prender viva parte al
movimento d'Europa, prepara le nuove sorti della filosofia (Applausi). :
Jerace M. a. (Roma) espone, infine, la sua comunicazione: // momento
storico della educazione fisica (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVII), quale
modesto contributo alla teorica della evoluzione storica della ginnastica e della
educazione fisica nei rispetti della pedagogia.
Essendo esaurito l'ordine del giorno, la Sezione conferma il prof. Lasson
quale presidente per la prossima adunanza: e la seduta è tolta alle ore 17.
La sera del 7 aprile, per invito promosso dalla Direzione della Cultura sociale, il prof. Salva-
tore MiNOC'Hi, nelli sala AM' Associasione della Stampa, tenne una conferenza sul tema: La /Ubbia e le
nuove scoperte in Babilonia. Alla conferenza assisteva molto e scelto pubblico, ed erano convenuti là nu-
merosissimi i membri del Congresso storico, sp«cialmente quelli della Sezione VII. Una bella introduzione
al discorso del MiNOCCHi fu fatta prima dal presidente dell'Associazione, on. Luigi Luzzatti, che notò
come pure oggidì ci interessi la bibbia, malgrado la profezia di Voltaire, che ne prediceva la rovina o
l'oblio. Anzi, si può dire che mai quanto oggi in tutto il mondo si è letta e studiata la Bibbia, come
ne danno riprova statistica i 1S5 milioni di copie diffuse dalla Società biblica inglese, in tante lingua
e dialetti e in tanti paesi, e come si rileva pure dalle centinaia di migliaia di esemplari dei Vangeli,
che furono in pochi mesi diffusi dalla Società di san Girolamo in Roma. La Bibbia contiene — segnato
quivi dalla coscienza del popolo Ebreo — l'ideale religioso dell'Umanità, e nessuna scoperta della scienza
distruggerà mai la Bibbia, come non toglierà via dall'anima umana il bisogno di credere in Dio.
Quindi prese il MiKOccm a trattare il suo tema. Parlò delle origini della questione assiriologica
in Germania e della sua importanza circa il problema religioso ; della grande antichità di Babilonia e
della diffusione della civiltà babilonese in tutto l'antico Oriente; dei miti babilonesi della creazione del
mondo, del paradiso terrestre, dei patriarchi e del diluvio, paragonati ai racconti dei primi capitoli della
Genesi; della elaborazione astrologiuo-babilonese, che gli assiriologi riscontrano nella storia biblica;
delle leggi, dei riti, dei costumi babilonesi comparati con quelli della Bibbia: fu tutta una chiara e ra-
pida esposizione di un materiale scientifico non già nuovo in sé stesso, ma che i giornali han rivelato a!
pubblico, semplicemente perchè alle conferenze del Delitzsch fu presente e vi s'interessò Guglielmo II.
Accennando alla lettera dell'Imperatore, il MiNOcciii esaminò poi l'interessante comunicazione fatta al Con-
gresso del prof. A. Harn.\ck, trattenuto quella sera all'Istituto storico prussiano; e cosi conchiuse: " La
questione assiriologica non è finita, né circa le sue conseguenze, per la critica moderna della Bibbia, si è
detto ancora l'ultima parola. Federico Delitzsch, presume lui di dirla, in una terza conferenza, -che promette,
egli dice, " quando le mie vedute, espresse nella seconda e nella prima, nsciranno fuor di tanta polemica
più salde che mai. Io voglio provare, che mi sta più a cuore di conservare e edificare, che di scuotere e
abbatter colonne che da sé vacillano e crollano ». Noi, con serena coscienza, attendiamo la nuova polemica
alla ricerca della verità, e questa terza conferenza, che non dirà " l'ultima parola n, ma non perciò darà
meno testimonianza al principio cristiano. Noi non possiamo nascondere la nostra ammirazione sincera per
la Nazione tedesca, la quale, nella luce della gloria e del XX secolo, sente cosi forte hell'anima la fede cri-
stiana, e si appassiona a raggiungere, oggidi come un tempo, l'armonia fra la scienza positiva e la co-
scienza religiosa. Io rimpiango che di voce si grande una debole eco soltanto pervenga di Germania in
Italia — in quell' Italia che ha bandito dalle Università Io studio della Religione, e vuol quasi ripudiare
il Cristianesimo. Lasciatemi dir alto e franco, che oggidi, come sempre, l'ideale cristiano è l'unica fonte
di moralità e civiltil, di grandezza politica e di civile prosperità. L'amore forte e sincero ch'io nutro per
la patria, mi sforza ad esprimer l'augurio, che di nuovo l'Italia si ritempri alla Bibbia, e nel Vangelo
eriga la sua futura grandezza, prima che sia troppo tardi per un rimorso inutile ».
Dopo il MiNdccHi, successivamente invitati dall'on. Lijzzatti, che si augurò, per suo lato, il
rinnovamento scientifico del cattolicismo, che non diventasse antipatico all'Italia moderna, parlarono il
prof. Alessandro Chiapi'ELLI, che dimostrò l'importanza dell'idea religiosa, come fattore di civiltà e
di progresso: il prof. LuDWia Stein di Berna, che espose concetti bellissimi sulla innata grandezza
del Cristianesimo e sulla necessità di una fede in un ideale, specialmente religioso, per avanzare l'umano
genere verso gli eccelsi suoi destini; il prof. B. Labanca, che inneggiò alla necessità e sublimità del
principio cristiano.
La discussione durò quasi tre ore fra la intensa simpatia del pubblico, ed ebbe una notevole eco.
Senonchè, essendo stato chiesto da una parte dell'uditorio, in nome della scienza positiva, di contrapporre
altra conferenza in contradditorio, questa seconda ebbe poi luogo la sera del H maggio 1903, nello stesso
locale, davanti ancora a scelto e numeroso uditorio: fu tenuta da Paolo Orano, ed ebbe per argomento:
Babel, Bibel e il problema religioso.
L'Orano dimostrò che le conferenze del Delitzsch non erano punto novità nel campo scientifico:
dimostrò che non era la materiale relazione tra i miti babilonesi e i racconti biblici, che interessava il
problema religioso, ma il concetto informatore generale del mondo e di Dio, che occorreva esaminare nel
pensiero babilonese e nell'ebraico. Parlò del Cristianesimo e dell'opera sua nel mondo; quindi fece l'apo-
logia del pensiero moderno, positivista, naturalista, materialista, dichiarando che non è negazione o in-
differentismo religioso, ma come nuova religione va sostituendo al Cristianesimo la civiltà di nuovi tempi.
Contro le conclusioni dell'ORANO parlò poi Romolo Morri. che difese la vitalità perenne del
Cristianesimo cattolico, di fronte a un'armonia con la scienza moderna.
Benché si tratti di due conferenze che si svolsero fuori del Congresso, la Presidenza ha creduto
di serb.arne breve ricordo in questi Atti, sia per la loro importanza, sia perchè esse trassero origine dal-
l'adunarsi del Congresso in Roma e dal programma de' lavori e discussioni della Sezione VII; sia, infine,
per la parte eminente che vi presero i membri di questa Sezione.
SESTA SEDUTA
Mercoledì 8 aprile 1903.
Presidenza del jrrof. Adolf Lasson.
Sono presenti i Vicepresidenti e i Segretari.
La seduta è aperta alle ore 9.30'.
n PRESIDENTE, procedendo subito allo svolgimento delle comunicazioni al-
l'ordine del giorno, fa leggere dal Segretario la comunicazione di:
Ea-và comm. V. (Roma) intorno a Due documenti relativi al medico e filosofo
ebreo Jacob Maritino, messi in rapporto con lo scritto pubblicato sul Mantino
stesso dal doti. David Kaufmann nella Eevue des études juives (Vedi: Temi e.
comunicazioni, n. XVIII).
Seguono successivamente :
Zanini C. a. (Firenze), che presenta dapprima alcune sue pubblicazioni in
omaggio alla Sezione, e riassume poscia brevemente i suoi concetti intorno alla
Origine della festa del Capo d'anno nei rispetti filosofici e religiosi, conchiudendo
con l'augurio che si possa giungere ad un accordo fra i popoli per un unico si-
stema cronologico.
Chajes H. P. (Firenze): che legge in tedesco la sua comunicazione intorno
a Ben-Stda (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XIX).
Romano S. (Palermo), che espone la propria comunicazione sul Riordina-
mento degli studi nel Piemonte promosso nel secolo XVIII da due illustri si-
ciliani (Vedi:- Temi e comunicazioni, n. XX).
Orestano F. (Palermo), infine, in una sua breve comunicazione, dà notizia
di Un frammento di Anassimandro, da lui interpretato in un nuovo modo (Vedi:
Temi e comunicazioni, n. XXI).
A richiesta del presidente, la Sezione designa il prof. Stein a presiedere la
prossima adunanza: e la seduta è tolta alle ore 10.45'.
SETTIMA SEDUTA
Giovedì 9 aprile" 1903.
Presidenza del prof. Ludwig Stein.
Si apre la sedata alle ore 9.30': assiste il presidente onorario professor
A. Harnack.
Sono presenti i Vicepresidenti e i Segretari.
Romano S. legge la seconda sua comunicazione : Libri di metodica e di
pedagogia pubblicati in Sicilia nel 1700 e nella prima metà del 1800 (Vedi:
Temi e comunicazioni, n. XXII).
Ha quindi la parola il prof.
MiNoccHi S. (Firenze), che discoiTC dei Salmi messianici, e presenta un
saggio di un'edizione critica del testo ebraico (Vedi: Temi e comunicazioni,
n. XXIII) (Vivi applausi).
Il PRESIDENTE, con gentili parole, si rallegra col prof. Minocclii, e lo rin-
grazia.
Non essendo presenti altri iscritti per comunicazioni, il presidente fa dare
notizia di quelle che, per giustificate ragioni, non potettero essere svolte dai ri-
spettivi autori. Esse sono le seguenti:
1) Tavolini P. E. (Firenze). Sul contributo delVItalia alla progettata edi-
zione critica del Mahdbhdrala (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXIV).
2) Groppali a. (Modena). Nota intorno alla vita ed agli scritti di Ca-
taldo Jannelli, considerato specialmente come precursore delle ricerche storiogra-
fiche e sociologiche moderne. (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXV).
La Sezione delibera che esse siano inserite negli Atti (*)•
Il PRESIDENTE, dopo ciò, dichiara esaurito l'ordine del giorno, e riassume,
con rapidi cenni, i lavori della Sezione : ne rileva la importanza e serietà. Einno-
vando vivi ringraziamenti per la grande deferenza a lui usata, conchiude enco-
miando l'ordinata operosità della Sezione VII (Vivissimi e prolungati applausi).
Il segretario Tauro dà lettura di una lettera dell'illustre prof. Edoardo Zeller,
colla quale egli ringrazia la Sezione del cortese salato a lui rivolto, inaugurando
i lavori (Grandi applausi).
(1) 11 signor V. Ethyraja Naicher, di Poodupt-t (Madras, India) con lettere cordialissime si as-
sociò al Congresso, e in particolar modo alla Sezione VII (gruppo di Storia delle religioni), augurando
pieno successo per i suoi lavori. Egli inviò altresì in omaggio un suo pregevole manoscritto : Tke kstorj
of Hinduism in India: pure non potendolo pubblicare, lo ricordiamo con grato animo.
Il prof. Labanca, a nome de' presenti, manifesta la viva gratitudine di tutti
gl'inscritti alla Sezione pel modo con cui i due presidenti, prof. Stein e Lasson,
hanno diretto le sedute. Saluta poi con calde, entusiastiche parole di riconoscenza
l'illustre prof. Harnack, la cui presenza ha altamente onorato la Sezione; e a
lui e al valente prof. Minocchi rivolge ringraziamenti per le loro importantissime
comunicazioni di storia delle religioni. Coglie inoltre questa occasione per fare
brevi osservazioni sull'opera dell' Harnack intitolata: Das Wesen des Christentums,
tradotta in Italia col titolo: Essenza del Cristianesimo, augurando migliore av-
venire agli studi religiosi italiani (Calorosi applausi, ovazioni).
Il PRESIDENTE, a qucsto punto, dichiara chiusi i lavori della Sezione VII.
La seduta è tolta, fra gli applausi dei presenti, alle ore 11.10' (').
(1) Col consenso della Presidenza del Congresso furono edite le seguenti comunicazioni: il n. XI
nella Jìetue Mstorique, t. LXXXIII, 1903; il n. XII in Studii re^zV/w*;', maggio-giugno, 1903 con tradu-
zione del prof. S. Minocchi, che qui riproduciamo ; il n. XIII in Rivi&ta filosofica (diretta dal professor
C. Cantoni, maggio-giugno 1903); i nn. XVIII, XXII e XXIV in Bollettino dell' Associazione pedafjogica
ììasionale (diretto dal prof. Tauro, anno 1903, pp.59, 96 e 117; il n. XXV in Revue hiblique di Parigi,
1903. Il testo qui pubblicato fu dagli autori qua e là lievemente ritoccato.
PARTE SECONDA
TEMI DI DISCUSSIONE
COMUNICAZIONI
Sezione VII. — S'fjviu delia Filosofia.
I.
T£»1A
Di alcuni criteri direttivi dell'odierno concetto della storia,
CHE restano tuttora DA APPLICARE PIENAMENTE E RIGORO-
SAMENTE alla storia DELLA FILOSOFIA, MASSIME DI QUEL PE-
RIODO CHE VA DAL RlNASCIMENTO AL KaNT.
Relazione del prof. Giacomo Barzellotti.
Chi esamini e confronti fra loro le opere più importanti, uscite
in questi ultimi anni nel campo della storia della filosofia, non può non
vedere che essa è oggi, non pure trattata, ma concepita in modo assai di-
verso da quello, in cui era concepita ed intesa ancora non molti anni sono.
Infatti, non solo appartengono ormai ad un passato, verso il quale sentono
gli studiosi non esser più possibile il ritornare, le opere, ove la storia
della filosofia era veduta tutta come da un unico punto di prospettiva, e
giudicata coi criteri di un sistema o di una scuola. Ma neppm-e ri-
spondono- più alle esigenze della critica odierna lavori storico-filosofici
del tipo di quelli, — che anche in Italia si può dire siano stati, sino
ad oggi quasi, i più numerosi nel campo della nostra scienza, — in
cui la successione storica dei sistemi era presentata, non senza fare
spesso violenza ai fatti e alla cronologia, solo come lo svolgersi con-
tinuo, rettilineo di una serie logica d'idee uscenti F una dall'altra.
L'opera di pura deduzione astratta e di costruzione ideale, che lo sto-
rico 0 il critico si proponeva, lungi dal darci, come avrebbe voluto,
nella sua realtà concreta tutto il fatto del pensiero umano, si sarebbe
potuta paragonare a quella di chi volesse trarre da una sola dimen-
sione, oltre il volume, la forza intima e lo sviluppo e la vita intera di
tutto un organismo in moto in mezzo ad altri, senza penetrarne la strut-
tura e tener conto dell'ambiente da cui esso fosse venuto su e vivesse
ed agfisse.
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Anche la storia della filosofia è entrata — un pò" più tardi in-
vero e ultima di tempo delle discipline a lei affini, — e va ora avan-
zandosi ogni giorno pili nell'orbita di attrazione della dottrina e della
scienza della storia. Si può dubitare se oggi Kuno Fischer tornerebbe
a scrivere (sullo stesso modello, e dando alla sola trattazione dei si-
stemi centrali le stesse proporzioni) una storia dinastica della filosofia
moderna, quale può dirsi la sua, tuttora, del resto, per più rispetti,
così degna d'esser pregiata e studiata.
Per vedere come nell'opinione degli studiosi e dei critici, degni
veramente di questo nome, la storia della filosofia, specie nella sua
parte moderna, vada disegnandosi sempre più sul fondo di una trat-
tazione della storia della coltura, basta leggere le prefazioni e le in-
troduzioni alle opere, non è molto, pubblicate da scrittori, quali il Win-
delband, il Falckenberg e il Gomperz. Nell'aprire, poco più di sette
anni fa, la serie dei suoi geniali volumi sui Pensatori greci, Teodoro
Gomperz scriveva che « l'ideale dell'opera sua, quale gli stava davanti
agli occhi, avrebbe potuto avverarsi tutto soltanto in una storia com>
pinta ed esauriente della vita dello spirito antico ".
Parole notevoli, le quali ci danno l'espressione più vera e, direi,
tipica dei desiderata, che la scienza oggi propone allo storico della
filosofia, e che tutti muovono da un innegabile presupposto critico:
non potersi la storia del pensiero speculativo — la quale non è che
un fatto, un grande fatto centrale, in quella della coltura — spiegare
solo con sé stessa; — non poter vederla e comprenderla tutta chi ci
si chiuda dentro, chi, dopo averne studiati alle fonti e sui documenti
tutti i dati e la materia, poi non penetri dietro ad essa e non ricerchi
la necessaria dipendenza causale di questo dagli altri fatti, dalle altre
funzioni del grande organismo della vita storica, da cui è inseparabile,
poiché vi è contenuto; — il senso intimo e vero della storia del pen-
siero filosofico, il significato, ch'essa ha ormai così per l'uomo di scienza
come per l'uomo di mondo, non poter, quindi, venirci se non dalla
misura del valore, che la filosofia rappresenta in tutta quanta l'opera
storica del pensiero e della vita progressiva dello spirito umano.
Ciò pare a me sia ormai così consentito, anzi sottinteso da quanti
oggi trattano con metodo scientifico la storia della filosofia, che essi
si accordano nell'applicare all'interpretazione storica delle dottrine filo-
sofiche criteri direttivi, certo non accettabili se non da chi le guardi
dal punto di vista rigorosamente storico qui sopra accennato.
Tra questi criteri vien prima il concetto dell'importanza capitale,
che ha, non solo per la storia esterna, ma pel prodursi e per lo svol-
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gersi del pensiero filosofico l'intima relazione, diversa bensì d'epoca in
epoca, in cui l'opera sua si è trovata con quella delle altre forze co-
stitutrici e motrici del mondo morale umano: con la religione, con
l'arte, con la scienza, con la vita sociale, economica, civile; onde gli
son venuti i dati e i motivi, che, insieme ai suoi propri, lo hanno
determinato a creare : dati e motivi prevalentemente mitici, religiosi
ed estetici per il periodo classico della filosofia antica ; etici e teoso-
fico-teologici per la postaristotelica e per la medievale ; scientifici per
la moderna.
L'avere attribuito all'azione di questi fattori storici il valore che
non le davano scrittori guidati solo da idee sistematiche ; — essi in-
vero facevano della filosofia una scienza a sé, svoltasi tutta, da Talete
a noi, giù giù a filo di logica pura, solo dalla mente dell'uomo pen-
sante, astratto, che, come tale, non è mai esistito; — l'aver veduto e
mostrato invece come anche nelle creazioni e nell'azione del pensiero
speculativo concorra, non meno che nei prodotti del genio artistico,
una somma di condizioni e di energie psicologiche, sociali e storiche
che accompagnano e oltrepassano l'opera logica intenzionale degl'indi-
vidui, e si celano dietro a lei e ne fanno, in sostanza, il risultato o,
meglio, l'esponente di una grande opera collettiva; — questo modo
di concepire il fenomeno filosofico non diversamente da ogni altro, è,
ripeto, nella storia della filosofia una conseguenza dell'indirizzo, che
questa disciplina prende ogni giorno più assimilandosi lo spirito e il
metodo della scienza della storia. A cotesto spirito e a cotesto metodo
erano già pienamente conformi le applicazioni, che ne derivò, venti anni
sono, Guglielmo Dilthey, guardando da più di un punto di vista, allora
nuovo, la storia della metafisica, insieme con quella delle altre scienze
del mondo morale. Basti ricordare qui uno dei resultati, — e, per me, dei
più veri, — a cui egli riusciva sin d'allora nel designare la nuova
posizione storica, o, per usare le sue parole, « la nuova funzione eserci-
tata dalla meta/isica nella società moderna^, in seguito all'avveni-
mento della scienza positiva e alla sua influenza sempre crescente sulle
menti. Per lui, i sistemi metafisici moderni hanno ormai su di esse
un valore e un'azione totalmente diversa da quella che esercitava il
grande unico sistema dominante della metafisica medievale. Sono, in
sostanza, non più che opere d'arte, capolavori del pensiero, il cui con-
tenuto di verità dev'essere misurato solo dall'ampiezza e dalla profon-
dità della visione, che hanno avuto delle cose e della vita le menti
geniali, onde sono usciti; e il vero campo della loro azione non si
estende al di là del cerchio o della famiglia di quelle menti, che per
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affinità di temperamento intellettuale se ne sentono attratte. Ciò che
v'è di più vero in questa valutazione della verità e dell'opera dei si-
stemi, può bensì essere inteso nel suo giusto senso, se noi li guardiamo
sopra tutto in ciò ch'essi hanno di storicamente significativo e rappre-
sentativo dei tempi, da cui sono sorti, e dei quali hanno espresso in
sé e hanno fatto emergere (cosi pensava genialmente l'Hegel) alla
piena luce della coscienza sociale e scientifica le intime energie ope-
rative e le esigenze ideali, civili e morali.
Certo, per la critica contemporanea è cangiato il concetto, non
selo del valore di verità e delle proporzioni e della portata dell'azione
storica dei sistemi secondo le varie epoche, ma quello altres'i del modo,
in cui deve ormai essere intesa, delineata e messa in rilievo fra le
masse — direbbe un pittore — del quadro di tutta un'epoca, e fatta
campeggiare nel suo sfondo, tra gli altri gruppi di fatti che la toc-
cano, la figura storica della filosofia.
Infatti, non solo oggi i sistemi non ci appariscono piìi, in cotesta
vasta tela del passato della filosofia, tutti — come una volta — sotto
il punto di luce di uno solo di essi, pensato come vero in senso as-
soluto e come ultima parola della scienza; quindi o come falsi tutti,
quello solo eccettuato, o come altrettante sue preparazioni e approssi-
mazioni storiche ; — così i sistemi apparivano agli storici della scuola
egheliana ortodossa; — ma neppure ce li rappresentiamo più isolati
dal loro ambiente storico, quali già apparivano nella storia politica i
grandi uomini, gli eroi, quasi, altrettante figure campate in aria e senza
sfondo; — tali, in sostanza, ci si presentano anche i grandi filosofi, i
capiscuola nella storia di K.Fischer. — Dal mutare che ha fatto innanzi
ai nostri occhi, in tutto il suo campo di prospettiva, la visione delle
forme e dei fenomeni del pensiero filosofico, esce, come intima esigenza
di una loro esposizione storica, che sia in tutto consentanea ai criteri
scientifici odierni, la necessità di farvi rispondere adeguatamente lo
studio dei sistemi e dell'azione personale dei capiscuola con quello del-
l'opera impersonale dello spirito dei tempi e della società e della col-
tura, che ad essi diede i motivi, le forme, gli abiti mentali del loro
pensiero, e che fu (se posso usare un'espressione presa dal linguaggio
musicale) il corpo della risonanza delle loro idee e delle loro dottrine.
Lo storico della filosofia deve fare ciò che fanno lo storico delle
religioni e quello della letteratura, quando l'uno spiega il valore so-
ciale di propaganda, che ha la predicazione di un santo, con la forza,
che gli viene, oltre che dalla grande anima della folla, dalla voce e
dall'opera anonima di migliaia d'ignoti che gli fanno eco; e l'altro
apiega non solo il riuscire, ma il venir su di questo o quel genere
letterario, oltre che con l'opera individuale degli scrittori, col momento
storico e con la direzione delle correnti dominanti del gusto e della
coltura. Anche lo storico della filosofia deve usare gli stessi criteri
nella spiegazione dei fatti che narra ; usarli, si noti, — come e quanto
finora non è stato fatto, e non si fa né anche oggi, — con la piena
coscienza della parte larghissima ed esauriente che dev'esser data ormai
alla loro applicazione.
Qui, infatti, non credo dovere spiegare come per me non si tratti
■delle proporzioni maggiori o minori, che nel disegno di una storia della
filosofia debba avere per mere ragioni di tecnica letteraria e di composi-
zione la parte generale riguardante via via la coltura delle varie epoche.
Qui invece si tratta del modo d'interpretare storicamente nel loro pro-
dursi e nel loro svolgersi i fatti del pensiero, perchè riescano intelli-
gibili sotto ogni loro aspetto.
Su questo punto specialmente io vorrei richiamare l'attenzione
degli studiosi, provocarne la discussione, poiché è qui, mi pare, che
lasciano piìi a desiderare anche le meglio pensate e composte tra le
opere che abbiamo di storia della filosofia, in quella loro parte, eh' è
la storia della filosofia moderna, che più si presta ad una larga e ri-
gorosa applicazione dei criteri della scuola storica. La storia della filo-
sofia antica non è, si può dire, per noi, tutta, altro che un grande
frammento. Nel quadro, clie ce ne resta, le figure dei capiscuola deb-
bono occupare, e dobbiam credere occupassero in realtà, assai più di
luogo clie non tengano nella storia del pensiero moderno quelle dei
grandi filosofi. Per la storia del medio evo, e sotto più di un aspetto
anche per quella del Rinascimento, il lavoro di scoperta, di raccolta
e di elaborazione dei materiali lascia ancora tanto da fare, che a
<][uesto si riduce ancora in gran parte il compito dello storico. Solo
della storia della filosofia moderna sappiamo abbastanza quanto al ma-
teriale e ai documenti dei fatti del pensiero e a ciò che li circonda
e li accompagna nella coltura dei suoi diversi periodi, da potere im-
prendere metodicamente quell'opera di stretta ed esauriente interpre-
tazione condotta coi criteri, ai quali ho accennato.
Basta dare un'occhiata all'esposizione, che gli storici, anche i più
recenti, ci presentano del periodo, che va dal Kinascimento al Kant,
— periodo di così capitale e decisiva importanza rispetto agli altri
fino a noi — per vedere come gli schemi, che per solito vi si appli-
cano per l'aggruppamento dei sistemi {Empirismo^ Rasionalismo, Dom-
matismo e simili), siano inadequati a renderci in ogni suo aspetto la.
realtà storica e a penetrarla e a dominarla tutta. Anche quelli tra gli
studiosi di cotesto periodo, che, come il Windelband e il Falckenberg,
tengono più conto del distinguersi che fanno in esso, accanto alla cor-
rente centrale del pensiero europeo, le varie correnti nazionali, non mi
pare diano a ciascuna di esse il dovuto valore storico; in guisa da
mettere, per esempio, in piena luce, tra i fatti caratteristici alla filo-
sofia morale inglese, l'attitudine ch'essa prende (specie nel secolo XVII)
di mediatrice fra la scienza positiva, da un Iato, e la teologia prote-
stante e la tradizione di Stato, dall'altro ; e da mostrare abbastanza
la parte d'iniziativa costante, che la coscienza religiosa inglese ha nel-
l'esame e nell'analisi interiore delle nostre facoltà morali, dando al-
l'etica, come nota E. Sidgwick, un carattere giuridico spiccato. L'etica,
che, come disciplina a sé, fondata sulla psicologia, è già nel secolo XVII,
e resta poi a lungo, cosa tutta inglese, e direi che sia stata colà quasi
un'esegesi razionale o anche una Casistica del Protestantismo, non può
essere esposta e fatta comprendere in ogni suo aspetto se non sia guar-
data in relazione con lo svolgimento e con le vicende della storia re-
ligiosa confessionale e con quella inoltre delle istituz ioni sociali e po-
litiche di oltre Manica. Cosi hanno fatto E. Sidgwick nella sua storia
della morale, e Lesile Stephen nel suo bel libro sul Pensiero inglese
nel secolo XVI IL Solo lo storico, che ci faccia vedere interamente
la filosofìa inglese sotto questo suo aspetto, può anche farci compren-
dere perchè i deisti, i quali pur riuscirono in Francia, non prevalsero-
in Inghilterra, ove ebbero contro tutte le menti più alte e più forti ;
come cotesta filosofia, che fa capo al moto di reazione dei conservatori
ai tempi del Burke, ci si presenti come l'antitesi storica recisa del
moto del pensiero francese, che urtando violentemente contro la resi-
stenza della tradizione religiosa e di Stato, riesce invece al rivolgi-
mento profondo del 1789. Altri esempi potrei recare, i quali pure mo-
strano come non solo alcuni singoli fatti, ma interi gruppi di fatti
del pensiero filosofico moderno non possano essere resi pienamente
intelligibili dallo storico, che non dia all' interpretazione critica del-
l'ambiente della coltura, ove si sono svolti, quella larga parte che essa
deve avere. Così, per esempio, il valore storico, che per l'intelligenza
delle condizioni intellettuali e civili della Francia ha, nel secolo XVII,
la controversia agitatasi intorno alla morale del Montaigne, non può
esser compreso e fatto comprendere se non dallo storico, che tenga
conto sopra tutto dell'intima relazione, che passa allora e poi sempre
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tra la storia della letteratura e dell'alta società francese e la storia
del pensiero filosofico e religioso di quella nazione (').
Ma oltre a questo, che riguarda, direi, lo studio degli ambienti
nazionali, v'è un altro aspetto, dal quale il disegno, generalmente se-
guito anche oggi nell'esposizione del primo periodo della filosofia mo-
derna, lascia a desiderare una più rigorosa applicazione dei criteri della
scuola storica.
L'analisi psicologica, fatta penetrare al di sotto della struttura
logica dottrinale dei sistemi sino ai loro dati e motivi generatori, sino
agli abiti e alle forme di mente individuali che vi s'improntano e a
quelle, che dominano lo spirito e il pensiero speculativo e ogni altro
aspetto della coltura del secolo matematico, deve mostrarci: come, in
quali proporzioni d'importanza e d'intima azione causale, esercitata
sulle menti, stiano gli uni rispetto agli altri, nel vasto quadro di co-
testa coltura, i fatti e i gruppi dominanti dei fatti, che ce ne danno
come lo sfondo.
E questi, i quali — com'è noto — sono due : l'avvenimento della
scienza positiva, fondata sull'esperimento e sul calcolo, e l'influenza
religiosa e sociale della Riforma di contro a quella del Cattolieismo,
debbono essere dallo storico della filosofia, non (come si fa sinora dai
più) toccati appena o sottintesi, ma messi in tutta la loro piena luce,
in modo che al lettore appaia ben chiaro sopra tutto : in primo luogo,
che con le iniziative, con le idee direttive e coi processi delle teorie
scientifiche, dovute al Rinascimento italiano e al Galilei, si connettono
immediatamente, non solo le mosse del pensiero di Bacone e del Car-
tesio e del Locke nella dottrina del metodo e della conoscenza, ma
anche la metafisica e la concezione meccanica della natura e dello spi-
rito, dominanti in tutto il gruppo cartesiano e, in parte, nel gruppo
inglese, giunte alla loro piena forma sistematica con lo Spinoza; in
(i) Cosi non si può far comprendere, senza connetterla strettamente alle con-
dizioni morali, civili e religiose dell' Inghilterra e alla storia delle sue dispute
confessionali, la controversia, che, parallelamente a quella francese intorno al
Montaigne, si agita allora al di là della Manica intorno alla morale dell' Hobbes,
e che e tanta parte della storia della filosotia inglese di cotesta epoca.
Il lato debole del metodo, così ben trattato dal Windelband nella sua ultima
opera, il quale tien dietro principalmente alle direzioni storiche dei problemi cen-
trali, è il restarvi che fa nell'ombra tutto ciò che si riferisce alle diversità, cosi
profonde e caratteristiche nel pensiero di quest'epoca, dovute agli ambienti nazionali,
E di schematismo astratto pecca, mi pare, sopra tutto nel periodo del Rinasci-
mento, la storia, pregevole per più lati, di Harald Hoffding.
— 10 —
secondo luogo, che da motivi e da postulati di tutt'altra natura, perchè
tratti da quel mondo interiore della coscienza, onde già i Mistici te-
deschi avevano attinto le loro speculazioni, precorritrici della Riforma,
vien fuori col Leibnitz e col Berkeley una metafisica, fondata sui con-
cetti di fona e di evoluzione e (a mio avviso) in antitesi recisa con
la cartesiana. La sostanza cartesiana è un puro concetto matematico.
11 processo, con cui il filosofo francese giunge nelle Meditazioni ai dati
fondamentali della sua dottrina e ve la costruisce sopra, riproduce in
sé con la sua impronta caratteristica quello della dimostrazione geo-
metrica; cosi come nello svolgimento ulteriore del Cartesianismo e
Vi&\\ Ethiea more geometrico demonstrata la relazione metafisica tra
la sostanza e i suoi attributi e i modi è concepita sull'identico tipo
logico, onde dalla definizione di una figura il pensiero del geometra
trae fuori via via per successive determinazioni di puri concetti astratti
quelli delle proprietà di essa. La monade leibniziana ha invece in sé
un contenuto ricchissimo di determinazioni concrete, che prende dalla
vita interiore dello spirito umano; da quel mondo dell'inconscio, il
cui concetto è un trovato del pensiero germanico, e si disegna chiaro
per la prima volta nella psicologia per opera del Leibnitz, dopo aver
balenato nelle intuizioni profonde dei caratteri drammatici creati dallo
Shakespeare. E ancora: sul tipo metafisico della monade leibniziana,
che « non ha finestre " , che ha « una sua rappresentazione dell'uni-
verso », è costruita, a mio avviso, quella concezione dominante, che
lo storico ritrova poi, sostanzialmente la stessa nei suoi tratti caratte-
ristici, cosi nell'Etica, che ci dà il sistema metafisico del Kant, come
nella serie dei sistemi prodotti dalla sua scuola, in quell'idealismo as-
soluto, al quale, dice Enrico Treitschke, l'enimma del mondo si, for-
mulò nella filosofia in termini diametralmente opposti a quelli in cui
se l'erano formulato le dottrine francesi del secolo XVIII. Il Goethe,
di cui l'illustre storico tedesco cita, a questo proposito, alcune parole
piene di alto significato critico, aveva scritto, accennando a cotesto
dottrine e alla loro concezione meccanica dell'universo: « I Francesi
non possono capire che nell'uomo ci sia qualche cosa che non gli sia
venuta dal di fuori ". All'idealismo assoluto, contrapposto dalla Ger-
mania alla filosofia, che ebbe il suo pieno svolgimento nel materialismo
del secolo XVIII, doveva invece, scrive il Treitschke, apparire inespli-
cabile « come nello spirito umano potesse esserci alcunché di venuto
dal di fuori " .
Il gran poeta e lo storico tedesco ci hanno dato, mi pare, dei due
principali gruppi di sistemi, in cui si spartisce la metafisica moderna
— 11 —
dopo il Kinascimento, un concetto (un fundamentum divisionh) sto-
ricamente assai più vero di quello adoperato dagli storici della filosotìa
nella classificazione, tuttora da loro generalmente seguita.
La quale, come mostra la tabella datacene dal Falckenberg, mette,
da un lato, dopo Bacone, l'Hobbes, il Locke, il Berkeley e l'Hume, e,
dall'altro, dopo il Descartes, lo Spinoza, il Leibnitz e il Wolff. Questa
spartizione, fondata com'è sul contrapposto di Empirismo a Raziona-
lismo, cui fa riscontro quello dei due aspetti del processo scientifico,
presi a modello di metodo, l'uno dalla scuola inglese, l'altro dalla
fi-ancese e dalla tedesca, oltre all'errore di fatto, in cui cade, col met-
tere tra gli empiristi l'Hobbes e il Berkeley, cbe sono due metafisici,
— il secondo è l'unico vero grande metafisico di razza che conti l'In-
ghilterra, — ha poi, come classificazione, il difetto capitale di presup-
porre un'analisi incompiuta e unilaterale della materia storica, su cui
cade, e delle differenze sostanziali, che sotto alle dottrine del metodo
e della conoscenza, comuni o affini nelle due direzioni, dividono pro-
fondamente i grandi sistemi metafisici di questo periodo. Essi, come
or ora notavo, presentano quanto ai dati, su cui sono costruiti e ai
motivi metafisici, che li penetrano e li suggeriscono dalle prime pre-
messe sino alle ultime conseguenze, un divario fondamentale nel modo
in cui concepiscono il mondo: gli uni, interpretandone l'intimo senso
solo coi metodi di ricerca e coi resultati, che porge loro la scienza
positiva, e spiegando meccanicamente anche la vita dello spirito ; gli
altri, guardando tutte le cose dal punto di vista interiore della coscienza,
facendo della natura un prodotto o un involucro fenomenico di energie
immateriali, e della conoscenza oggettiva esterna un riflesso del pen-
siero e delle sue leggi.
11 contrasto, che fanno tra loro, dal Rinascimento fino a noi,
queste due Grundformen — cosi le chiamerebbe Edoardo Zeller —
delia metafisica moderna, risponde, per me, alle disposizioni e agli
abiti mentali opposti delle due grandi razze d'ingegni, ond'essa è il
prodotto: dei latini dell'Europa occidentale, che, dal Cartesio al Con-
dillac, hanno fatto la metafisica della scienza, e dei germanici (in-
glesi e tedeschi), che, dal Berkeley e dal Leibnitz fino al Kant e
all'Hegel e allo Schopenhauer, e, si può dire, fino all'Hartmann, hanno
fatto quella che io chiamerei la metafisica della coscienza. L'antitesi
delle disposizioni e degli abiti mentali, da cui viene nell'ordine del
pensiero speculativo questa duplicità di portati storici, si riproduce
in tutti gli altri aspetti della coltura dei popoli appartenenti alle due
razze. Essa ci spiega il predominio assoluto, che su tutte quante le
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manifestazioni del loro geuio ha avuto, da un lato, pei latini, il na~
turalismo (verso di cui sono andati sempre più) tratto alla sua più
alta espressione speculativa, nel concetto meccanico-materialistico del-
l'universo, dall'intelligenza logico-matematica dei Francesi ; e, dall'altro
lato, pei teutoni, l'idealismo antropocentrico ^ che guarda tutte le cose
sotto l'angolo visuale dei grandi interessi morali, che fa della metafi-
sica, ciò ch'essa è divenuta tutta per opera del Kant, non altro, in fondo,
che ima grande sistemazione dell'Etica, che trova l'interprete più
fedele dei motivi e delle esigenze ideali, da cui esce, nella profonda
intimità religiosa dell'anima di quel popolo, che ha fatto la Riforma.
Ciò ch'è stato ben detto dal Kant: « avere egli dato base sicura e
durevole alle idee morali del Protestantismo giunto a maturità », è
vero anche dell'Hegel. Tutto l'idealismo tedesco, precorso dai Mistici,
è figlio della Riforma, alla quale si può dire stia, con una tal quale
approssimazione di significato storico, come la Scolastica stava al Cat-
tolicismo romano. Tutta la filosofia di tipo latino è, dal Cartesio al
Comte, un tentativo di coronamento e quasi di aggetto o, se si vuole,
di sostruzione all'edifizio della scienza. Tutta la filosofia di tipo ger-
manico, dal Leibnitz e dal Berkele}^ all'Hegel, e allo Schopenhauer,
è un commento razionale all'esame della coscienza religiosa o un'au-
dace integrazione speculativa dei suoi ideali più intimi, là dove non ne
è (coi Pessimisti), sto per dire, una Gnosi.
Fra queste due forme tipiche di concezione dell'universo, che spar-
tiscono i sistemi metafisici moderni in due grandi serie storiche, sta
quello di Benedetto Spinoza, lì quale e per la struttura del pensiero
di lui e per la ricchezza, che ha in sé, di elementi speculativi, opposti
tra loro e afiìnì nel tempo stesso all'una ed all'altra serie, opera po-
tentemente nelle due direzioni contrarie, e riceve da ciascuna delle
due parti un'interpretazione diversa (').
L'eccezione, che l'empirismo inglese parrebbe fare alla dirittura
di questi criteri di aggruppamento storico, da me proposti, n'è invece
la conferma. Tranne che con l'Hobbes, il quale subì profonda in se
l'influenza dei grandi matematici e naturalisti del continente, e urtò
ma non svolse dalla sua via la corrente nazionale delle dottrine morali
(1) Per quel die rigaarda in specie l'interpretazione tedesca, vedi il bel
libro del prof. Victor Delbos, Le problème maral clans la philosophie de Spi-
nosa et dans Vhistoire du Spinozisme. Paris, 1893. Vedi pure il mio libro s«
I. Taine, nella traduzione francese, col titolo: La Philosophie de H. Taine. Paris,
Alcan, 1900, p. 40.
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del suo paese, l'Inghilterra non ebbe un sistema di metafisica prima
dell' Immaterialismo del Berkeley. L' indole della mente di quel
popolo disposta all'osservazione dei fatti, potentemente e stabilmente
•disciplinata da una tradizione d'idee, intenta a conciliare la scienza e
la morale coi grandi interessi religiosi confessionali e con le esigenze
delle istituzioni nazionali e della vita sociale, non fu mai vòlta ad
innovare né portata ad osar molto nel campo della pura speculazione.
Anche gli empiristi più risoluti e gli psicologi, come il Locke, persino
i materialisti, — il Priestley, per esempio, — si attennero alla me-
tafisica tradizionale, alla religiosa. Lo spirito dell'esame interiore, con-
tenuto dal Protestantesimo inglese nei limiti delle questioni morali e
oonfessionali, favoriva sopra tutto la psicologia, che impronta di sé
-ogni parte di quella grande letteratura.
Ciò che sul suolo tedesco invece nutrì e svolse in così ampie pro-
porzioni una ricchissima vegetazione di sistemi, usciti, come quelli del
periodo neoplatonico e del medievale, dall'unione del pensiero meta-
fisico con la grande speculazione mistico-religiosa, fu, oltre l'indole di
•quelle menti, tutto un complesso di condizioni storiche, fatte alla
coltura e alla vita della nazione tedesca dalle conseguenze della Ri-
forma e specie dalla guerra dei trent'anni ; per le quali essa entrava,
più di un secolo dopo delle nazioni occidentali sue vicine, in possesso
del suo proprio genio e del suo pensiero e di una coltura sua propria
e in piena storia moderna. È un fatto questo, che nessuno storico ha,
^he io sappia, valutato abbastanza nelle sue conseguenze sullo svolgi-
mento della filosofia tedesca moderna.
L'entrata in ritardo — mi si lasci dir così — del pensiero ger-
manico nella storia del pensiero d'Europa, ebbe, io credo, questo
effetto: ch'esso vi portò, insieme alla sua vocazione per le grandi spe-
culazioni, certe disposizioni e tendenze e abitudini mentali, dovute al
momento storico, in cui durava ancora tutta la vita della nazione; le
quali resero possil)ile che anche ai tempi del Kant e dopo, fino alla
morte dell'Hegel e fino, quasi, a noi, l'età delle creazioni metafisiche
grandiose, da paragonare solo con le maggiori dell' antichità e del
medio evo, si protraesse in Germania, quando era già trascorsa ormai
pel resto d'Europa. Sistemi suggeriti da una così alta e trascendente
poesia del pensiero, come quello del Fichte, come quelli dello Schel-
ling e di Arturo Schopenhauer, che da tante parti toccano e riprodu-
cono il misticismo religioso medievale, non sarebbero infatti stati
possibili in un'età dominata dallo spirito della scienza, sopra tutto
poi non sarebbe stato possibile il largo, persistente discepolato che
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ebbe ognuna di quelle scuole, se tutta la coltura intellettuale, morale,
religiosa e sociale di quel popolo non avesse concorso a creare intorna
ad esse un ambiente atto a produrle e a farle vivere. Ciò spiega, a
mio avviso, il rapido, improvviso sparire, che fece anche in Germania
la speculazione metafisica, non appena il prevalere assoluto degli studi
critici, storici e scientifici si accompagnò, anche là, sulla fine del pe-
riodo romantico, col venir meno di tutto quel complesso di condizioni
e di abiti di mente, che anche nella letteratura e nell'arte avevano
protratto in pieno secolo decimonono l'età della grande ispirazione
geniale e delle intuizioni speculative suggerite dall'idealismo poetico,
mistico e religioso.
S'intende che io qui non ho potuto se non sfiorare la materia,
lasciando agli studiosi di professione, se consenzienti con me, in mas-
sima, l'integrare e lo svolgere, se dissenzienti, il confutare queste con-
siderazioni critiche intorno al modo, nel quale anche dai più degli
storici contemporanei è intesa e trattata la storia della filosofia mo-
derna. Riprendendo un'immagine già da me usata, sarei tentato di dire
che il quadro ch'essi ci danno, specie del periodo dal Rinascimento
al Kant, fa un po' pensare a quelli, di un'arte assai primitiva, in cui
tutte le figure e i loro gruppi ci si presentano sullo stesso piano di
prospettiva, e lo sfondo, appena delineato, non dà loro il rilievo che
dovrebbero avere. Quali siano in cotesto periodo i fatti, sul cui sfondo
campeggiano le grandi masse di tutto il quadro storico ; quali su di
esse i gruppi principali dei fatti del pensiero speculativo, che se ne
staccano e che importa mettere nella loro piena luce e disporre nelle
loro giuste proporzioni gli uni rispetto agli altri : ecco ciò che io qui
ho voluto accennare, secondo i criteri di metodo, che fanno, a mio
avviso, della storia della filosofia una disciplina rigorosamente storica
e critica.
II.
TEMA
SUL SISTEMA SCIENTIFICO
DI UNA STORIA DELLA FILOSOFIA (').
Discorso del prof. Adolfo Lasson.
Meine Herren! Niemand wird den ofeistvollen und anregenden
Ausfiihrungen, die wir eben vernommen liaben, seinen Beifall und zum
Teil aiich seine Zustimmung versagen. Denaoch darf man vielleicht
versuchen das Vorgetragene zu ergànzen oder auch zu bericlitigen.
Dass die Philosoplien genaii so wie andere Sterbliche auch unter dem
Einflusse ihrer Umgebung, der herrschenden Begritfe und Culturzu-
stànde, der Nationalitat und der Zeitstròmung stehen, ist zugegeben ;
aber die Frage ist, ob dieser Einfluss auch das Interesse der Geschichte
der Philosophie ausmacht. Fiìr die Culturgeschichte, die Litteratur-
geschichte, die Vulkerkunde, die Psychologie mag es sehr bedeutsam
sein, dass Descartes und Malebranche Franzosen und Katholiken, Spi-
noza Niederliinder und Jude, Leibniz Deutscher und Protestant gewesen
sind; in der Gescliichte der Philosophie \Yerden sie nach dem beur-
teilt, was sie fiir die Fortbildung der Wissenschaft geleistet haben,
und das hiingt niit jenen Einfliissen nur entfernt zusammen. Gewiss
spielt der Zufall der Personlichkeit, der àusseren Lage und des Tem-
peraments, der Neigungen und Gewohnheiten auch seine Rolle in der
Entwicklung eines philosophischen Systems; aber gerade von diesem
Zufall sehen wir ab, wenn wir das System wissenschaftlich wiirdigen
woUen. Die Dichtkimst und der Tanz, die Volkssitten und Volksfeste
sind national verschieden ; die Wissenschaft ist allgemein menschlich.
In der Logik wie in der Mathematik sind wir alle einig. Es giebt italie-
(>) Segue lo svolgimento del tema precedente (n. I).
16 —
nìsclie Physiker iind Mathematiker, aber es giebt keine italieniscbe
Physik oder Mathematik. Und so giebt es auch keine italieniscbe oder
franzosische oder engliscbe oder deutscho Philosopbie, Haben aussere
Urnstànde es begiinstigt, dass die grossen Gedanken ziierst oder mit
besonderem Erfolg oder in reinster Form im Scboosse der einen oder
der anderen Nation ausgeprochen worden sind, so wird die gescbicbt-
liche Bedeutiing dieser Gedanken dadurch weder erboht nocb vermin-
dert, dass sie gerade an dieser Stelle ans Licht getreten sind. Bei den
Volkern, die in der Geschichte des Gedankens hervorragen, gehen alle
verscbiedenen Stròmungen des Gedankens durch einander. In Deutsch-
laud bat einmal ein halbes Jalirbundert bindurcb ein hocbgespannter
Idealismus die Oberband gebabt; der damals unterdriickte sensua-
listiscbe Naturalismus riicht sich jetzt dafiir durcb eine iim so rùck-
sicbtslosere Despotie. England bat dereinst seine Platoniker gebabt
und ist dann ganz der analytiscben Scbule verfallen ; gegenwàrtig bat
sich die Mebrzahl seiner Denker einem Idealismus zugewandt, der an
Kant und Hegel ankniipft. Man kann weder die franzosiscbe nocb die
italieniscbe Nation fiir eine besondere Ricbtung in Anspruch nebmen;
wie in Deutscbland oder England, so sind aucb in diesen Làndern alle
pbilosopbiscben Richtungen zu gleicber Zeit oder nacb einander ver-
treten gewesen. Den Gegensatz von Germanen und Romanen in der
Pbilosopbie kann man nicbt gelten lassen, aucb nicbt den von Ka-
tboliken und Protestanten. Die Protestanten haben ein ausgebildeteres
Scbulweseu, ihre Universitàten bewegen sich freier, man kann sich
ungebinderter ausspreclien : das ist ein Unterschied, der aucb auf die
Fruchtbarkeit in der Philosopbie einwirken mag; aber den philoso-
phiscben Gedankeninhalt betrifft er nicbt. Die Nationalitàt bat Einfluss
auf Scbreibweise, Form und Lesbarkeit der Biicher, nicbt auf ibren wis-
senscbaftlicben Wert. Kant musste kommen und zu dieser Zeit kommen ;
dass er gerade in Deutscbland gekommen ist, das mag von vielen
Umstànden herriibren, von Leibniz und Wolff und der deutscben
Aufklàrung, vom alten Fritzen und der preussischen Strammbeit; die
Hauptsache war doch das Genie des Maunes, und dem Gebeimnis der
Genialitàt vermittelst der ausseren Einfliisse nachzusptiren, wird ewig
ein vergebliches Bemtiben bleiben. Die gleicbe Umgebung bat auf
tausend Dichler gewirkt, aber nur einer bat die Gottlicbe Komodie
gedicbtet. Nur diese genialen Menschen zàhlen in der Geschichte der
Philosopbie, nicbt die tausend Stiimper, die sich an dem gleichen
Problem versucbt haben. Sie zielen alle, aber nur einer trifft, und
dieser eine bleibt im Tempel der Erinnerung als monumentale Gestalt
- 17 -
fiir alle Geschlechter. Und was heisst das, dass er zum Ziele trifft?
Dies heisst es : er setzt da ein, wo in dieser Zeit das Problem steht,
und er bringt diejenige Lòsung, die fiir diese Zeit die mògliche und
angemessene ist. Seine geniale Anlage, in dieser Umgebung heraus-
gebildet, deckt sich mit der Aufgabe, die eben jetzt au der Tages-
ordnung der Geschichte ist; darum ist er der Grosse, und alle die
anderen um ibn, mògen sie auch in mancher Beziehung ihm weit
iiberlegen sein, verschwinden neben ilim wie die Sterne in der Hel-
ligkeit der Sonne. Dass aber dies jetzt an der Tagesordnung der
Geschichte ist, das wird durch das Gesetz der Sache, durch die Lo-
gik der Tliatsachen bewirkt. Auf Parmenides muss Zeno und auf Prota-
goras muss Sokrates folgen, dereinst uiid jedesraal wieder, ganz gleich in
welchem Lande und zu welcher Zeit. Der gleiche Zug der Notwendigkeit
wird in Abdera und Akragas, in Elea und Athen wirksam, und mit
gleichem Erfolge, wo sich ihm die geniale Persònlichkeit zu Gebote
stellt. Wir hier in Rom stehen unter demselben Gesetz der Sache
wie unsere verehrten CoUegen in London oder Paris, in Leipzig oder
Boston, und wenn einer aus unserer Mitte dereinst zu den Unsterb-
lichen gezàhlt werden solite, was ich nicht wissen kann, so kann er
das nur dadurch erreichen, dass das Gesetz der Sache m seiner Per-
sònlickeit einen adaequaten Ausdruck findet. Darum wird es doch wohl
dabei bleiben, was zuerst Hegel mit genialem Blicke geschaut hat:
die Geschichte der Philosophie ist aus einem einheitlichen Gesicbts-
punkt zu betracliten ; sie ist eine ideale Construction, und ihren Inhalt
bildet die streng einheitliche Linie begrifflicher Folgerichtigkeit, mit
der sich Problem an Problem und Losungsversiich au Lòsungsversuch
schliesst. Die zeitliche Folge der grossen Denker und der grossen
Systeme ist das Abbild der logischen Folge der notwendigen Gedanken,
wie sie sich einer aus dem anderen entwickeln und sich zum Ganzen
der Wahrlieit geschichtlicli zusammenschliessen. Die Geschichte der
Philosophie ist etwas anderes als die Geschichte der philosophischen
Litteratur, wie ein Philosoph etwas anderes ist als ein Schriftsteller
iiber philosophische Gegeustànde. Als Durchgangspunkte mògen wiele
erwàhnt werden, Plutarcli von Chaeionea und Lucian von Samosata,
meinetwegen auch Schopenhauer von Danzig und Nietzsche von Rocken.
Aber die Geschichte des Krieges ist nicht die Geschichte aller ein-
zelnen Actionen unterer Befehlshaber, und die Geschichte der Philo-
sophie ist in noch lioherem Grade die Geschichte der wenigen Dynasten,
die die grossen Eroberungsziige im Reiche des Gedankens voUbracht
haben. Die Geschichte des Gedankens verstehen zu woUen aus allerlei
2
Sezione VII. — Storia della Filosofia.
- 18 -
psTchologischen, socialen, wirtschaftlichen Einflussen wird immer ver-
gebliche Miilie bleiben. Denn der Gedanke entwickelt sicli organisch.
Dass die Eiche wurde, dazu haben Wind und Wetter, Sonnenschein
und Regen, der Boden und die Nachbarschaft, jedes das Seine beige-
tragen ; aber man kann Form und Entwicklung der Eiche nicht erklàren
aus Wind und Wetter und dem anderen eben Genannten. So wàchst
der Gedanke, gefòrdert oder gehemmt durch àussere Bedingungen,
Einfliisse und Ursachen; aber alles das erklàrt nicht das Leben des
Gedankens, das aus der inneren Anlage, dem Keime erwachst. Die
Welt ist eine, und die Vernunft ist eine, fùr alle, unter alien Him-
melsstriclien und zu alien Zeiten. So ergiebt sich der Gang des Ge-
dankens in der Menschheit mit innerer Notvrendigkeit. Was urspriing-
lich drinnen steckt, das kommt heraus. Die Momente, die die an sich
seiende Wahrheit und Verniinftigkeit umschliesst, entfalten sich eines
nach dem anderen in rechter begrifflicher Folge, uod das aufzuzeigen,
das ist das Interesse des Geschichte der Philosophie als philosophischer
Wissenschaft.
III.
TEMA.
Quali sarebbero i mezzi più efficaci per promuovere dei la-
vori MONOGRAFICI SULLA STORIA DELLA FILOSOFIA NELLA RI-
NASCENZA (PER ES., SUL Cardano, Paracelso, Della Porta) ecc.
Relazione del urof. Felice Tocco.
La storia della Rinascita filosofica non si potrà scrivere per un
pezzo, se il lavoro monografico non sarà più copioso di quel che oggi
non sia. Sui principali filosofi, come, per dirne alcuni, su Pico Miran-
dolano, sul Cardano, su Paracelso, sul Campanella medesimo mancano
estese e compiute monografie. Molte volte le nostre Accademie misero
a concorso questi temi, ma le risposte che ne ebbero, furono impari
airargome.nto, se pur talvolta non mancarono del tutto. E la ragione
sta in questo : che gli scrittori della Rinascita non solo filosofi si addi-
mostrarono, ma scienziati e spesso di gran valore. Per apprezzarli
dunque convenientemente, dobbiamo essere periti non pure nelle di-
scipline filologiche, ma benanche nelle scienze, come matematica
tìsica, astronomia. E, per giunta, ci è imposto l'ingrato compito di
leggere parecchi volumi iii folio, dove per ritrovare il diamante, bi-
sogna liberarlo da un monte di scorie, fatica improba che solo con
grande abnegazione si riesce a superare. È da osservare ancora, che
spesso su alcuni di questi filosofi il materiale inedito non scarseggia,
e delle opere edite non tutte, che vanno sotto il loro nome, a loro di
fatto appartengono. Basterà l'esempio di Paracelso a mostrare che il
secernere le opere spurie dalle genuine non è facile, eppure senza
tale cernita la monografia definitiva non potrà venire alla luce. Per
tutte queste difficoltà occorre che le Accademie di Europa si uni-
— 20 -
scano in un consorzio, come s'è fatto testé per l'edizione interna-
zionale delle opere del Leibnitz. E facciano un programma dei lavori,
che debbono compiersi, e dei metodi da adoperare, e stabiliscano dei
premi vistosi, che allettino i più esperti studiosi. La rinascita è la
culla del pensiero moderno, né si può studiare a fondo la genesi di
questo se non sono note tutte le vie che l'hanno preparato.
IV.
TEMA
Proposta di un Corpus philosophorum degli umanisti bizantini
inediti, dispersi in biblioteche ed archivi italiani. (1 pre-
CURSORI DEL Rinascimento in Italia).
Relazione del prof. Ludwig Stein.
Come l'antica Roma fu il centro storico donde irradiarono nel
mondo politica, religione e diritto, così l' Italia del medio-evo inoltrato
fu il centro del rinascimento della poesia, della cultura umanistica,
dell'arte e della scienza. Nel XX secolo l'italiano Marconi ci ha mo-
strato come si possa senza tìli parlare alla distanza di migliaia di
miglia; l'umanesimo italiano, col ridestare a nuova vita gli antichi,
ha insegnato al mondo dei dotti come, senza il filo della tradizione,
si possa parlare alla distanza di migliaia di anni.
Come Marconi collega col solo mezzo dell'aria il mondo antico
col nuovo,, talché in un baleno essi possono intendersi fra loro, del
pari l'umanesimo italiano lia ristabilito fra il tempo antico ed i
moderno il collegamento spezzato ed interrotto dalla scienza me-
dioevale. La cultura tecnica opera il grande miracolo di farci inten-
dere l'un l'altro attraverso l'aria a distanza di duemila miglia, la
cultura estetica dell' umanesimo italiano ha compiuto il miracolo ben
più grande di metterci in grado di conversare, a distanza di duemila
anni, con Platone ed Aristotile, con Pitagora e Talete, come se essi
vivessero ancora in mezzo a noi. Le scienze tecniche hanno soggio-
gato lo spazio, le storiche il tempo. Tali miracoli non si compiono,
come si credeva nei tempi della superstizione, ad un tratto ed
in modo immediato, all' incirca nella maniera delle rivelazioni dei
profeti 0 delle ispirazioni dei poeti; il metodo dell'indagine storica
anzi ci ha pienamente confermato l'antica sapienza dell' oscuro filosofo
di Efeso: Nulla è, tutto diviene. Senza Galilei non si sarebbe avuto
— 22 -
un Torricelli, senza Volta e Galvani un Marconi. L'indagine storica
ci ammaestra che il movimento planetario dello spirito umano non
si compie in epicicli arbitrari, quali l'astronomia tolemaica co-
strusse per il cielo delle stelle fisse, bensì secondo severe leggi del
moto, quali Keplero formulò per il sistema planetario. Il Keplero
della storia deve, è vero, ancor nascere, ed io temo che ancor molto
tempo lo dovremo attendere, perchè nella storia noi ci occupiamo dei
fini, e non, come nella natura, delle cause. La natura è il regno delle
cause e delle leggi, la storia è la monarchia universale dei fini e dei
disegni. Lì abbiamo causalità meccanica, qui teleologia; là severa
conformità a leggi stabilite, qua solamente ritmi e forme di avve-
nimenti; là necessità fatalistica, qua libertà morale.
La speranza in un Messia della storia ci terrà a bada forse an-
cora per secoli, giacché la grande incognita della nostra scienza è di
sapere se i ritmi storici, la periodicità del ricorso di tipi storici si
potranno mai fissare con leggi così severe come le tre leggi del moto
che Keplero sostituì agli epicicli.
Tuttavia l'aspettazione di un futuro Marconi nel campo dell'in-
dagine storica non deve frattanto né paralizzare la nostra energia, né
sviare la nostra attenzione dai compiti presenti della nostra scienza.
Ed in verità anche il vecchio amico e predecessore di Keplero, Ticho
de Brache, aveva già prima delle leggi kepleriane prodotto molto per
il progresso dell'astronomia. Incombe quindi anche a noi l'obbligo di
radunare accuratamente una pietra dopo l'altra, finché un futuro prin-
cipe del pensiero o un Messia intellettuale costruirà con esse l'edificio
monumentale della scienza universale.
Goethe con la «■ devozione al piccolo » ci ha donato un bene
prezioso all'animo nostro. La contemplazione dell' immenso, dei nessi
eterni nella natura e nello spirito non ci deve togliere l'energia per
ciò che é piccolo. Se si considera il Kinascimento italiano come la
grande dote che l' Italia offrì alla civiltà dell' Europa occidentale e
dell'America nelle sue nozze con la scienza e con l'arte, nozze che
chiusero il medio-evo ed iniziarono l'evo moderno, devesi pm* ammet-
tere che gli umanisti emigrati da Bisanzio in Italia hanno contribuito
lealmente alla formazione di questo dono di nozze che l'antico mondo
porgeva ai nuovi tempi.
Certo i primi umanisti, Crisolora, Argyropulo, Teodoro Gaza,
Gemisto Pletone, Gennadio, Bessarione, Giorgio di Trebisonda e Mi-
chele Apostolio, non erano forse, ad eccezione di Pletone, né pensa-
tori, né caratteri di grande elevatezza.
— 23 —
La maggior parte di questi questuanti della scienza erano gior-
nalisti anziché scrittori, dilettanti più che maestri, mezzi vagabondi
piuttosto che veri filosofi. Ciò non pertanto non dobbiamo deprezzare
troppo il contributo da loro apportato alla genesi del Rinascimento. Essi
hanno stabilito il collegamento fra Bisanzio e l'Italia, hanno unito i
rotti fili della tradizione, hanno calmato ed appagato l'ansioso desi-
derio che i Medici, Nicolò Niccoli, Lionardo Bruni, Coluccio Salutati
sentivano per il risorgimento dell'antichità.
Insegnarono il greco, tradussero opere, riportarono in Italia ma-
noscritti da Bisanzio, cosa consueta dal Filelfo in poi, essi coi loro
stimoli, coi loro eccitamenti e con le loro energiche e vivaci pole-
miche, crearono in certo modo un ambiente ed una corrente propizi.
Gli umanisti bizantini erano simili alle prime rondini che preannun-
ziano l'estate. L' umanesimo bizantino perciò sta al Rinascimento proprio,
come la magia alla fisica, l'astrologia all'astronomia, l'alchimia alla
chimica.
Il Governo italiano ha bene compreso ed apprezzato il suo dovere
civile verso i più grandi campioni del Risorgimento filosofico e natu-
ralistico, Giordano Bruno e Galileo Galilei. Con le ottime edizioni delle
opere di Bruno e di Galilei, pubblicate sotto gli auspici del Governo,
r Italia moderna ha pagato il suo tributo di gratitudine al Rinasci-
mento, cui essa deve il meglio in tutti i campi dello scibile. Per tali
pubblicazioni il Governo italiano s' è meritata la sincera gratitudine
degli storici, dei filosofi, filologi e naturalisti. In occasione di questo
Congresso storico internazionale io faccio il voto che il Governo ita-
liano incarichi una Commissione di pubblicare, per il bene della scienza,
un Corpus delle opere filosoficlie degli umanisti bizantini. Ciò che
r Italia con l'edizione delle opere di Galileo e di Bruno ha fatto per
l'epoca culminante del Rinascimento, compia ora per gli inizi del-
l' umanesimo con una raccolta degli scritti filosofici inediti, ora dispersi
nelle Biblioteche italiane, degli umanisti bizantini che vissero in
Italia. Non soltanto finis coronat opus ; a maggior ragione si deve dire
in questo caso: initium coronat opus.
Quindici anni or sono io ho cercato di radunare, cernere ed esa-
minare tutto il materiale che si trovava sparso nelle Biblioteche ita-
liane. Però era superiore alle mie forze l'enorme lavoro di ordinare
sistematicamente tutti i frammenti, le lettere, le notizie, le traduzioni
e finalmente le vere e proprie opere ancora esistenti, e di darle alla
luce in una raccolta. Mi sono pertanto limitato di utilizzare nel-
neir « Archiv. fiir Geschichte der Philosophie » singoli brani della
— 24 -
mia Collectanea e di pubblicare qua e là alcune monografie. Sono
ancora in mio possesso, inutilizzate, le copie di opere inedite di Giorgio
di Trebisonda, Teodoro Gaza, Michele Apostolio e di altri, che io
trascrissi in Firenze con l'aiuto dei miei amici Felice Tocco e Giro-
lamo Vitelli.
Alla Commissione da nominarsi dal Governo italiano io, senza
altre formalità, nell' interesse della cosa, porrei a disposizione tutte le
mie trascrizioni e le Collectanea, comprendendovi le ricerche fatte nel
British Museum a Londra, nella Bibliothèque nationale di Parigi, e
il carteggio di Filelfo e Gaza che si conserva a Wolfenbiittel. Non
voglio importunarvi con i particolari delle mie ricerche, le quali si
estendono a quasi tutte le Biblioteche del Regno, ma approfitterò di
questa tribuna e di questa occasione per esprimere il voto che il Go-
verno italiano voglia compiere per i precursori del Rinascimento ciò
che ha compiuto per Galilei e per Bruno.
SULLA QUESTIONE PLATONICA.
Comunicazione del prof. Felice Tocco.
Non potrei cominciare questa mia breve commiicazione senza por-
gere un saluto di ossequio e di riconoscenza a due Nestori degli
studi platonici, l'uno Eduardo Zeller, che pur troppo è da noi lon-
tano, l'altro è ospite nostro carissimo, H. Usener. E dall'uno e dal-
l'altro noi potremo dissentire, ma non sì da disconoscere il gran
merito dei loro lavori, senza i quali non si sarebbero potuti com-
piere i posteriori; né deve sul nostro labbro suonare parola che non
sia di riverenza per si eccelsi maestri.
In questi ultimi tempi la quistione cronologica dei dialoghi platonici
s'è fatta più viva, e parecchi hanno tentato di risolverla con me-
todo esclusivamente linguistico, notando che in alcuni dialoghi pre-
valgono alcune particelle e costrutti, che sono o in parte o del tutto
abbandonati in altri. Non ha guari il prof. Lutoslawski espose una
audace teorica di stilometria in servizio della quistione platonica.
A filologi ben piii autorevoli di me questi metodi stilometrici appa-
iono di dubbia riuscita. Poiché se si limita il campo delle partico-
larità stilistiche, si è ben certi di fallire lo scopo ed arrivare a con-
clusioni, che nessun interprete del pensiero platonico potrebbe facilmente
ammettere. Se per contrario le particolarità stilistiche si moltiplicano,
accade che Siffattamente s' intreccino e s' impaccino a vicenda da non
poterne cavare conclusione alcuna. In ogni modo qualche cosa si è
ottenuto da questi metodi ; perchè diversi scrittori, sfruttando ciascuno
un materiale o una statitisca da lui stesso raccolta, sono venuti nella
stessa conclusione : doversi tenere il Pannenide, il Sofista e il Filebo
posteriori al Fedro, al Fedone e alla Repubblica, a cui un trent'anni fa
per quasi unanime consenso si premettevano. E nello stesso concetto
convengono altri Platonisti, che dal contenuto stesso dei dialoghi si
— 26 —
ingegnano di ricavarne la successioue. Non sono concordi né nell' in-
terpretare la dottrina platonica, né nel valutare la polemica che Ari-
stotile mosse al suo maestro, ma pur convengono tutti, dal Siebeck al
Gomperz e al Natorp, che nel Parmenide, nel Sofista e nel Filebo si
senta come un'eco di questa polemica, fatta forse nella stessa Acca-
demia prima che fosse registrata negli scritti aristotelici.
Anche io per ben due volte e nelle Ricerche Platoniche del 1876
ed in una Memoria inserita negli Studi italiani di filologia clas-
sica, 1893, ero arrivato alle stesse conclusioni. E ben mi compiaccio
che ciò, che prima pareva una eresia da non tenerne alcun conto, ora
é per divenire, se non è già divenuto, convincimento pressoché comune
di tutti gli studiosi. Non è mio intendimento, di fronte ai nuovi lavori,
di tornare sulle mie vecchie opinioni ; né questo sarebbe il luogo piìi
opportuno. Dirò solo per ora, riserbandomi fra poco di tornarci sopra,
che io non posso accettare l'opinione testé sostenuta dal Natorp sulla
sua poderosa Platos Ideenlehre, che Aristotile ha sempre frainteso
Platone, né poteva a meno di fraintenderlo; perché l'uno è l'idea-
lista critico, per cui la realtà non è per noi se non quello che pos-
siamo conoscere o costruire : l'altro invece è il dommatico sensualista
al quale la realtà è data, e l' idea non è altro se non l'astrazione
dalla realtà medesima. Questa opposizione, che farebbe rimontare la
filosofia critica a un tempo, in cui pareva un anacronismo anche il più
lontano accenno, non si può sostenere se non interpretando col Cohen
e col Natorp le idee platoniche nel senso di funzioni (direbbe il Na-
torp : metodi) del pensiero, come sono le categorie kantiane. Ma pare
a me che senza un grande sforzo non si può ricavare dai testi una
interpretazione siffatta, che toglierebbe al Platonismo quel carattere
da tutti finora attribuitogli; e per una curiosa inversione di parti
farebbe di Aristotile il rappresentante di un cieco dommatismo. A me
come a tutti gli studiosi di Platone è parso invece, che in finezza
critica il discepolo superasse il maestro, e che le obbiezioni da quello
sollevate fossero di tal peso da meritare che questo in tre impor-
tanti dialoghi ne tenesse conto e si adoperasse a spiegare e compiere
la sua dottrina per salvarla.
Ma su questi punti sarà il caso di fermarsi più a lungo, quando
mi sarà dato di esaminare l'opera del Natorp con quella larghezza
che merita e con gli opportuni confronti col Siebeck e col Gomperz.
Per ora voglio notare una cosa sola, che cioè il Natorp mette il
Parmenide, il Sofista e il Filebo tra la Repubblica da una parte e il
Timeo dall'altra; che, secondo lui, quelle quistioni cosmogoniche e
- 27 -
quelle vedute sul Demiurgo, che nei dialoghi dialettici sono appena
accennate, qui invece si svolgono con grande ampiezza. A suo tempo
intendo di trattare questo spinoso argomento con la maggiore accu-
ratezza. Per ora basterà dire che nel Timeo occorrono tutte .quelle
diciture, onde Aristotile trasse argomento delle sue critiche. Princi-
palmente l'obbiezione, che il discepolo muove al maestro di separare
r idea dal mondo sensibile, pare che sia principalmente tolta dal
%wqlg del Timeo 51, E. E per questa ragione io misi il Timeo anche
prima del Parmenide. Ma ora soggiungo che la conseguenza non è ri-
gorosa; perchè se per argomenti o intemi o esterni si può stabilire
essere il Timeo uno degli ultimi dialoghi platonici, non anteriore se
non alle Leggi ed al Critia, quanti credono nell'epoca tardiva dei
dialoghi dialettici vi si acconceranno molto facilmente. E diranno come
dico io oggi, che in quei dialoghi Platone non sovverte né modifica
profondamente la sua dottrina, solo la presenta in modo da premu-
nirla contro fallaci interpretazioni. Dati questi avvertimenti, il gran
filosofo poteva pur sempre adoperare l'antica dicitura, ben sicuro che,
dopo le spiegazioni date, equivoci non potessero più sorgere. Il filo-
sofo s'ingannava, le spiegazioni non bastarono ad Aristotile; ma questo
è il destino dei grandi creatori, di veder chiaro dove per tutti gli
altri è buio.
VI.
GLI ELEMENTI EGIZI NELLA COSMOGONIA DI TALETE.
Comunicazione del prof. Alessandro Chiappelli.
Uno dei punti meglio chiariti dalle indagini recenti è questo:
che nelle primitive filosofie greche sia da cercarsi non già una serie
d' intuizioni metafisiche e astratte : bensì di dottrine fisiche, che ten-
tano, in vario modo, di determinare il principio sensibile e materiale
della natura. Su questo carattere naturalistico e realistico di codeste
prime e concrete intuizioni dei fisiologi presotìstici, consentono oramai
collo Zeller i più recenti espositori come il Gomperz, il Burnett ed
altri. Minore è invece il consenso quando si tratta di determinare il
significato e il valore originario di codesto principio fisico, il carattere
di codesta ricerca, e la natura, quindi, dei primitivi sistemi. L'auto-
rità della testimonianza aristotelica che il principio designa col ter-
mine àQxìj a significare un elemento sostanziale e permanente, eser-
cita ancora- un grande ascendente anche su molti dei recenti espositori.
E tuttavia l'esame dei frammenti originali a noi pervenuti persuade
invece che si debba dare a codesto concetto un valore essenzialmente
e principalmente cosmogonico, che meglio anche ravvicina cotesta
intuizione alle teogonie poetiche e poetico-filosotìche da cui si svolge
la riflessione filosofica, e riconduce, per un' altra via, a ricongiun-
gerle agli influssi assiro-babilonesi ed egiziani, i soli dei quali
oggi la critica storica può ammettere l'azione sul pensiero greco alle
sue origini. A codesto punto di veduta da cui debbano guardarsi tali
dottrine avevano bensì accennato in diverso modo e misura il Teich-
miiller, il Tannery e il Burnett. Ma più di recente, e con ragione,
v'insisterono il Covotti, fra noi, e il Woodbridge in America (')• Né
(') Covotti, La Filosofia nella Magna Grecia. Pisa 1900. — Woodbridge,
The earlies Greeks Schools, in Philosophical Review, Sept. 1901.
- 30 -
con questo vuol dirsi che una cotale derivazione genetica dell'universo
da uno stato primordiale o da una primitiva materia cosmogonica, non
conducesse, per via, a quelle che Aristotele, e con lui tutti i dosso-
grafi, pongono come capisaldi di quelle dottrine, la causa materiale
e sostanziale, e il principio del movimento: ma vuol dirsi che il
carattere cosmogonico è visibile in tutte queste dottrine, che Aristo-
tele stesso (Met. 982 è, 11) attesta aggirarsi ttsqì t/Jc; tov navròg
ysviiO'scog, e criticamente meglio determinabile poi in quella iniziale
di Talete (')• Certo, questa origine fisiologica del mondo sensibile, questa
costruzione del suo processo genetico, è più propria dei fisiologi ionici,
più vicini agl'inizi, che di ogni altro. Il pensiero delle scuole italiche si
volge, conformemente al loro spirito, più all'elemento permanente e
stabile nell'universo, che alla sua genesi. E se tracce di vedute cosmo-
goniche si possono pure ravvisare nell'antico Pitagorismo, e nella scuola
eleatica, dopoché Parmenide ed Eraclito, in questo concordi, contrap-
posero la conoscenza sensibile alla intellettuale ed a questa assegnarono
la legge razionale del mondo, nelle scuole posteriori rimase la ten-
denza a spiegare la formazione delle cose per via della mescolanza o
unione meccanica di elementi immutabili e senza vita. Tuttavia, i
segni di questa primitiva tendenza cosmogonica si ravvisano qua e là
anche in Empedocle e in Parmenide, traspariscono anzi da tutta la
fisiologia presofistica. Il Woodbridge (2) ha provato che il termine
gìvcng e il verbo g)V€n' nei frammenti empedoclei, contrapposto ora a
davccTov TsXsvrifj, ora a i]^og, significa « origine « nascimento; onde
il titolo degli scritti degli antichi fisici ttsqì (piasiog doveva equiva-
lere a nsQÌ ysvéaswg. E COSÌ deve dirsi dei luoghi ove Parmenide
adopera i termini (fiaig e (fveiv, tutti derivanti dalla parte del suo
poema, ove respinge le opinioni degli uomini. Onde è ragionevole il
credere che dove Eraclito ammonisce (pvffig xQvmead^ai (fiXei (Fr. 123
Diels), combatta la tendenza dei suoi predecessori ionici, i quali, male
affidandosi alla testimonianza dei sensi (Fr. 107 D.) ed ignari che la
ragione o la sapienza hanno un oggetto diverso, cioè la legge razio-
nale del mondo (Fr. 108, 41 Diels), narrano la storia del mondo
invece d'indagarne la legge razionale, a quel modo che i poeti, come
lamentava Xenofane (Arist. Khet. II, 23, 1399 è, 6), parlano d'una
teogonia, anziché definire la vera essenza della divinità.
(') Lo accenna anche FHeinze, in Ueherweg's Grundriss, IV Th., 9 ed. 1902,
p. 266.
(2) Philosophical Review, 1901. — Burnett, The Early Greek Philosophy.
Edinburgh, 1892, p. 10 e segg.
— 31 -
Se, dunque, Anassimandro, come attesta Teofrasto (Doxogr. 470,
Simplic. Phys. f. 6 r, 24,13) fu il primo ad adoperare il termine àqxrj (i),
esso non dovette adoperarlo, come già notava il Tannerj (^), nel senso
filosofico di « principio « adottato poi da Aristotele, bensì nel senso
di « iìiitium rerum » . E quanto più risaliamo alle origini del pensiero
greco, tanto più dovrà apparir chiaro questo carattere narrativo, che
ravvicinava codeste prime descrizioni della natura all'Epos eroico, quasi
fossero una epopea dell'universo.
Ora per quello che concerne Talete, questo àQxrjyéxTqq della fisio-
loo'ia ionica, (rr/r nsol (póasoìg laxoQiav) il suo pensiero per due linee
sembra congiungersi alla cultura extraellenica, all' Egitto, da un lato,
ed alla scienza astronomica babilonese, dall'altro, come pure il Gom-
perz inclina ad ammettere. E da questo duplice contatto potremo trar
luce a determinare il senso più probabile della sua intuizione cosmo-
logica. Dopo gli studi recenti non è più il caso di revocare in dubbio
ragionevolmente la conoscenza diretta dell'Egitto per parte di Talete ('').
Se anche non lo rendessero verosimile i rapporti clie le colonie ioniche
avevano coli' Egitto, specialmente dopoché Psammetico I aperse ai Greci
i porti egiziani, e la fondazione della colonia Milesia a Naucratis (*),
ce lo farebbero credere la notizia, risalente già ad uno scolare d'Aristo-
tele, della misurazione delle Piramidi da lui fatta per la lunghezza della
loro ombra (Plin. N. H. XXXVI, 12, 82; Plutarch. Sept. Sap. Conv. 147a),
e più l'altra della spiegazione delle inondazioni del Nilo, che Aristotele
ed Erodoto derivarono probabilmente da Ecateo, concittadino di Talete,
ed è da altre testimonianze espressamente attribuita a questi (Aet.
IV, 1, 1 Doxogr. 384), e specialmente l'autorità d' Eudemo, lo sto-
rico dell'antica matematica (presso Proci, in Enel. (55 ed. Friedlein),
che attesta avere egli derivati i principi della geometria dai suoi
viaggi in Egitto {tk Aì'yvnxov iX^cóv). Né importa, pel nostro scopo,
il ricercare se la geometria egizia intorno alla metà del VII secolo
fosse poco oltre avanzata da quello che richiedessero le necessità
(0 DiELS, Die Fragmznte der Vorsokratiker, p 15, Berlin, 1903.
{«) Tannery, Pour V hist. de la se. hellène. 1887, p. 97.
(») Anche il GoMPERz. Griech. Denker, 2 aufl. 1903, p. 39, riconosce la ne-
cessità d'ammettere il viaggio di Talete nell'Egitto. Cfr. Cantor, Gesch. d. Ma-
thematik, I, 1880, p. 98 e segg.
(«) Sulle scoperte archeologiche di Naucratis, cfr. Third Memoir of the
Egyptian exploration Fund - Naucratis (Part I. 1884-85) by Flinders Petrie,
London, Trubner 1886 ed. Hirschfeld, Die grùndung von Naukratis, in Rhei.n.
Museum, 42, 2, 1887, pp. 209-220. - Duncker, Gesch. d. Alterth. VI, 294.
— 32 —
tecniche dell'agrimensura da cui sorse, come credono il Bretschneider
e il TanneiT (e con essi il Burnett) (^) o non piuttosto si debba attri-
buire alla scienza matematica degli Egizi una maggiore estensione
come inclinano a credere invece il Cantor e l'Allmann {-) ; perchè, per
quanto si dica, il famoso papiro Rhind non può essere decisivo; e
nemmeno preme qui ricercare se Talete abbia fatto avanzare di molto
la geometria egizia, come farebbero credere le proporzioni geometriche
a lui attribuite, o fino a qual punto lo possa aver fatto. Quello che
pare indubitabile è che egli, come gli altri mercatanti milesì, con-
dotto in Egitto, probabilmente per ragioni commerciali, quivi avesse
occasione di allargare le sue cognizioni (3), e che solo più tardi, e
quasi già vecchio, si consacrasse alla scienza della natura (Themist.
Or. XXVI, p. 317), come fa credere anche l'aneddoto narrato da Pla-
tone (Theaet. 174 a). D'altra parte se una malsicura tradizione, e per
ragioni genealogiche C) e per le sue cognizioni nautiche, lo ricongiunge
ai Fenicii, la sua scienza astronomica, per la quale era celebrato non
da Eiidemo soltanto, ma da Erodoto, da Democrito, da Eraclito (Fr. 38
Diels) e da Senofane (Diog. L. I, 23), e di cui dette prova nella
celebre predizione dell'eclisse solare del 585, sembra indicare i suoi
rapporti colla scienza babilonese, che il Gomperz ammette avere egli
potuto conoscere in Sardi {^). E da questa stessa sorgente pare avere
altresì derivate le sue predizioni di terremoti, che gli giovarono ai suoi
scopi commerciali, e gli consentirono di poter prevedere uno straordinario
raccolto d'olive (Arist. Poi. I, 11, 1259 «6, Cic. De div. I, 111; Diels,
Fragni, der Vors. p. 10) Ad ogni modo, noi abbiamo, per così dire, la
mano libera nel ricercare gli antecedenti della dottrina fisica di Talete.
Poicliè la tradizione antica intorno ad essa era incerta, ed Aristotele ne
parla in termini sempre dubitativi (/"cwc, i'^ ùr àjioi^ivr^fxovsvovGi, ov
{lóyov) (paoiv sItisTv OccXvjv), e non per notizia diretta ; mentre poi le
fonti dossografiche danno alle semplici congetture di Aristotele valore
di notizia storica e positiva C^). Questo apparisce, come è noto, dalle
(') Farly Greek Pini., p. 17 e segg.
(2) Cantor, Geschh. d. Jl/ath., T, 117. — Allmann, Geometry from Thales to
Euklid (Hermathena, III, pp. 164-174).
(') Brktschneider, Die Geom. vor Euklides, Leipzig, 1870, pp. 35-55,
cfr. DoRiNG, Gesch. der Griech. Philos., I, 17 e segg., Leipzig, 1903.
(■*) Diels in Archiv. fiir Gesch. d. Phil., II, 165, ed Immisch, Ibid. 515.
E. Meyer in Philologus, N. F. II, 268 e segg.
C) Griech. Denker, Zaufl. 1903, pp. 39 e 422.
(^) Burnett, Early Greek Phil , p. 41. — Dorino, Gesch. d. griech. Phil. I,
22 e seg.
- 33 —
ragioni che Aristotele escogita a spiegare la dottrina di Talete «^ che
l'acqua è il principio o l'elemento di tutte le cose " {atoixsTov per
Aristotele equivalente ad àa^ì] Met. I, 3, 983 b, 6), cioè la virtù nu-
tritiva e generativa dell" elemento umido (Ib. 983 1^, 18); in ciò piìi
tardi seguito da Teofrasto e dai dossografi, che vanno ampliando il
pensiero di lui. Una simile generalizzazione e induzione sarebbe stata,
come altri ha ben notato ('), soverchiamente audace anche per quel
tempo. Ma noi possiamo tentare la ricostruzione della cosmologia di
Talete, seguendo altra via. E su questa via ci conducono due notizie
degli antichi relative a Talete. Una notizia di Aristotele ci dice che
per Talete la terra riposava sopra l'acqua (Ib. e De Coelo, II, 13,
294 a 28), come un legno galleggiante. Questa osservazione non poteva
logicamente condurre Talete a considerar l'acqua come elemento costi-
tutivo della terra (Cic. Acad. II, 18, ex aqua . . . constare omnia),
ma piuttosto a tenerla per origine e sostegno di essa. Egli deve avere
osservato, da una parte, che la terra, circondata dal mare, su questo
riposa: e quindi deve essere stato tratto ad indurre infantilmente
che dal mare, o dall' acqua derivasse originalmente ogni essere.
Di questa identificazione dell'elemento umido col mare presso gli
antichi ci è testimone Aristotele stesso (Meteorol. II, 2, 354 è, 15)
Ìk ravrr^g t/~$ ànooiag, xal 'Ao^ì^ twv vyqibv eóo^sr eivcci xal Tor
navTÒg vóccioq i) O^akaaaa. La quale notizia dimostra il fondamento
della testimonianza a cui attinge Seneca, il quale di Talete dice (Nat.
Quaest. VI, 6, 1) : totayn terram subiecto iudieat humore portari
et innari, sive illnd Oeeanum vocas, sive magnum mare. D'altra
parte deve avere posto mente all'esistenza di fiumi sotterranei, e allo
erompere delle fonti dalle fenditure del terreno, cagionate dai terremoti
(Ib. 2), i quali da altre fonti dossografiche e fors' anclie da Erodoto (^)
sappiamo avere egli derivati dall'azione delle acque marine (Aet. Plac.
Ili, 15, 1 Dox. 225. Hippol. Ref. I, 1. Senec. Ih. e III, 14); a quel
modo che nelle infiltrazioni marine oggi parecchi geologi ricercano una
delle cagioni dei fenomeni vulcanici. Notevole è anzi che il Lyell, il
grande geologo (^), accennando al divieto pitagorico, comune ai sacer-
doti egiziani, di cibarsi del pesce, lo ricolleghi secondo Plutarco (*) alla
teoria di Anassimandro sulla genesi talassica degli esseri organici, e
(') MiLHAUD, Lecons sur Vorigine de la science grecque. Paris, 1893, p. 166.
C) HeroJ. VII, 129: dati? yùQ yofil^ei Iloaeidéajyu rfjy yì)y aeieiv xxX.
(') Lyell, Principes de Geologie (trad. fran?.), I, 1873, p. 15.
(*) Quaest. Conv. VIII, 8, cfr. De h. et Os. 33.
Sezione VII. — Storia della Filosofìa. 'J
- 34 -
alla dottrina di Talete della terra come escita dal seno del mare ; dot-
trina che egli suppone derivata dalla Siria o dall'Egitto, e clie cer-
tamente gli antichi attribuiscono costantemente agli antichi Egizi (')•
Ad oo-ni modo era naturale che il mare Talete credesse infinita-
mente disteso ; e non solo orizzontalmente bensì ancora inferiormente.
Rappresentatasi la terra come natante sulle acque, non poteva supporre
la sfericità della terra isolata nello spazio, al modo di Anassimandro.
Aristotele ci parla d'un legno, Teofrasto (Aet. Ili, 15, Dox. 380).
ao"giuncye xaO^aTtsQ tà TrXaTafxciyórj xal daviówdì] sm twv vócctcov, e
Seneca, che deve attingere, checche ne dica lo Zeller {^}, da buone
fonti, poiché concorda con Aristotele (Nat. Quaest. YI, 6, I) dice Ilae
unda sustinetur orbis velut aliqiwd grande navigium et grave his
aquis, qtias premit. La quale raffigurazione della terra secondo Ta-
lete ci richiama già naturalmente l'opinione affine degli antichi Egizi
intorno a quell' isola navigante e mobile sulle acque, X^i^ig o XBfifiig,
(egiz. Chbt.) di cui parla un frammento d' Ecateo, e di cui Erodoto
assevera di non averla veduta muovere sull'acque, come attestavano gli
Egizi (Herod. Il, 156, ovrs nXhovaav oÌ'ts xivq^eXaav slóov [i^ vrjffog
TrXcoTr'f]). Ecat. Fr. 284. (Muller, Fragm. Histor. graec. II). ecrnv
à' fj vrj(foc i.istaQffir] xal nsoinXeT [ijil rov vdaTog~\ xal xivsirai ini
Tov vóarog (').
La figura della terra, circuita e sostenuta dalle acque per Talete
aderisce ancora alla intuizione omerica dell'Okeanos che recinge la
terra: poiché l'idea della terra isolata nell'aria, nel centro del mondo,
nasce con Anassimandro, escogitata per spiegare la circolazione del sole
e degli astri al di sotto dell'orizzonte. Per Talete gli astri dovevano
contornare lateralmente il disco terrestre, come troviamo dopo di lui
in Anassimene, e, prima di lui, in un frammento del poeta ionico
, Mimnermo (Fr. 12 Bergk) ove è raffigurato Helios portato sopra un
calice d'oro a fior d'acqua {Hxqov i(p' vómq) dal paese delle Esperidi
verso l'Oriente. Non aveva, dunque, bisogno di cercare quale fosse il
sostegno dell'acqua o del mare, come gli rimprovera Aristotele; che
l'acqua si prolungava al di sotto della terra infinitamente. Simplic.
Phys. 105 è, ol iièv sr ti aroi^slov vnoudèvTeg tovto cìttsiqov eXsyov
Tìh {xsyéOai, oìdneq OaXTjg fièv vówQ (che è il commento al luogo
(') Cfr. oltre i luoghi plutarchei sopra addotti, Diod. I, IO e Movers, Die
Phoenicier, I, 133 segg.
C) Zeller, P, 1892, p. 195, 1.
(3) H. DiELS, Herodot und Hekataios in Hermes, XXII, 1887, p. 420 seg.
— 35 —
d'Aristotele Phys. Ili, 4, 203 a, 16). Così più tardi Senofane si rap-
presentava la terra come prolungata inferiormente all' infinito, secondo
la tradizione esiodea, e così forse anche Ferecide, che, secondo me
non a ragione, il Diels volle ricollegare ad Anassimandro (0-
Qualunque sia però la forma della terra, tutto induce a credere
che Talete se la raffigurasse escita dalle acque o dal mare, a quel
modo che gli Egizi dicevano (ed Bcateo riferiva nella patria di Ta-
lete), che l'Egitto fosse un ówqov rov Ttorafiov (Herod. II, 5 e 15) (^).
E come la terra, originati dall'Oceano o dall'acqua primitiva dovè cre-
dere gli astri e le cose tutte, per mezzo della terra a cui sono affini
gli astri e il sole. Così almeno fanno credere, non considerate dallo
Zeller ('), alcune notizie dossogratìche della cui autorità non abbiamo
ragione di dubitare {*) come quelle che rispondono ad ogni verosimi-
glianza e concordano con tutti gli altri dati.
È ben naturale che di questa teoria nettuniana di Talete (per
chiamarla con un termine della geologia moderna) si trovino le tracce
presso gl'immediati successori di lui. Una preziosa notizia dossografica
che risale a Teofrasto, ci attesta che Anassimandro, ripetendo un concetto
del suo maestro e concittadino, della quale abbiamo sopra ragionato,
considerasse il mare quale residuo della umidità primitiva; il che è ap-
punto derivazione del principio di Talete. (Aet. HI, 16, 1. Dox. 381)
jiva^ifiavÓQOc t/;v O^ccXaaac'tv (fi^ffiv si'rm t?^? riQÓnrjg vyqaaictg
Ifiipavov (^) ; ed è probabile che già Talete spiegasse l'origine della
(') DiELS, Architì., I, 1, 1887.
(•) Arrian., De expcd. Alex. V, 6: AXyvnrov re 'llQodoTog re xcl 'Exaraìog
oi Xoyonoioi <)'Qqóv re toP xorauoP rìfi^órsgoi loadi'Tog òyo^àCovai.
C) Zeli.kr, P, 1802.
(■•) Hii'POL., Pliilos. I, 2 (Doxogr. .55.5): ìx yàQ nvrov (se. iSàxoc;) xal
&axqiav xivrjOHg yivea»(a. — Seneca, N. Q. Ili, 13, ex hoc surrexisse omnia.
Aet. Plac. II, 13. 1, (Doxogr. 341): 9aXt]g yetódìj fiév . . . tu Sargu 11,20, 9,
(Dox. 310) ysoeidi) ròv i^hov II, 26, S, yeuìSr] xijt' aeX^rtjy (Dox. 356).
(') Arist., Meteorol. II, I. 353 h, 6. Ib. 2, 355 a, 21 (Zeller, P, 220, 2; Diels,
Fragm. der Vors. p. 20). guesto residuo della ipotesi cosmogonica di Talete può aver
dato luogo all'erronea affermazione del Pseudo-Aristotele De Xenoph.915 b 22 (Diels,
Arislotelis qui Fertur De MXG. 10, Berlin 1000) che identificherebbe la dottrina del
discepolo con quella del maestro : ò fièv rtfwp eìvta cféfisi'og (ó 'Ava^ifxavÓQog) rò nRv.
— Zei.lkr, ib., cfr. Diels, ^ur Pentemi/chos des Pherekì/des, in Sitsimf/sòer. d.
Beri. Ak. 1807, p. 1-54. La tradizione di questa importanza dell'elemento umido
primitivo tra i fisici era attestata da Teofrasto Alexandr. f. 01 r.: ol fièr yào
aiirOy {rOy q)vaix6)y) {'nóksifif^cc Xéyovai xrji- MXaaaay xì]g rtQwxrjg éygóxrjxog.
{lygoV yóQ òrxog roP negl xtjv yfjf xónov xù ngara xfjg lyQÓxtjxog imo xoV fjUov
f^aTulCaaxKt ... xò de xt ainfig v7iokst(f»èy ér rof? xoikoig xónoig &ùXaxxav slffci.
xavxrjg ifjg dóStjg èytrovxo, ég laxoqet ò StóffQaaxog, 'Ava^ifiavdQÓg xe xcà Jioyé
yrjg Dox. 491 11.
— 3G —
vita e degli animali come derivante dall'acqua, a quel modo che cer-
tamente sappiamo aver fatto Anassimandro. Nel sistema cosmogonico
di Anassimandro, l'acqua ha una importanza notevole. Un'eco se
ne può trovare ancora nei frammenti di Eraclito dove è detto che
dal mare si genera la terra e l'etere infuocato (Fr. 31 Diels), e nel
mare torna la terra nel periodo delia distruzione cosmica (Fr. 28
Bvwater); dove accade notare come Clemente Alessandrino che li rife-
risce, in nome d'Eraclito, aggiunge che l'elemento umido o il mare
fosse per lui il seme d'ogni ordine cosmico {l'yQÒv rò àg anéqf^ia rf^g
óiaxoa^irjascog) ('). Così pure è a credere che le osservazioni geologiche
di Senofane sui pesci e le conchiglie marine nelle latomie di Sira-
cusa e neir isola di Paros si collegassero anche a questa teoria della
origine talassica della terra (Hippol. Ref. I, 14, Doxogr. 566, 1, vnò
Tov vyQov Xvsad^ai) ed a questo concetto del tcqùótov vyqòv (^), che
era come un ricordo della dottrina di Talete. Ed anche più chiare
tracce ne ravvisiamo ora nel frammento ginevrino di Senofane, ove il
fiéyag nóvrog è il ysvérwQ di un gran numero di fenomeni naturali (•\)
e fors'anche in Parmenide e in Empedocle C), finché le ultime riso-
nanze della intuizione taletiana si trovano, come è noto, in Ippone
il contemporaneo di Pericle {^), e forse anche nel celebre ciQiatov fitv
vdoDQ di Pindaro.
Questa persistenza d'una intuizione risalente a Talete nella tra-
dizione dei filosoft ionici è un fatto assai notevole. Quello che però
nei successori è rimasto come dottrina secondaria, nella intuizione pri-
mitiva del maestro dovea esser principale, ed avere questo senso cos-
mogonico: l'acqua o il mare fu l'elemento primordiale o il seme, il
(') Diels, Herakleitos von Ephesos. Berlin, 1901, p. 8.
(2) Karsten, Philos. Graec. vet. Reliq. I, 154. Se Diogene IX, 2, parla d'una
opposizione di Senofane a Talete, questo può riguardare il carattere generale
della dottrina.
(') Diels, Sitzungsber. d. beri. Akad. Jun. 1891, Archiv. fiir Gesch. der
Philos. Bd. IV, 4, 1891, p. 652; cfr. Fairbanks, The First Fhilosophers of Greece.
London, 1898, p. 68.
(*) Empedocl., V, 320 ss. (Mullach): . . . ovyàq fivS-o? ànóaxonog oid' ddatj-
fxojy \ ovkocpvsìg fxèf ngùiia tvnoi /S^ovòg é^ayécekXoy | àfxffotéqtxìv vSuxóg te xal
ìrhog alaav s/oi'Teg. DiELS, Fragm. d. Vors. p. 200 e segg. Cfr. Gruppe, Griech.
Culle und Mythen, p. 658 e forse Parmenide presso Diog. La.ert. IX, 22 ; dove invece
di ijXiov deve leggersi iXvog, cfr. Diels, Dox. 482, 19; Zeller. P (1892), p. 578.
{^) V. i luoghi raccolti in Ritter-Preller, Hist. phil. graecae. Ed. Sept. 1886,
I, 180. — Zeller, Diels, Fragm., p. 232 e segg. e il frammento ginevrino negli
Scoli all'Iliade in Archiv fiir Gesch. d. Philos. Ib. p. 653.
- 37 —
germe generatore delle cose. 'Aq^i], dunque, nel senso di initium. Perciò
troviamo in Cicerone N. D. I. 10, 25, Thales aquam dlcit esse ini-
tium rerum, e Plutarco chiama (Vita Omer. 22, Dox. 94) Xvówq di
Talete xoafxóyovov aroix^Tov, come in Ireneo (Haer. II, 14, cfr.
Dox. 171) è chiamata universorum generationem. Il che, del resto,
per chi ben guardi, trasparisce dalla stessa testimonianza d'Aristotele
su Talete; il quale distingue (Met. I, 3, 983^, 6) xh i^ eaxiv anavra
Tct bvxa da rò sì^ov yiy varai nqónov, cioè l'elemento sostanziale da^
principio generatore. Ora quest'ultimo è appunto il principio ammesso
da Talete, cioè l'umidità primitiva (983 b, 18, rò ò'i^ oh yiyvaxai.,
xovT sOTiv ÙQxìjv TictvTwr). Ed Aristotele stesso ci mette sulla via
per cercare l'origine e il senso originario di questa intuizione, quando
la ricollega alle antiche teogonie (tcqcotovc d^eoXoyrjCavreg) e alla
intuizione omerica, e fors'anche orfica ed esiodea (Iliad. XIV, 204, 206)
a cui pure accennava Platone (Cratyl. 402 b), di Oceano progenitore
dell'universa natura: come più tardi Cratete di Mallo richiamava ai
versi omerici (Iliad. (P 195) l'analoga concezione di Senofane ('). Ma
chi volesse far fondamento su questo per cercare gli antecedenti pura-
mente ellenici della fisiologia di Talete, avrebbe poco soccorso. Poiché
la stessa Jiòg ùnthrj omerica, clie è l'unico episodio che somigli ad
un poema teogonico ('), accenna ad un altro principio cosmogonico ;
come la teogonia esiodea poggia sulla priorità del principio tellurico
0 pone il chaos come primitivo ( ') anziché sopra l' intuizione nettu-
niana 0 talassica ; o lo stesso può dirsi sostanzialmente delle più an-
tiche cosmogonie orfiche a cominciare dalla teogonia rapsodica e dei
sistemi di . Epimenide, di Perecide e di Acusilao. E in ogni modo con-
verrebbe ricercare se questa cosmogonia greca non derivi essa mede-
sima da influssi etii*a-ellenici, tanto più che essa è stata ben presto
sostituita da altri tipi di sistema teogonico. D'altronde i poeti clas-
sici, a cominciare da Omero, si rappresentano il cielo come solido ed
anzi metallico, cióéQeog, x"^X*os, noXvxa^x^g; mentre in Talete tro-
viamo una intuizione specificamente egizia degli astri, che, come la
(') DiELS, in Archiv f. Gesch. d. Phil. IV, 4, 1891, p. 652.
(=) Gruppe, Griech. Culle uni Mythen, 1887, I, p. 614, 023 e Diels, Ar-
chiv. f. G- d. Phil. IT, p. 90. — BuRNETT, op. cit., p. 5.
(') È naturale che i dotti greci si arfjomentassero di mostrare l'origine elle-
nica della intuizione di Talete. Come Aristotele la collega alle teogonie omeriche
ed orfiche, cosi più tardi fu collegato ad Esiodo interpetrando il Chaos esiodeo
come vd(i}Q una interpetrazione che sembra risalga a Zenone di Cizio, cfr. Kern,
De ThecHjoniis, 1888, p. 86.
— 38 —
terra, navigano nel cielo, nel liquido aere. Né maggior fortuna avrebbe
chi ne cercasse gli antecedenti nelle antiche cosmogonie aryane o nelle
intuizioni indiane; poiché se nel Rig-Veda, India è figlia dell' acqua, e se
in generale questa è posta al principio delle cose, la possibilità di una
attinenza della fisica di Talete colla lontana India è interamente da
escludersi.
Ben altre affinità noi troviamo invece volgendoci alle cosmogonie
semitiche, ed a quei popoli dei quali è verosimile o certa storicamente
la notizia che ne poteva avere Talete. Quello che il Gruppe e il
Kern hanno dimostrato probabile rispetto alla infiltrazione d' intui-
zioni fenicie nelle dottrine orfiche, è forse tale anche più per Talete.
Se non che la dottrina dell'origine dell'universo dal fimo (Móìt) o
dalle acque, che troviamo attribuita al mitico Sancumiatone, e che
ha notevoli attinenze con quelle parti di Diodoro e di Plutarco che
provengono da Ecateo, sembra essere di derivazione egizia, come
già aveva riconosciuto Filone di Byblos (presso Euseb. Praep. ev.
I, 18, 1). Invece se Talete poteva aver conosciuto in Sadi, come pare,
il periodo astronomico babilonese, Saros, non può essere senza qualche
significato il trovare nell'antica cosmologia babilonese una singolare
somiglianza con quella di lui, come si può ricomporre dalle notizie
antiche. A chi guardi difatti la rappresentanza grafica che di quella
ha data l' Jensen [Die Kosmologie der Bahylop.ier, Strassb. 1890,
Taf. 4) darà a pensare il vedervi raffigurata la terra navigante sulle
acque o sul mare cosmico {Zuaba-apsù) (óaneq ^óXor )] ti toiovtov
atsQov: e al disopra, nel cielo interno, l'oceano celeste {zikuma e
ìdima) ('). La quale intuizione si ritrova anche presso l'antico Israele:
poiché più volte nel!' Antico Testamento (come nel Salmo CIV, nel
CXLVIII, Dan. Ili, 60) si parla delle " Acque Superiori del Cielo » ;
e il tehom biblico è spesso identificato colle acque (Psalm. CXXXVI).
Ma e le verosimiglianze storiche, e le testimonianze antiche, e
le affinità intrinseche ci conducono più sicuramente all'Egitto. Se anche
ci mancassero notizie delle relazioni di Talete colla cultura egizia,
basterebbe a farcele supporre quello che sappiamo sulla larga diffu-
sione di essa presso i corregionari di Talete, come Ecateo, e sui con-
tatti speciali dei Milesi coi porti e coi centri egiziani. Che Talete
abbia derivata dalla cosmogonia egizia l'idea della forza o virtù for-
(■) Anche ai piedi della figura di Marduk, il supremo dio babilonese, ritro-
vata nei recenti scavi del Koldewey ad Hillah (Iasthoow, Harper's A/agasine,
Aprii 1902), sono rappresentate le acque, simbolo dell'abisso primordiale.
- 39 -
matrice o generatrice dell'acqua quale primitivo elemento, non era
ignoto agli antichi. Ne troviamo anzi chiare indicazioni in Plutarco
e in Simplicio (^), ed è reso verosimile da ciò che sappiamo intorno
alla conoscenza che nella Ionia si aveva delle intuizioni egizie sulla
origine del Nilo e sull'oceano primordiale. « Noi sappiamo difatti da
Erodoto (così altrove io scriveva) (-), che nella Ionia correvano molte
opinioni (ló)rov yvmfxai) sulla natura del suolo egiziano e sull'origine
del Nilo, fra le quali egli cita l'opinione di Talete, quella di Ecateo,
ed un'altra attribuita ad Anassagora (^). D'altra parte lo stesso storico
ci attesta che i sacerdoti egiziani avevano in dispregio la terra elle-
nica, come quella che, non essendo irrigata da fiumi come 1' Egitto,
avrebbe corso il pericolo una volta o l'altra di restare infeconda per
aridità, dovendo aspettarsi dalle piogge, o dal beneplacito di Giove,
la propria fecondità (Ib. II, 13). Questa superba censura, alla quale
pure Erodoto sottoscrive (Ib. 14), doveva esser conosciuta da Eraclito:
poiché noi sappiamo che il geografo Ecateo di Mileto che in Egitto
era stato familiare dei sacerdoti (Ib. 143. Hec. Fr. 276), aveva fatta
sua questa loro opinione sulla condizione infelice della terra greca
(Fragm. hist. graec. I, 19, fr. 279); mentre egli, come poi fa Ero-
doto, ripetendo un detto dei sacerdoti egiziani (II, 7), celebrava
r Egitto come un dono del Nilo (Her. II, 5, 15). Questa dottrina dei
sacerdoti egiziani sulla loro terra si ricollegava alla loro cosmogonia
religiosa "•
Onde, come già sapeva Ecateo, gli Egiziani facevano derivare il Nilo
dall'immenso oceano circontiuente ('). Osiris, che venne ben presto
identificato col Nilo, è quindi per essi, secondo le notevoli parole di
Plutarco « l'universale principio e la forza dell'umidita, causa della
generazione ed essenza germinale delle cose " (^). Opinione la quale
doveva esser ben nota e diffusa in Grecia se trovasi riprodotta in un
(') Plutarc, De Is. et Osir. 34: &anEQ 9akf) (xa^orrn nag' Aiyvntlmv
tdcoQ (iQXTjy ài'daaov xal yéyeau' ri»sa9(a, cfr. SiMPLic. De Coel, II, 13. — Martin,
Mémoire sur les hypothPses astron. des plus anciens philos. de la Grece,
Paris 1878, p. 49.
{') Atti della R. Accademia di Scienze inor. e poi. di Napoli, a. 1887.
(») Herod. II, 20.
{*) MuELLER, Fragm. histor. graec. I, p. 19, fr. 278 (Herod. II, 21): ol
fxèy xai\4ìyvnjoi' IsQeTg dnò ToP neQiQQéoi'tog Ti]y oixovfiérrjy 'iìxsccpoi) rpaab'
utxóv {xòv NeDioy) ri]»' avaruau- Xait^cweiy, i'yiè? oi^èv kéyoytsg.
(*) Plutarc, De Is. 33: "Oaioty uèy ànke»? ihiaacty rfiy {jyqonoiòv ttqx¥ ^«^
óvva^iv, ahiar yeyéaewg x«l anéQuan ovaUty youl^oyreg.
— 40 —
frammento di Pindaro (0 con parole che hanno una singolare affinità
con quelle di Aristotele (Met. I, 3, 983 ^', 22) relative a Talete.
Ora la testimonianza dei più autorevoli egittologi, quali il Ma-
spero, il La Page Renouf, il Brugsch, 1' Hommel, il Wallis Budge,
e il paragone diretto del massimo documento dell'antica religione
egizia, ci offre non soltanto una generale analogia colla intuizione
fisica di Talete, quale l'han già notata il Teiclimiiller, il Tannery,
Milhaud e l'Jacobi C^), ma alcuni tratti specifici che non possono
lasciar luogo a dubbio su queste attinenze, e giovano anzi a deter-
minare il senso più preciso della dottrina del cosmologo di Mileto.
Lo indica già V analogia del modo onde Talete si raffigurava la terra
galleggiante sulle acque e la opinione degli Egizi sull'isola galleg-
giante Chembis, nota ai Milesi : lo conferma la rappresentazione del-
l'oceano celeste e della navigazione in esso degli astri, idea della cosmo-
logia egizio-babilonese, che tutti gì' indizi ci fanno credere, checché
ne dica lo Zeller, accolta da Talete e di cui trovò tracce in Eraclito
il Teichmùller (^). Come sappiamo certamente per Anassimandro e
come è naturale crederlo derivazione da Talete, anche per gli Egizi
il mare che circonda il giro della terra è un resto dell' acqua caotica
primitiva. L' Oceano, il Nilo cosmico, che distendeva la sua enorme
superficie nell' emisfero inferiore e superiore del cielo, e i cui flutti,
nel suo corso diurno e notturno, solca la barca solare, era considerato
come Nu, principio generatore della materia umida primitiva (e Nunet
neir aspetto femminile, come colei che genera la luce) (*). Gli antichi
Egizi, come osserva il Brugsch (^), si raffiguravano 1' origine del mondo
per analogia del sorgere quotidiano del sole, che, uscendo dal mare,
sveglia la vita. Nel mattino del mondo non era né il cielo, né la terra.
Cinta dalle tenebre riempiva tutto l' illimitata acqua, o Nu, che in sé
conteneva i germi del mondo futuro. Nel cap. 17 del Libro dei Morti
si chiede « chi é il più antico e grande Iddio » e si risponde Nu o
r acqua primitiva ; e questa s' invoca nel cap. L VII, 1 sotto il nome
(') HippOL., Ref. V, 7 : Aiyintw Sé xcd vììv Neìkof, iXvv ènoXinidyoy i>yQ({
ai(QXov[À.évav d^erjuóiuTi atbficua l^&vx'' dvÓL^ol.
(") Jacobi, Der altàgyptische Góttermythus in seiner Beziehungeìi zur griech.
Naturphilos., nel Philosophisches Jahrbuch, 15 Bd. 1902, pp. 49-53.
(*) Teichmueller, Neue Studien z. Gesch. d. Begriffe, II, 1878. p. 224.
(*) Brugsch, Die Religion und Mythologie der Alien Aegypter. Leipzig, 1884»
I, p. 129. — Maspero, Hist. ano. d. peuples de VOrient, 1876, p. 27.
{^) Brugsch, op. cit, I, 102. Cfr. Schiaparelli, Il libro dei funerali degli
antichi Egizi, II, 175. Torino, 1882.
41 —
di Nilo celeste, in cui Osiris- Tura compie la sua quotidiana naviga-
zione. La scena raffigurante la creazione si trova sul sarcofago di
Seti I Re ('), come nel così detto Papiro di Anhai, pubblicato recen-
temente del Wallis Budge (-). Nu, il Dio dell' acqua primordiale, ivi è
rappresentato in atto di sostenere la barca solare, e il disco solare
superiore. Nello spazio acquoso superiore è la Dea Nut o Nunet che
accoglie, ricurva, il disco solare. E la Dea Nut (o Nunet?) è chiamata
ivi " potente Signora » . Così nel magnifico inno a Ra, il Dio sorgente
dalla parte orientale del cielo, nel Papiro di Hunefer (^), questi sorge
trionfante da Nu « 1' abisso acquoso dello spazio » (the watery abyss
of the Sky).
Ma r acqua per Talete non è solo il principio, bensì il fine (TsXog)
cioè il termine ove le cose si risolvono (^). Questa notizia dossografica
è sicura; come quella che è presupposta da Aristotele medesimo
(Met. I, 3, 983 b 6: è^ ov yCyvexai tiqwtov xaì eie. o (fd^siqeiai rsXsv-
xalov). Il che implica 1' antitesi fra ciò che ha principio e fine, e ciò
che è principio e fine e perciò non ha né principio né fine; e segna
quindi il naturale passaggio al concetto di Anassimandro. Ma, quello
che più monta, indica il punto d' unione delle due serie d' opinioni
attribuite a Talete dalla tradizione antica, cioè : che 1" acqua sia sostanza
delle cose, e che tutte le cose sono animate e piene di Dei. In qual
modo si possano combinare e coordinare queste due intuizioni, la intui-
zione fisica, e r intuizione animistica e religiosa, non si sono mai do-
mandati gli storici. Intanto il nodo che le unisce è qui. Ciò che non
ha principio né fine, com'era l'acqua per Talete è il divino {d^elov).
Ippolito, nel luogo citato, continua d^sTov óè tovto slvai tò (xtjt àqxh^
piriti tsXe'vTÌiv è'xov. Il che spiega che a Talete, potesse attribuirsi la
risposta sulla natura della divinità che trovasi in Diogene Laerzio (').
Ora, che la mente del fisico di Mileto non si fosse elevata dalla
sfera del puro animismo al concetto dell' unità vivente del tutto {nàv
sfiìpvxov di Strobeo), mi pare che difficilmente possa concedersi allo
Zeller («), il quale pure cliiama la dottrina taletiana un panteismo
e) BoNOMi and Sharpe, The Alabaster Sarcophagus of Oimenepthah I
King of Egypt. London 1864, Piate XV. — Brugsch, op. cit., IL
C) Wallis Budge, The Book of the Dead. (Facsimile of the Papyri of
Hunefer, Anhai, Kerasher and Netchemet). London 1899, Piate Vili, cfr. p. 28-33.
f) Budge, Hook of the Dead, 1899, p. 3.
(♦) Plac. I, 3: sii iiffioQ nihru (Ìy(dvea9ai. - HiPPOL. Ref I, 1, (Dox. 555)
oiiog ècf.ri àqxV*' ^^^ Tiavrò? ehat xal té'Aog lò vdtDQ.
(*) DiOG. I, 36: è()i>)i^»fi5 ri ro »eìoy « tò firi re àQxfjv sxov (xi^rs rshvr^y «.
(«) Cfr. Dorino, Gesch. d. griech. Philos., I, 24 e segg., Leipzig, 1903.
— 42 -
ilozoistico. Ad unificare le forze animatrici in una unica potenza che
penetra e avviva tutto, ed attribuire alla materia primitiva natura
divina non occorreva uno sforzo di astrazione metafisica di cui fosse
incapace 1' età sua, se al fondo del politeismo popolare stava una intui-
zione panteistica, come, e molto più, nelle religioni orientali che Talete
poteva aver conosciute, in Sardi e in Tebe. Questa generalizzazione
dell' animismo è in fondo implicita nei luoghi d' Aristotele (De An. I,
5, 411 a, 7 : Kal iv t^ì oA^j óe rivsq avrrjv {tÌ]v \pvxt]v) fisfiTx^ai
(paaiv, o&sv ì'acog xal GaXTjg mtj^ij Trarrà nXrjQrj ^s&v dvai. Va. I,
2, 405 a, 19) Diog. I, 24. Che se egli la dà come congettura sua,
noi non abbiamo alcuna ragione per crederci più informati di lui. Questa
stessa persuasione apparisce in fondo anche nel luogo platonico ove si
allude certamente alla dottrina di Talete (Legg. X, 899,: B), ed è
recisamente espressa dai dossografi (0- Sarebbe, difatti, assai strano
ed inesplicabile che egli avesse attribuita l'anima alle cose partico-
lari, desumendola dai segni della lor vita e del movimento, e l'avesse
negata o non riconosciuta nell' elemento che muove tutto e di tutto
fu r origine ; che insomma non avesse fatto questa semplice induzione
che il tutto non sia anch'esso animato, e che le anime di cui son
piene tutte le cose non sien parti d'una comune anima universa.
Ora, anche questo aspetto della dottrina del tìsico Milesio ha
notevoli corrispondenze colla cosmologia degli antichi Egizi, quale ap-
parisce dai documenti. La materia primitiva, o Nu, è fornita, come ve-
demmo, di forza creatrice e di moto, è avvivata da un alito divino.
Nu è detto il più antico Dio o l'antico Nu, contrapposto al mare, al
Nilo, ai fiumi. E perciò è ciò che è al principio ed è principio (').
Lo spirito 0 l'attività creatrice è inseparabile dalla materia primi-
tiva: e come in Menfi Ptah, così Ammon in Tebe rappresentavano
codesta attività creatrice di Nu (o Rhea o acqua primordiale), la ge-
nesi delle cose dalla materia originaria. Onde è invocato cogli stessi
attributi di Nu (vedi l'Inno a Ra nel Papiro di Hunefer), e anche
quale moltiplicatore, come colui che genera innumerevoli divinità. Un
egiziano avrebbe, quindi, ben potuto dire, come Talete « tutte le cose
sono piene di Dei », e come lui t tutti gli Dei derivarono dall'acqua
(') Dox. 301 (Stob. Eclog. I, 56): ©«A^s voiiv rov xóafiov ròy »s6y, rò de
Ti&y sfxipi'xoy uua xcd óaifióvoiv nXfjQsg. Siì]xhv óé Siu roa aTotxsiéóov? tyQoV
évvafxiv de'iav xivrjtixijv avrov.
(^) Brugsch, Die Religion der Alteri Aegypter, II, 109 ss. Manetone
quindi aveva detto (Diog. I, 10) che secondo gli Egizi tÌQxv*' f^èr eìvcu ri}v vXrjv.
— 43 —
primordiale - . In ima iscrizione riferita e interpretata dal Biinsen (')
è detto : « Io sono uno degli Dei nati da Nu " : e nel Libro dei morti
(e. LXXXV, 226) si legge « Io sono Nu: nessun male mi distrugge.
Io sono il più antico dei Demoni, l'anima degli Dei, l'anima della
eternità " .
Ma nell'antica religione egizia si trova ancora l'altra intuizione,
attribuita a Talete, che nell'elemento primitivo debbano risolversi
tutte le cose: a quel modo che il sole sorto dal mare, nelle acque
discende. La quarta coppia delle divinità egiziane Nenu, Nenut (ma-
schile e femminile) risponde alla prima Nu e Nunet, ed ha la sua
sede all'occidente di Tebe, o anche nell'Ament, che è poi il luogo
ove termina il corso del sole. L'acqua è così il principio e il fine del
giro solare diurno, come della generazione ed estinzione del mondo,
ed è il principio generatore, animatore e divino, il quale, penetrando
ogni cosa, rende ciascuna cosa partecipe della sua divinità primor-
diale (').
Per tal modo le attinenze storiche colle intuizioni dell'antica
religione egizia illuminano la dottrina del primo cosmologo greco,
Talete, scoprendo il nesso fra il significato tìsico e l'aspetto religioso
di questa, altrimenti inesplicabile. Onde meglio si comprende in qual
modo a Talete, quasi a punto di partenza, si colleghi, nell'antica tra-
dizione ionica, cos'i il naturalismo di Anassimandro e di Anassimene,
come l'intuizione sostanzialmente religiosa di Eraclito: il quale se
ebbe in disdegno la polimathia di altri due corregionari, Pitagora e
Senofane, serbò, come pare, grande reverenza per l'inauguratore della
scienza greca, che alla metà del VII secolo sorge come il primo
raggio all'orizzonte ed annunzia una grande e luminosa giornata.
(•) BuNSKN. EgypCs Place in Umv. History, V, 161.
(») Di altre antiche dottrine greche, come la simbolica dei numeri dei Pi-
tagorici, e la dottrina empedoclea dei quattro elementi, si potrebbero cercare le
origini nell'antica religione dell'Egitto, (cfr. Jacobi, Philos. Jahrbuch., 15,
Bd. 1902). Ma una delle relazioni non ancora notate ch'io sappia è da cercarsi
nella singolare ed antichissima dottrina pitagorica (cfr. il mio scritto " Zu Pytliagoras
und Anaximenes » in Archiv f. Gesch. d. PhU. I, 4, 1888 : Burnett, TheEarly Greek
Philos. London 1892, e il Covotti, La Filos. della Magna Grecia, 1900, Doring,
Gesch. d.gr. Phil. 1, 112 e segg.) della respirazione cosmica. Una dottrina cosi estranea
al sistema del pensiero greco indica di per sé, non meno di quella della metempsi-
cosi, la sua provenienza straniera. Ora nel « Libro della respirazione » {ShUit en
sensen) pubblicato per la puma volta dal Brugsch nel 1851, nel papiro Kerasher
edito dal BuDGE, The Book of tiie Death p. 33 e segg. si contiene assai chiaro il
concetto della respirazione universale, e l'incontro non può essere qui accidentale.
VII.
SE GLI EGIZII
EBBERO INFLUENZA SULLE DOTTRINE DI TALETE {').
Discorso del prof. Adolfo Lasson.
Der Vergleich, den Herr Cliiappelli angestellt hat zwischen den
dem Thales zugeschriebenen Lehren iind gewissen Vorstellungen ae-
gyptischen Urspnings, hat sehr viel Anziehendes und Belehrendes. Be-
denklich macht mir der aus einigen doch ziemlicti iinbestimmten Aehn-
lichkeiten gezogene Schluss, dass die Lehre des Thales aegyptischen
Ursprung habe. Der ofter gemachte Versuch, griechische Philosophie
auf orientalische Vorbilder zuruckzufiihren, hat im allgemeinen wenig
iiberzeugende Kraft. Man hat Pythagoras rait China, Parraenides mit
Indien, Empedokles mit Aegypten, Heraklit mit Persien in geschicht-
lichen Zusammenhang zìi bringen versucht; schon in alter Zeit haben
Juden und Christen, Neupythagoreer und Neuplatoniker griechische Phi-
losopheme aus dem Orient abgeleitet : im Grunde bleibt ss doch eine
willkiìrliche Construction. Die Entwickelungen der griechischen Philo-
sophie sind auch ohne solche Annahme verstàndlich und empfangen
durch die Vergleichung mit orientalischen Vorstellungen kein helleres
Licht;.der grundsatzliche Gegensatz griechischer Wissenschaft und
orientalischer Mythen aber liisst sich nicht uberbriicken. Das scheint
nun auch von Thales zu gelten. Was wir von ihm mit Sicherheit wis-
sen, geht auf Aristoteles zuriick, und dieser macht ihn zum Urheber
imd Reigenfiihrer eigentlicher Wissenschaft. So steht Thales am Ein-
gang aller Philosophie, und das ist seine Stellung, dass er im Gegen-
satze zu Mythologen und Logographen ein streng begriftliches Problem
sich gestellt und in streng begriffliclier Form zu losen versucht hat.
Dem Aristoteles werden wir uns doch wohl anvertrauen miissen, wenn
wir uns nicht dem uugewissen Dunkel blosser Vermutungen iibeiiassen
wollen. Thales hat keine Kosmogonieen aufgestellt; er hat die Frage
aufgeworfen nach der Substanz. der Dsia. Was ist in der wechselnden
0) Seguito e complemento alla comunicazione precedente (n. VI).
- 46 -
Erscheinung das bleibende Wesen? was in der Verànderlichkeit der
Eigenschaften die verharrende Substanz? so hat er gefragt, iind darauf
die AntTvort gegeben : die Substanz ist das Wassei-. Die Fragestellimg
wie die Antwort war eine folgenschwere That; aber si e war es nicht
durch ihren etwaigen Zusammenhang mit mythischen Ueberlieferungen
der Heimat oder der Fremde, sondern durch ihren Gegensatz zu allem
Mythos. Der Begriif der Substanz war diesem Denker aufgegangen und
damit das Losungswort gegeben fiir die ganze nachfolgende wissen-
schaftliche Untersuchung. Das aber hat mit Aegypten so wenig zu thun
wie mit irgend einem anderen fremden Element. Mag Thales auch in
Aegypten gewesen sein : tiber den Begriff der Substanz konnten ihn die
Aegypter nichts lehren. Es ist dankenswert, dass der Wert, den die
Aegypter auf das Wasser gelegt haben, uns so anschaulich klar gemacht
worden ist. Die Aegypter hatten auch alien Grund. das Wasser zu
preisen, sie, deren Land nur durch die Eigentiimlichkeiten ihres Stro-
mes bewohnbar wurde. Aber das Wasser verehrt haben auch andere
Volker, und es gehòrt nicht viel besondere Einsicht dazu, um im Was-
ser die Bedingung alles Lebens zu erkennen. Hàtte Thales seine Vor-
stellung von der Bedeutung des Wassers irgend woher entlehnt, so bàtte
er sie ebensowohl von jedem anderen Volke wie von den Aegyptern
entlehnen kònnen. Aber der Satz des Thales ist ebensowenig durcii
Entlehnung aus der Fremde zu erklaren wie der bekannte Ausspruch
Pindars. Des Thales nàchster Nachfolger hat das Apeiron, die bestim-
mungslose, oder auch die unbegrenzte Urmaterie, fiir die Substanz er-
klàrt; soli er das auch aus Aegyptenland geschopft haben? oder sonst
woher? Nein; das tropfbar fliissige Element schien Anaximander noch
nicht beweglich genug, um alles Werden und alien Gestaltenwechsel
zu erklaren, und so kam er auf die Annahme, Substanz miisse das
Gestaltlose sein, wàhrend sein Nachfolger es dann w leder fiir geeigneter
hielt, die gasfòrmige Materie als die Substanz zu setzen, weil das
vòllig Unbestimmte zur Erklàrung der bestimmten Gestalt nicht aus-
reicht. Mag dem min so sein oder anders: jedenfalls ist dieser Gedan-
kengang aus sich verstàndlich und aus fremder Mythologie, aus versch-
wommener Ahnung und phantasievoller Dichtung nicht ableitbar. Und
so wird es wohl iiberhaupt dabei bleiben: das Hellenische war ein Xeues
in der Geschichte der Menschheit, der Aufgang des taghellen Gedan-
kens, und dariu waren die Hellenen schOpferisch. Das nun bezeichnet
auch die geschichtliche Stellung des Thales. Den Begriff der Substanz
und damit den Kern seines Denkens konnte er aus Aegypten nicht
entlehnen.
vili.
LA BIBBIA E LA FILOSOFIA CRISTIANA.
Comunicazione del prof. Baldassare Labanca.
Sommario. — I. Primario scopo della Bibbia. — II. Secondario scopo della Bibbia.
— ni. Se la Bibbia abbia spinto i cristiani a coltivare la filosofia. —
IV. Uso della Bibbia appresso i Padri e i Dottori della Chiesa. — V. In un
passo della Bibbia non ben tradotto si fondò il metodo della filosofia cri-
stiana. — VI. Il metodo adottato dalla filosofia cristiana la impigliò in dif-
ficoltà insuperabili. — VII. È soltanto possibile una filosofia del cristianesimo.
In questo mio scritto non si vuol fare imo studio particolareggiato
della Bibbia e della filosofia cristiana. Si tratta, invece, di considerare
la Bibbia in relazione alla filosofia cristiana, da alcuni lati piti rile-
vanti appresso i Padri ed i Dottori della Chiesa. Le mie conside-
razioni proveranno, come spero, che l'uso della Bibbia nella filosofia
non riusci sempre conforme alla natura ed allo scopo del Sacro Co-
dice. Con tutto ciò, siccome ogni cosa ha la sua stagione, e ogni azione
ha, sotto- il cielo, il suo tempo {Eccles. Ili, 1), così nel primo e
medio evo cristiano fu opportuna una filosofia ossequente alla fede re-
ligiosa, insegnata e raccomandata dalla Bibbia.
Tale sistematicismo filosofico venne costituito da un insieme di
elementi biblici, chiesastici, teologici e filosofici. Di qui nacque una filo-
sofia, la quale si stimò dalla gran maggioranza degli studiosi come
scienza, in quanto aveva il nome di filosofia, e come cristiana, in
quanto si cercava di svolgerla al lume divino della Bibbia. Siffatta
filosofia, generalmente stimata, tenne il campo intellettuale dell'umano
sapere circa dodici secoli, dalla fine del II al principio del XV secolo.
Del sicuro ingegni di primo ordine non perdonando a fatica, col-
tivarono la filosofia cristiana. Pure non riuscirono mai a superare due
principali difficoltà : sia di fondere la scienza su la fede, sia di sommet-
tere la scienza alla fede. A queste difficoltà se ne aggiunse un'altra non
— 48 -
secondaria: ed è davere fondato il metodo della filosofia cristiana sopra
un luogo della Bibbia mal tradotto, che non rendeva punto il significato
del testo originale. Da altra parte tutti convengono che il metodo de-
cide dei risultati, veri o falsi, di qualunque scienza.
Oggi si giudica, non si disprezza la filosofia cristiana. Come di-
sprezzarla, se nelle due epoche in cui si coltivò, rese non pochi ser-
vigi alla vita, ed alcune questioni filosofiche seppe trattare, se non con
indipendenza, con molta acutezza? Oggi si riconosce dai migliori cri-
tici che la Bibbia è fondamento della religione, non della filosofia.
Questa deve studiare un altro libro, quello, cioè, della natura, mediante
le esperienze e la ragione.
Con ciò non vo' negare che possa darsi anche una filosofia intorno
alla fede cristiana ; ma questa filosofia non è più la filosofia cristiana,
nel senso e nei limiti riconosciuti dalla Patristica e dalla Scolastica.
Sarà, invece, una filosofia del cristianesimo, che studierà con critica le
idealità razionali e morali del fatto storico della fede cristiana, per
ammetterle o respingerle davanti al tribunale della scienza.
Queste ed altre cose verranno approfondite possibilmente nel mio
lavoro, che, dopo il breve preambolo, dividerò in tanti paragrafi, per
isvolgerlo in modo perspicuo, sobrio ed ordinato.
I.
P limar io scopo della Bibbia.
La raccolta dei libri, scritti da circa quaranta autori, incominciò
a chiamarsi nel secolo V Bibbia, dal greco r« ^i^Xia, cioè i libri.
Qualche accenno al potersi così chiamare essa raccolta leggesi in Da-
niele (IX, 2), e nell'epistola agli Ebrei (X, 7). Ancora alla stessa rac-
colta si applicò la denominazione in generale di Scritture, spesso ri-
cordata in tal guisa dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Tutta, poi, la
raccolta consta di 67 libri; de' quali appartengono circa 40 all'Antico
Testamento, e 27 al Nuovo Testamento.
Questi diversi libri sacri hanno contenuto diverso. Alcuni narrano
storia, alcuni espongono dottrina, altri sono poetici, o profetici, o bio-
grafici. Se non che, tutti mirano alla morale degli uomini, in modo
implicito od esplicito. La morale a cui sono tutti indirizzati, non è
filosofica, non è scientifica, bensì è religiosa; essendo raccomandata e
comandata in nome di Dio. Perciò tutti i libri, detti in generale sacri.
— 49 —
vennero considerati o come Oracoli di Dio (1* Piet. I, 23: Ebrei,
IV, 12), 0 come Parola di vita divina [Filipp. II, 15), o come Parola
di grazia divina {Atti, XX, 32), o come Parola santificatrice dei cuori
umani, ed educatrice ad ogni buona opera {Isaia, Vili, 20; Salmi,
CXIX, 1, 2, 33, 35, 81, 97, 113, 121, 130; Eom\ X, 17; Ffesi,
V, 26; Mrei, IV, 12; Giov. XV, 3; XVII, 17, 20), o come Libri
efficaci ad edificazione e santificazione religiosa, o come Divina lam-
pada allumano sentiero, rilucente in luogo oscuro {Sai. CXIX, 105;
Giov. V, 39; Atti, XVII, 55; 2^ Tim. Ili, 15-17; 2» Piet. I, 19-21).
La Bibbia, dunque, viene raccomandata non per uno scopo teoretico,
ma per uno scopo pratico, altamente morale e religioso. Ivi leggesi
ancora: « La legge del Signore è perfetta; ella ristora l'anima; la te-
stimonianza del Signore è verace^ e rende savio il semplice; gli sta-
tuti del Signore sono diritti, e rallegrano il cuore « {Sai. XIX, 7, 8).
Ivi altresì è detto : « Ogni Scrittura è divinamente ispirata ed utile ad
insegnare, ad arguire, a correggere, ad ammaestrare in giustizia, affinchè
l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per qualunque buona opera »
{2* Tim. Ili, 16, 17). Aggiungesi: i^ Tutte le cose che furono innanzi
scritte, furono scritte per nostro ammaestramento » {Pom. XV, 4).
Perciò si consiglia a tutti i fedeli « di investigare le Scritture, giacché
per esse raggiungesi il nostro supremo fine, eh' è la vita eterna e beata
■{Giov. V, 39; 1* Piet. I, 55)".
Per la morale non religiosa esistono altre manifestazioni a tutti
palesi. Le più importanti sono quelle dell'umana coscienza, della natura
in generale, e della storia ; mercè delle quali ogni persona può discer-
nere il bene dal male, il mirabile dall'orribile, il magnanimo dal mal-
vagio {Pom. I, 20; II, 14, 15; Atti, XIV, 15-17; XVII, 22-27). Queste
tre manifestazioni costituiscono la morale universale umana. Desse
sono perfezionate da rivelazioni speciali, comunicate da rivelatori spe-
ciali a nome di Dio, per informare alcuni popoli in modo eccezionale
di quel eh' è giusto e santo davanti a Dio e agli uomini. Ora appunto
la Bibbia conserva queste speciali rivelazioni di geniali benefattori
•dell'umanità, per piegarla a virtù perfetta, preparata dal pentimento
e dal ravvedimento.
Lo stesso fine sommo della Bibbia, implicito od esplicito nei di-
versi libri che la compongono, si par manifesto da altre prove inne-
gabili che essa porge a chi la medita con intelletto d'amore, e la
studia senza preconcetti filosofici e teologici. Diamo alcune di queste
prove, oltre a quelle arrecate. La Bibbia distingue gli uomini non in
■dotti e indotti, o in colti e incolti, o in istruiti e ignoranti ; ma in
Sezione VII. — Storia della Filosofìa. 4
— 50 —
buoni e cattivi, o in santi e perversi, o in fedeli e infedeli, o in figli
di Dio e figli di Satana, o in puri e impuri di cuore. Rispetto alla
religione cristiana distingue gli uomini o in renati e santificati nel
Cristo e in accecati e invasati dal Diavolo e dal Mondo {Efes. II, 10 ;
1» Cor. I, 2).
Questa biblica maniera di classificare gli uomini conduce al ri-
sultato importante, che se in molte altre indagini si considerano gli
uomini nelle loro opposte qualità animali e mentali, nella Bibbia, in-
vece, si rimirano nelle loro opposte qualità morali e religiose. Ciò
riconferma che lo scopo primario della Bibbia è morale religioso, Perchè?
Perchè nella Bibbia si espongono soltanto quelle verità che possono ren-
dere l'uomo buono, santo e virtuoso, secondo Dio e il suo Cristo.
Tutte le esortazioni della Bibbia si riferiscono non all'umano sa-
pere, bensì all'umano operare, afiìnchè sia conforme alla fede di Dio
e del suo Cristo. Ad ogni capitolo, quasi ad ogni versetto, specie
nelle Epistole del Nuovo Testamento leggonsi esortazioni morali. Si
esorta a sopprimere ogni fallo ed ogni peccato, a far bene e cammi-
nare per diritti sentieri, a conservare la pace con tutti, ad essere pa-
zienti, a non sospettare gli uni contro gli altri, a compatirsi gli
uni e gli altri, ad amarsi gli uni e gli altri, a non fare agli altri
quello che non si vuole fatto a sé stesso, ad essere perfetti com' è
perfetto Dio eh' è nei cieli, ad imitare con le pure intenzioni e le
buone azioni Gesù Cristo. Insomma, è scopo supremo delle esortazioni
bibliche non la scienza, bensì la moralità degli uomini. I quali pos-
sono conseguire essa moralità, se conducansi da esseri non animali,
sì spirituali; giacché un uomo animale non riceve le cose dello Spi-
rito di Dio, auzi sono per lui una stoltezza (P Cor. II, 14; Rom.
VIII, 5-7).
Le glorificazioni della Bibbia sono, com' è naturale, consone alle
esortazioni morali religiose. Per fermo, da cause morali religiose non
possono derivare che effetti morali religiosi. Molti esempi, infatti, di
glorificazioni si riportano nell'Antico e Nuovo Testamento. Una sufli-
ciente numerazione di esse leggesi nell' Epistola agli Ebrei. Quivi,
cominciando da Abele ed arrivando a Cristo, vengono lodati e glorificati
tutti i fedeli che vissero secondo la santa volontà di Dio (cap. XI, XII).
Essendo stata scritta la Bibbia a nome di Dio, eh' è magnifico
in santità [Esodo, XV, 55), eh' è il Santo per eccellenza (Lev. XIX, 2;
Sai. IC, 9), che ha il nome di Santo {Isaia, LVII, 15), e che per
tutti è il Padre Santo {Giov. XVII, 55), non poteva non avere a scopo
supremo la santità degli uomini. Cioè doveva ottenere che costoro fos-
— si-
sero santi, come Dio è santo (1* Piet. I, 16) e come Cristo è il Santo
di Dio {Lue. IV, 34; Apoc. IH, 7). Non sarebbe difficile a provare
che ancora altri libri sacri di altre religioni mirano alla moralità
dei popoli, come ad ultimo e preferito fine; ma ima tale comparazione,
pur utile, non è necessaria al nostro argomento.
II.
Secondario scopo della Bibbia.
Oltre alla santificazione degli uomini, eh' è lo scopo primario
della Bibbia, è in essa contenuto ancora uno scopo secondario? Non
vi ha libro al mondo che non contenga un fine subordinato, all' in-
fuori del fine supremo. Di questo fatto è ragione che lo scrittore, nel
proporsi un oggetto per la sua opera, è costretto a considerarlo in
relazione ad altri oggetti che hanno con quello affinità di tempo, o
di luogo, e, quel ch'è più, di materia. In altri termini, lo scrittore
che mira ad un segno, non può non guardare anche alle altre cose che
circondano il segno a cui egli mira. Tanto più questo accade, se il libro
sia una raccolta di libri scritti da vari autori, e in vari tempi, come
appunto è il caso della Bibbia.
Or bene, se uno scopo secondario non può negarsi per la Bibbia,
domandiamo qual' è questo scopo ?
I dogmatici, a tutto il medio evo, e molti di essi, anche dopo
il medio evo, si adoperarono a cercare nella Bibbia la vera storia, la
vera scienza, la vera politica del genere umano. Si fanno ancor oggi
pubblicazioni inconcludenti nel proposito. Ad esempio, alcuni si sfor-
zano tuttavia di conciliare la Genesi con le scoperte scientifiche della
geologia, della paleontologia, della biologia e dell'astronomia; non vo-
lendosi persuadere che la Genesi è un libro non di scienza, ma di
edificazione religiosa, indirizzata a sublimare l'anima verso il Creatore
del cielo e della terra. Tutto il racconto de' solenni momenti della
creazione non ha valore scientifico di sorta. Tali momenti sono sim-
bolici, composti con l'intento che il Creatore buono, ha fatto tutte
le cose buone, e che dopo sette momenti (giorni) riposò {Gen. 1, 31).
Nella stessa Genesi non manca qualche allusione contro l'umana
scienza. Adamo ed Eva si conservarono giusti ed innocenti, finché non
apersero gli occhi, ed acquistarono la scienza del bene e del male,
che costituì la loro disgrazia e rovina {Gen. II, 7, 22). Insomma, la
— 52 -
scienza non favorisce la nativa e istintiva bontà umana; perciò la
Bibbia, sin dal suo primo libro della Genesi, non approva e loda la
scienza, contraria al sommo intento religioso del cristianesimo co-
stituito dalla sua Magna Carta della moralità.
Antonio Stoppani, valente naturalista, fece sforzi vani ad accor-
dare la scienza zoologica con la Genesi {Il dogma e le scienze po-
sitive, Milano 1887). Per opposto Giovanni Schiapparelli, insigne
astronomo, ben prova in una sua ultima pubblicazione, che l' indirizzo
dei libri biblici è essenzialmente religioso: non sono essi dettati per
concezioni e speculazioni scientifiche (Z'as^ro^omm neW Antico Testa-
mento. Milano 1903).
Per una eccessiva ammirazione, anzi venerazione, si volle fare
della Bibbia, per molti secoli, un' enciclopedia storica, scientifica e
politica. Del resto, non può mettersi in dubbio, che molti rispettabili
storici, scienziati e politici se ne servirono, considerandola nei loro
studii come il libro dei libri, che conteneva tutte le verità divine ed
umane. Ancora non può revocarsi in dubbio, che varie opere storiche,
scientifiche e politiche, apparse nel medio evo, fondate in gran parte
nella Bibbia, molto si apprezzarono, e molto giovarono alla educa-
zione dei popoli, in mancanza di indagini speculative e critiche. Ag-
giungo in ultimo, che alcuni Stati ebbero equo governo per influssi
biblici, e con leggi cavate dalla Bibbia.
Né di questi fatti è da maravigliare. Ogni volta che un libro
acquistò universale ammirazione, subito i chiosatori s'ingegnarono di
scorgervi tutto il passato e l'avvenire dell'umano pensare ed operare.
Informi la Divina Commedia, tanto stiracchiata, anziché interpretata
a dovere, per la voglia di rinvenirvi tutto il passato e l'avvenire.
Gli scrittori biblici hanno inteso di porgere agli uomini un co-
dice morale religioso ; pure, a volte si sono giovati della storia, della
scienza e della politica ad doceadum, cioè a dare esempi di mora-
lità e di religiosità ai popoli; in guisa che lo scopo secondario do-
veva servire per confermare ed adornare lo scopo primario. E valga
il vero : la storia si trova nella Bibbia scompagnata da molti interessanti
particolari, che la rendono lacunosa e difettosa. Inoltre, è accompagnata
con parecchie licenze, che non si permetterebbe uno storico di pro-
fessione. Non va esente da errori, da contradizioni fra alcuni racconti,
da interruzioni cronologiche e da altre imperfezioni. Ad es., alla storia
della creazione assegnansi non più che sei giorni ; perchè allo scrittore
sacro interessava il simbolismo religioso della settimana. Per altro
simbolismo religioso vengono i patriarchi ristretti a dieci, da Adamo
— 53 —
a Noè, e a dieci da Noè ad Abramo; laddove il numero ne fu
maggiore, certamente. Anche si raccontano dieci piaghe dell' Egitto ;
probabilmente furono meno di dieci. Ed il numero dieci — dico di
passaggio — s' introduce nella storia della Chiesa, per iscopo religioso,
in ordine alle persecuzioni, da Nerone a Diocleziano (Agostino, De
civ. Dei, XVIII, 32).
Ormai, neppure dotti dogmatici possono sconoscere nella Bibbia
lacune, iaterruzioni e contradizioni insuperate e insuperabili; ad es.
quelle tra le due genealogie di Matteo e di Luca. A queste varie defi-
cienze storiche aggiungasi che spesso la narrazione viene nella Bibbia
idealizzata a scopo religioso. Di qui i critici sono costretti a non cu-
rare alcune parti di essa, e talvolta ancora a non tener conto di una
intera narrazione, come quella di Giuditta.
Non solo la storia, ma eziandio la scienza è sacrificata nella
Bibbia in su l'altare della religione. Di fatto, la scienza che vi si ri-
conosce, è soltanto quella che giova alla santità degli uomini. E dessa
è la scienza sacra, che consiste nello scoprire non i misteri della na-
tura, bensì i misteri di Dio. Perchè in questi misteri, giusta gli
scrittori biblici, sono nascosti tutti i tesori della sapienza {Colos. II,
2, 3): sapienza che sopravanza ogni conoscenza (^5/^5. Ili, 19), e che
crea in noi le principali virtù religiose della fede, della speranza e
della carità (1* Cor. XIII, 13).
La Bibbia fa mal viso alla scienza umana, come vedesi dai luoghi
che qui riproduco. Chiamala, per disprezzo, profana, e, peggio sa-
pienza carnale (2* Co7\ I, 12). Aggiunge che gonfia, e non edifica
(1* Cor. Vili, 1), e che appo Dio è stoltezza e follia (P Cor. I,
20, 25; III, 19). Contro gli scienziati che credono saper qualche cosa,
afferma che non sanno nulla, se non sappiano le cose di Dio e di Gesti
Cristo (1* Cor. VIII, 2, 6). Si dichiarano, inoltre, invaniti nei lora
ragionamenti ; e, di più, dicendosi esser savii, son divenuti pazzi
{Jiom. I, 21, 22).
Si raccomanda caldamente di non perdersi in lunghe indagini
genealogiche, le qual producono questioni inutili, anzi che edificazione
in Dio (1* Tim. I, 4, 7); di schivare le profane vanità di parole, le
contradizioni, e le questioni scempie della scienza (1* Tim. VI, 20;
2* Tim. II, 23) ; di non operare secondo la vanità della mente, e di
guardarsi dal cadere in preda della filosofia (Efes. IV, 17; Coloss. II, 8).
Secondo la Bibbia, l'uomo spirituale non deve vergognarsi dell'evan-
gelo di Cristo, unica potenza a salute d'ogni credente, ed unica ma-
nifestazione dello spirito di Dio {Mom. I, 16; 1* Cor. II, 4). In
— 54 —
sostanza, pei- la Bibbia, è solamente vera la sapienza sacra che re-
stringesi in precetti, e consigli religiosi. Il che manifestasi più e più
nelle epistole paoline, le quali contengono un risoluto disdegno della
ragione e della scienza umana, e un brillante elogio del sapere sano,
persino della pazzia per la fede cristiana.
Anche la vera politica, per la Bibbia, non è quella umana, o,
come dicesi oggi, laica, che va in cerca delle cose del mondo, non
delle cose di Dio. A parlar vero, può discorrersi di politica rispetto
all'Antico, non rispetto al Nuovo Testamento. Nell'Antico si resta
nel giro della vita politica, che può dirsi religiosa, in quanto il go-
verno viene esercitato in nome di Dio, che protegge contro gli oppres-
sori e i depradatori il popolo ebraico. Nel Nuovo Testamento la scena
cambia interamente. Distinguesi recisamente il regno politico del mondo
dal regno religioso di Dio.
Il nuovo codice, a differenza dell'antico, intende promulgare leggi
religiose, non politiche ; il regno di Dio e del cielo, non il regno del
mondo e della terra. Nel nuovo codice non si proibisce di rendere a
Cesare quello che appartiene a Cesare, ma si raccomanda a preferenza
di rendere a Dio quello che appartiene a Dio {Matt. XXII, 21;
Lue. XX, 25). Rendendo a Dio quello eh' è di Dio, le altre cose ne-
cessarie per questa terra saranno date, per giunta, agli uomini
{Matt. VI, 33). La politica venne esclusa, senza dubbio, dal Nuovo
Testamento, considerato nei suoi sommi e massimi principii. Vi entra
come una conseguenza secondaria per chi rispetta quello che è giusto
appo Dio e appo gli uomini.
Per Gesù, l'anima vale più che il corpo, la vita spirituale più
che la vita materiale, il tesoro del cielo più che il tesoro del mondo
(Ib. VI, 19, 20, 28, 25). In conclusione, egli ritiene che come nessuno
può servire a dovere due padroni, cosi nessuno può servire a Dio e a
Mammona, cioè alla religione e alle ricchezze del mondo. Insomma, la
missione di Gesù è stata religiosa, non politica, e così l'indirizzo pre-
dominante nel Nuovo Testamento è religioso, non politico, a differenza
dell'Antico Testamento.
Tutto ben ponderato, può affermarsi con sicurezza che i cenni sto-
rici, scientifici e politici che si trovano nella Bibbia, più copiosi
nell'Antico che nel Nuovo Testamento, sono sempre toccati in modo
subordinato alla fede in Dio, sempre in omaggio alla fede in Dio, che
deve formare la costante speranza e la vera salute de' popoli. Perciò
tutte le esortazioni e le glorificazioni bibliche si riferiscono, come si
è visto, agli operatori del bene, secondo la fede in Dio. In guisa che
- 55 —
nella Bibbia signoreggia assoluta la fede in Dio, a cui devono tutte
le cose sottostare, massime le estrinsecazioni dello spirito umano.
Ora, che cosa è la fede nella Bibbia? Nell'Antico Testamento non
ricorre la parola fede. Altre espressioni vi alludono. Iddio comanda
agli Ebrei di riguardare a Lui, per essere salvati {Isaia, XLV, 22) ; di
attenderlo con fiducia {Sai XXVII, 14; Ahac. II, 3); di sperare in
Lui, che perseguiterà i loro nemici {Nah. I, 7, 8). Nel Nuovo Te-
stamento la parola fede ricorre spessissimo; n'è, anzi, il tema fonda-
mentale. E viene considerata in generale quale sostanza di cose spe-
rate, e soggetto di cose invisibili {Ebr. XL 1). Il che Dante ripete
in questi versi:
Fede è sustanza di cose sperate,
E argomento delle non parventi.
(Par. XXIV)
Ciò in generale; in particolare il soggetto della fede consiste
nelle verità insegnate da Gesù Cristo. Le quali devono accettarsi con
fiducia, e formare la sola speranza de' cristiani {Matt. VIII, 10;
Criov. Ili, 16; Atti, VI, 7; Rom. I, 5, 16; Gal I, 23; Giuda, V, 3).
Le verità, poi, che insegna Gesù Cristo sono invisibili. Chi ne
dubita, è di poca fede {Matt. XXI, 21; 2* Cor. IV, 18; V, 7;
Giac. 1, 8; Ebr. XI, 1). Delle volte i discepoli dubitarono, come abbiamo
un esempio nel racconto di Toma {Giov. XX, 24-28); ma il Maestro
avverti che sono « beati coloro che non hanno veduto, ed hanno cre-
duto (Ib. XX, 29). E Giacomo riconferma il detto di Gesù Cristo là
■dove sentenzia che chi sta in dul)bio rispetto alla fede, è simile al
fiotto del mare agitato dal vento (I, 6).
Da tutte le cose esposte è necessità inferire che la Bibbia esclude
la scienza umana; perchè esclude il dubbio ed il visibile, senza dei
■quali non può sussistere l'umana scienza; e perchè tutti i luoghi della
Bibbia arrecati fino ad ora ordinano all' uomo di fede di non curare,
anzi di disprezzare, la scienza umana, come cosa inutile e, quel ch'è
più, pericolosa per la eterna felicità. Ciò nonostante i Padri e i Dottori
della Chiesa non furono tutti, da siifatto punto importantissimo, dello
stesso parere.
Alcuni accettarono senza riserve i pronunziati biblici; quindi ten-
nero l'avviso che la fede religiosa è tanto più meritevole, quanto
meno se ne indagano le ragioni. Altri opinarono, essere, se non ne-
■cessario, utile indagarne le ragioni. I quali pur convenivano, non potersi
tutte rinvenire e capire dalla corrotta e limitata mente umana. I se-
-se-
condi, a differenza dei primi, furono i cultori della filosofia cristiana.
Ora da quale delle due parti sta il torto? Si vedrà via via, conti-
nuando nel nostro argomento.
III.
Se la Bibbia abbia spinto i cristiani a coltivare la filosofia.
Essendo la Bibbia, come si è provato, un codice religioso dì
leggi morali, rivelate da Dio mercè dei suoi eletti ministri, con l'ob-
bligo di credervi senza previi dubbi e ragionamenti, non poteva la
Bibbia, per sé stessa, spingere i cristiani a coltivare la scienza fi-
losofica.
Piuttosto ne li doveva respingere, acciocché non s'infarcissero i
dettati biblici — semplici e perspicui — con sottili e complicate
disputazioni filosofiche. Bastava che i dotti cristiani scrivessero libri o
catechetici (istruttivi), o parenetici (esortativi), o didascalici (educativi),
per raggiungere lo scopo della santificazione, a cui era destinato il codice
divino. Bastava, inoltre, che la classe dirigente facesse, a nome della
Bibbia, comunicazioni epistolari e pastorali, per la maggiore pro-
pagazione del Cristianesimo. In conclusione, della filosofia, di questa
scienza piena zeppa di questioni complicate ed arruffate, si poteva,
anzi si doveva, fare a meno, rispettando il verbo biblico.
In altro mio scritto ho affermato, che « fu piuttosto una sven-
tura per il Cristianesimo di essersi propagato, la prima, volta fra due
popoli civili, il Greco e il Romano. 11 Cristianesimo, tra popoli in-
civili, avrebbe potuto effettuarsi con minore difficoltà, con maggiore
indipendenza, e con la primitiva schiettezza e purezza » (^). Della
mia affermazione abbiamo doppia conferma storica: una contempo-
ranea, considerando gli ostacoli ed i pericoli gravissimi in cui s" im-
battono le missioni cristiane fra i popoli civili, più che fra quelli
incivili; una remota, in quanto che si resta perplessi a decidere, se-
nei primi cinque secoli sieno stati maggiori o gl'influssi del Cri-
stianesimo sul Paganesimo, o gì' influssi del Paganesimo sul Cristiane-
simo.
Pure, mi si objetterà che Paolo, il grande apostolo, agognò, tra
le sue principali aspirazioni, di annunziare il novello verbo religioso'
(') Labanca, La feiagocjia e la storia, p. 8. Roma, Paravia, 1894.
— 57 —
in Atene e in Roma, i due grandi centri della civiltà greca e romana
{Atti, XVII, 16-33; Rom. I, 10-15). Sì, cotesto è vero, ma pur
vero che Paolo fu costretto a molte lotte, per raccomandare ai due
popoli il novello evangelo. Fu talvolta obbligato a servirsi della loro
sentenze poetiche e filosofiche, per accreditarlo in mezzo a loro,
eh' è quanto dire servirsi di ciò che dispezzava nel suo cuore. Fu, a
dir breve, sforzato a filosol'are, mentre di filosofia non voleva sapere
in ossequio alla fede; giacche è mestieri filosofare, per negare e di-
sprezzare la filosofia, cosi come per abrogare delle leggi, è necessità
emanare altre leggi. Insomma, una volta propagato il Cristianesimo
tra popoli che coltivavano la filosofia, non si poteva non filosofare dai
banditori della novella fede. Tutto stava in esaminare come fosse pos-
sibile una filosofia per i cristiani.
Non occupandoci, ora, del come sia possibile, ripetiamo che, pe-
netrato il Cristianesimo tra popoli civili, specialmente per l'opera di
Paolo, con la risoluta intenzione di rialzare una civiltà decaduta e
corrotta, era inevitabile per i cristiani filosofare in mezzo a coloro
che da più tempo e con passione coltivavano la filosofia. Ancorché
i cultori della filosofia pagana non avessero fatta opposizione di sorta
alla novella fede, i cristiani non potevano esimersi dal filosofare, per
dimostrare a coloro che filosofavano che quella pur era una sapienza
{ao(fia) degna di amwe (yi'Aog), di gran lunga superiore alla sapienza
greca e romana. Alcuni scrittori, infatti, chiamavano la religione cri-
stiana filosofia {(fiXoaotfiav) ed il cristiano filosofo {(filoaoffìóv) (').
Affcriiingasi che i cristiani avevano un esempio meraviglioso di
filosofare nella religione giudaica, con la quale la cristiana si era,
per molti rispetti, trovata in relazione. Il celebre Filone aveva, con
interpretazioni allegoriche, scoperto nell'Antico Testamento un conte-
nuto filosofico. Gli scrittori cristiani stimarono bene d' imitarne l'esempio,
continuando a professare filosofia, ed applicandola al Nuovo Testamento,
con spiegazioni allegoriche, adoperate specialmente da Origene.
Ancora altre varie cagioni indussero i cristiani a coltivare filo-
sofia. Parecchi scrittori, prima di convertirsi al Cristianesimo, erano
stati filosofi. Diventati cristiani, misero in rilievo le verità morali e
ideali della loro fede mediante la filosofia. Tanto più vennero spinti
a far uso della filosofia, in quanto che si propagava la fede da loro
abbracciata in mezzo ai due popoli greco e romano, cultori da tempo,
come ho detto, della filosofia. Vi ha di più. Alcuni dotti greci e ro-
(«) R. Meyer, First lessons in the Science of the Saints. London, 1902.
- 58
mani s" ingegnarono a compiere una riforma della religione pagana col
sussidio della filosofia. Tale tentativo riusciva assai funesto alla re-
ligione cristiana ; perchè da coloro si adoperava la filosofia sotto doppio
aspetto: come difesa della religione pagana; come offesa della religione
cristiana. A tale duplice intento rivolsero la filosofia i pagani scrit-
tori Celso, Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Luciano di Samosata ed
altri. Di qui la necessità di opporre filosofia a filosofia, cioè la filo-
sofia cristiana alla filosofia pagana. Come la filosofia pagana era apo-
logetica, nel difendere la religione pagana, e polemica, nell'offendere la
religione cristiana ; così la filosofia cristiana fu, negli esordii, apologe-
tica, nel difendere la religione cristiana , e polemica, nell'offendere la
religione pagana. La filosofia cristiana fu, da principio, non altro che
la dialettica applicata alla religione, usata nella sua gemina funzione
difensiva ed oifensiva, o, come dicesi in logica, ginnastica ed agoni-
stica. In fondo in fondo, la filosofia cristiana era una critica opposta
alla critica della filosofia pagana.
Avverto, ed è bene avvertirlo, che la filosofia antica, greca e ro-
mana, non fu tutta pagana, cioè religiosa, e che la religione in Roma
non si disse da principio pagana. Prese tale denominazione tardi,
nel IV secolo, quando si concentrò nelle campagne, appresso i jmgam,
cioè persone da villaggi. La filosofia fu, a ver dire, parte ossequente
ai miti religiosi, parte da essi indipendente, del tutto sperimentale o
razionale. Io ho adoperato ed adopero la parola pagana, per la reli-
gione e per la filosofia antica, in cambio della parola gentile, secondo
l'uso invalso, e per causare equivoci sul significato odierno della parola
gentile.
Ciò avvertito, continuo ad esporre altre cagioni che eccitarono i
cristiani a coltivare filosofia, senza che la Bibbia ve li consigliasse,
e tanto meno ve li obbligasse. Alla filosofia pagana si aggiunse un'altra
filosofia, ch'era una mescolanza di sapere antico e di creder nuovo, e
che interpretava la nuova fede in una maniera non consentita dal
maggior numero dei cristiani. Indi la necessità della lotta fra consen-
zienti e dissenzienti, detti i primi ortodossi e i secondi eterodossi, od
eretici.
I dissenzienti clie ponevano in serio pericolo la nuova fede, si
dissero filosofi gnostici: giusto perchè si sforzavano di opporre alla
religiosa cognizione {yvwaiq), da molti assodata ed affermata, un'altra
religiosa cognizione {yvSìaig). I primi dissenzienti incominciarono con gli
Apostoli. Paolo ne avverte Timoteo (P, I, 4, 6, 20), e Tito (I, 10, 11,
14, 16). Ancora l'apostolo Giovanni vi allude nelle Epistole (1% IV, 1-6).
— 59 —
Se non che, gli Apostoli non intesero promovere tra i convertiti cristiani
ima filosofia: a loro consigliano e raccomandano di stare fermi, con
fede e carità, nell'evangelo ricevuto (1* Tim. I, 5, 19; Tito, II, 1;
1* Giov. IV, 4, 5).
Col tempo fu necessario opporre ai dissenzienti una filosofia;
giacché essi non si restringevano ad annunziare e insinuare un'altra
dottrina, diversa da quella promulgata dagli Apostoli, consentita dai
Padri apostolici Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia, Policarpo
di Smirne, Erma ed altri. Convinti i dissenzienti che l'Evangelo
era un fatto storico, in cui doveva scoprirsi un ideale universale, si
diedero a ricercarlo mediante indagini filosofiche, acciocché il fatto
storico del Cristianesimo potesse trasformarsi in un vero filosofico, o
promulgarsi a un tempo come fatto storico e vero filosofico.
Dopo il lavoro su lo gnosticismo del Baur, sono apparsi in Ger-
mania, in Inghilterra e in Francia altri lavori su lo stesso argomento.
Io non devo trattare, neppure tratteggiare il complicato oggetto. A me
importava notare che per i cristiani fu altro eccitamento a filosofare
lo gnosticismo eterodosso di Basilide, di Valentino, di Marcione e di
altri. I primi Padri della Chiesa che opposero uno gnosticismo
ortodosso a quello eterodosso furono Ireneo, nell'opera : "EX€y%6<; xaì
àrazQOTTtj rì^g ipsvówvvuov yoóìaeuìg, comunemente detta Adversus
haereses; Ippolito, nel suo scritto scoperto nel 1842: Kaxà naa&v
ccQèaswv i'Xsyxog, per lo più detto Pilosofumoni {(Piloaofpovfxsva);
Tertulliano, nel suo studio: Adversus Valentinianos, nel quale cita
spesso Ireneo (').
Un'altra cagione infervorò i cristiani a professare filosofia. I pa-
gani volendo mettere in discredito la religione cristiana, disprezzavano
i cristiani, come una folla di idioti e di plebei. Tale accusa scaglia-
rono contro di essi Celso, Porfirio, Giuliano l'Apostata ed altri pagani.
Alcuni cristiani vollero mostrare, di fatto, che avevano saputo essere
non solo religiosi, ma ancora storici, esegeti e filosofi.
S. Girolamo porse, nel secolo IV, una enumerazione degli illustri
cultori cristiani sino all'anno 393, nella sua opera De viris illustribus.
(') Bicordo alcuni lavori su lo gnosticismo : Baur, Die christ. Gnosis, ecc.
1835. — Lipsius, Zur Quellenkritik des Epiphanios, 1865; altro artic. di L.
lìtW Enciclop . di Ersch e Gruber. — Harnack, Zar Quellenkritik des Gesch. dea
Gnostocismus, 187. — Per altri scrittori vedasi la Gesch. der altchristl. Litte-
rat. ecc. (1, 143-205) di Ad. Harnack. Su l'opera di Ippolito si agitano ancora molte
questioni. Ne scrisse anche G. B. De Eossi (Bull, d'arch. crist., an. 1881). Non
tutti convengono che i Filosofumeni siano di IppoUito.
— 60 —
Kicorda le varie biblioteche de' cristiani, dette sacre, ed anche ce-
lesti, con queste parole : « sacrae bibliothecae multis eodicibus abun-
dant " . Aggiunge che Euzois di Cesarea aveva fatto trascrivere molti
rotoli di papiri su pergamene, per meglio conservare alcuni scritti
di Origene (^). Dice nella prefazione, che scrive non per istolta-
vanità, ma per rispondere agli avversari del Cristianesimo, che ne giu-
dicavano ignoranti ed analfabeti tutti i seguaci. Chiude l'opera con
un catalogo degli scritti da lui distesi sino all'anno 393 (Migne, Patr,
Lat., t. 23, pp. 601-720) (^). L'opera, per la sua importanza, venna
tradotta in greco da Sofronio, e continuata in latino, con lo stesso ti-
tolo: De viris illicstribus, da Gennadio, prete di Marsilia, che estese
la numerazione geronimiana a tutto il secolo V (^).
Bicordo un'ultima cagione, per tacere di altre, che indussero i cri-
stiani a filosofare. La religione cristiana aveva annunziato molte dottrine,
sotto nuovo aspetto, su Dio, su la creazione, su l'uomo. Queste dottrine
potevano impartirsi al popolo in forma semplice, con istruzioni cateche-
tiche. Fu però necessità di usare, per le persone colte, il dissertare.
Di qui avvenne che gli apologisti furono spesso costretti ad adope-
rare, oltre alle arti dialettiche della difesa e della offesa, anche le arti
dialettiche dell'argomentare, per esporre i principalissimi punti mo-
rali e dottrinali del Cristianesimo. Di tal guisa apparvero accanto agli
apologisti i trattatisti cristiani. Non di rado, in fatti, lo stesso autore
scrisse, per vario scopo, apologie e trattati. Ora, nei trattati, più che
nelle apologie, si adoperò la filosofia ad uso della religione. Ed ap-
punto i trattatisti si valsero della filosofia, per esporre ai pagani filosofi
alcune affermazioni teoretiche della religione cristiana.
(•) Vedasi eziandio al proposito G. B. De Rossi, Bull, di arch. crisi.,
an. 1876.
(*) Per imparzialità storica noto che mentre Girolamo ricordava gl'illustri
cristiani, e la cura per le loro biblioteche, si osava da Teofilo — vescovo di Ales-
sandria, con l'approvazione dell' imperatore Teodorico — distruggere la biblioteca
di Alessandria, che raccoglieva circa 200,000 volumi dell'antica scienza ellenica
(an. 391).
{') Per lo scritto di Girolamo, unito alla continuazione di Gennadio vedansi
le edizioni di Herding (1879), di BernouUi (1895), di Richardson (1896). L'opera,
del Bellarmino: De scriptoribus ecclesiasticis (Ediz. delle opere, Napoli, 1857-1860)
è una continuazione del De viris illustribus di Girolamo. Su l'argomento le opere
più ricche, dopo quella di San Girolamo, sono quelle di Cave, Scriptorum cecie'
siasticorum hist. letteraria. Oxford, S^ ed., 1740. — Cellier, Hist. des auteurs
sacrés et ecclesiastiques, in 24 voi., Parigi, 1729, sg.
- 61 —
Quest'ultima cagione che dispose i cristiani a filosofare, è anche
un'altra conferma che il novello Credo essendosi propalato in mezzo
a genti civili, versate negli studi letterari in genere, filosofici in ispecie,
obbligò quelli ad usare le stesse armi, acciocché si accreditasse la
religione del Cristo tra i difensori dell'antica religione. Magari i dotti
<!ristiani si fossero di ciò contentati, e chiusi in tale cerchio di que-
stioni filosofiche. Vollero, invece, promovere, oltre a una nuova reli-
gione, una nuova filosofia cristiana che doveva contrapporsi alla filo-
sofia pagana. Tale tentativo, nel modo onde si eseguì, non fu conforme
alla Bibbia ed alla Logica, come si proverà nel corso del nostro di-
scorso.
IV.
Uso della Bibbia appresso i Padri e i Dottori della Chiesa.
Non è dubbio che i Padri e i Dottori della Chiesa fecero uso
copioso della Bibbia. Già un esempio lucidissimo ne aveva dato la
stessa Bibbia, confrontando il Nuovo con l'Antico Testamento. Le ci-
tazioni e le testimonianze dell'Antico Testamento, richiamate nel Nuovo
Testamento, sono molte. Se ne contano più di 250. In alcuni libri
del Nuovo Testamento si ricordano ancora testimonianze di altri apo-
stoli. Luca, ad esempio, mostra chiaro di avere consultato il racconto
degli altri apostoli, prima di scrivere il suo intorno al Cristo (I, 1-4).
Pietro ricorda Paolo, e raccomanda ai cristiani di fare le cose scritte
nelle Epistole, e di studiarle per bene, quantunque vi siano delle cose
malagevoli ad intendere (2* Epist. Ili, 15, 16). Negli Atti degli Apo-
stoli si raccontano detti e discorsi di Pietro e di Paolo, ma non vi
mancano accenni a cose riguardanti gli altri apostoli e gli altri mi-
nistri delle primitive comunità cristiane (I, 23, 26; IV, 7, 85; VI,
5, 6; IX, 1, 5; XIII, 1, 46; XV, 85, 86, 87).
I Padri ed i Dottori della Chiesa ne imitarono l' esempio. Quindi
citazioni innumerevoli bibliche si rinvengono negli scritti dei Padri,
a cominciare da quelli apostolici, e dal primo di essi. Clemente romano,
che scrisse una lettera ai Corinti, allorcliè episcopava in Koma verso
la fine del secolo I. Le citazioni divennero, sempre più, numerose negli
altri Padri de' secoli II, III, IV, V; tanto che Riccardo Bentley potè
ricostruire, mediante siffatte citazioni, quasi l'intero testo greco del
Nuovo Testamento. Eziandio dell'Antico Testamento fecero i Padri ab-
bondante uso, giovandosi della versione greca, eseguita circa 250 anni
- 62 -
prima dì G. C, detta de'Settanta. Non è da meravigliare che i Padri
facessero uso della Bibbia di buon'ora, anche prima del Canone, sta-
bilito definitivamente, per il Nuovo Testamento, nel terzo Concilio di
Cartagine del 397.
Il Canone dell'Antico Testamento erasi fissato da parecchio. Ciò
appare evidente dai passi citati nel Nuovo Testamento. E da osservare
quanto al Nuovo Testamento, che ancora avanti l'anno 397, in cui se
ne determinò il Canone, si riconoscevano come normativi alcuni libri,
specialmente i quattro Evangeli. Verso la fine del secolo II si ebbe in
Occidente un primo Canone, o, meglio, un primo catalogo dei libri del
Nuovo Testamento, ricordato dal Muratori eoa un Fragmentum ace-
phalum Caji {Ant. Hai. medi aevi, t. III. Mediolani, 1741). Circa,
alla stessa fine del secolo II apparvero due versioni del Nuovo Testa-
mento, la Siriaca, detta « Pescito » , la Latina detta « Itala « (•).
Fu imperiosa necessità che si catalogassero e traducessero i libri
biblici di buon' ora ; giacché di buon'ora gli apologisti e i polemisti
cristiani dovettero difendere il Cristianesimo contro gli assalti de' Gen-
tili, e contro le interpretazioni degli Gnostici, facendo uso della Bibbia.
Ma quale era l'uso che gli scrittori cristiani dovevano fare della Bibbia
nella loro filosofia? Avendo essi l'obbligo di rispettarne lo scopo pri-
mario, eh' è morale religioso, dovevano sottoporre a tale scopo il \oii>
sapere filosofico. Tale obbligo non comporta dubbio, scrivendo i cristiani
della religione cristiana ; giacché non solo il fedele che opera, ma an-
cora il fedele che scrive, è tenuto a rispettare la fede religiosa racco-
mandata dalla Bibbia.
Ma gli scrittori cristiani sentirono lo stesso dovere, occupandosi
della filosofia? Sì, certamente; giacché a loro premeva di scrivere-
una filosofia che fosse cristiana, e che si contrapponesse alla filosofia^
pagana. Ora, è qui che incominciavano gravi problemi, che non era.
facile, neppure possibile sciogliere a filo di logica.
Il loro filosofare andava sino a un certo punto, finché si restrin-
geva a disprezzare la filosofia pagana, come vuota di salutare sapienza,
e come dannosa alla moralità dei popoli, così come avevano praticata
gli Apostoli nei luoghi già arrecati della Bibbia. Andava, altresì, finché
gli scrittori cristiani si permettevano di scrivere la caricatura della
filosofia pagana, per le sue incoerenze, inconcludenze e incertezze. Di fatto^
il piccolo scritto di Ermias filosofo, tradotto nell'eloquio latino: Irrisio
(1) Teod. Zahn, Gesch. des neutestament. Kanons. Lipsia, 1892. — Alfredo
LoiSY, Hist. de Canon de Nouveau Testamont. Parigi, 1891.
- 63
gentilium philosophorum, è una canzonatura de' filosofi greci per le
loro contradizioni intorno al concetto dell'anima, e ne toglie il motivo
dalla sentenza di Paolo : la sapienza di questo mondo è stoltezza appo
Dio (P Cor. Ili, 19) (0.
Incominciarono le difficoltà insuperabili, quando si volle contrapporre
una filosofia cristiana alla filosofia pagana. Era in proposito da esami-
narsi come potesse innalzarsi l'edificio d'una filosofia cristiana. Senza
fondamento, non è possibile innalzare edificio di sorta. Ciò posto, qual
doveva essere il fondamento della filosofia cristiana? L'esperienza, o la
ragione, o la fede religiosa ? Volendosi una filosofia cristiana, non poteva
trascurarsi la fede religiosa; attesoché il Cristianesimo consiste preci-
puamente nella piena fede in Dio e nel suo Cristo. Vero che non
poteva trascurarsi la fede religiosa, secondo la Bibbia; ma pur vero
che poteva entrare nella filosofia cristiana sotto vari aspetti; o come
punto di partenza, o come punto di arrivo, o come semplice sussidio.
Prevalse l'avviso di farne il punto di partenza; essendone convinti gli
scrittori cristiani da un luogo della Bibbia non ben tradotto. Ma di ciò
si dirà tra poco.
Ora, è bene accennare che non mancarono scrittori cristiani che
fecero della fede religiosa o il punto di arrivo, o uà semplice sussidio.
Ad esempio ne fece il punto di arrivo il sommo Origene. Nella sua opera
filosofica dei principi {JleQÌ àgx(^>^), composta di quattro libri, sono
cosi disposti. Nel quarto libro trattasi della Bibbia. Se ne discute l'au-
torità, la fede che merita, ed il modo d'interpretarla contro la esegesi
gnostica. Negli altri tre libri si discorre prima di Dio, e dei suoi attri-
buti, poi" del mondo, nella varietà degli esseri ; nel terzo dell' uomo,
come essere morale e libero. Nei quattro libri si ha un tentativo di
sistema filosofico cristiano, opposto al sistema filosofico degli Gnostici.
Come Origene, nella sua opera Contro Celso, polemizza avverso la
filosofia pagana, cosi nella sua opera De' principi stabilisce i sommi
veri della filosofia cristiana contro la filosofia gnostica. Dispiacevole che
l'opera De' pìrincipt sia giunta alla posterità non nel testo greco, ma
nella traduzione di Rufino, fatta con poca fedeltà per iscemarne la so-
spettata eterodossia (-).
(') H. Diels ha pubblicata l'ultima edizione dello scritto di Ermias {DoxograpU
Graeci, pp. 649-656, Berlino, 1879). È inaccettabile la sua opinione che lo scritto
sia del secolo V ; è piuttosto del secolo II, o III. Si è tradotto in italiano da F. Apol-
lonio (Prato, 1884).
(») Dell'originale si hanno pochi frammenti. Della versione di Rufino si ha
un'ultima edizione curata da E. Redepenning (Lipsia, 1836).
G4 —
Origene, nella introduzione all'opera Del principii, riconosce il
postulato fondamentale della filosofia cristiana, eh' è la fede cristiana,
dagli Apostoli insegnata cliiaramente. Aggiunge che « lasciarono la cura
d'indao-arne a coloro che hanno ricevuti i doni dello Spirito ». Qui allu-
desi ai diversi doni di Dio, ai quali accenna Paolo (P Cor. XII, 4-11).
In sostanza, Origene vuol dare forma filosofica alla fede cristiana, mo-
vendo dall'umana coscienza e ragione, e procedendo nelle particolari
indagini, non come avvenne dopo di lui, dalla fede all'intelligenza,
e cioè dal credo, ut intelligam.
Or io mi domando: Trovasi nella Bibbia un siffatto procedere?
Lasciando da banda i luoghi biblici, nei quali Paolo scrive con disprezzo
della filosofia in generale, per attaccamento alla fede, e da me notati,
è innegabile che egli preparò i Gentili ad accettare la fede in Dio e
nel Cristo morto e risorto procedendo dalla coscienza umana alla coscienza
cristiana. E per fermo, rivolgendosi ai Romani, a lo;o rimprovera le
idolatriche adorazioni e le molte empietà e ingiustizie contro Dio, non
in virtù della fede, bensì in virtù della nozione del vero Iddio che a
loro è manifesto per le sue visibili opere {Rom. I, 182-22). Il che era
conforme ai dettati del Salmista (XIX, 1) e d'Isaia (VI, 3), affer-
manti che i cieli rivelano la gloria di Dio, e che tutta la terra è
piena della gloria di Dio. Lo stesso Paolo rimprovera ai Romani di
operare contro la legge morale, mentre la coscienza umana, indipen-
dentemente da altre leggi rivelate da Dio, rende chiara testimonianza
di essa legge nello scu.^arci od accusarci dentro di noi {Rom. II,
14, 15). E perorando ai Greci, non muove dalla coscienza cristiana
sul Cristo risuscitato, ma dai fatti della natura che rivelano alla
umana coscienza un Dio eterno, Signore del cielo e della terra,
che non abita in tempii edificati da mani umane, che non è somi-
gliante ad oro, o ad argento, ma eh' è spirito intangibile, che vive e si
muove in ViOÌ{Aith XVII, 24-29). Pervenuto l'Apostolo dei Gentili dalla
coscienza umana alla coscienza cristiana, quivi fermasi, per dimostrare
che la coscienza cristiana non è sapienza d'uomini, non è di questo o
quel secolo, ma sapienza occulta di Dio, rivelata agli uomini per ap-
parecchiarci alla gloria eterna (1^ Cor. II, 4-10).
Origene, adunque, nella sua opera Dei principii procedendo dalla
coscienza umana alla coscienza cristiana, dai fatti naturali ai veri so-
prannaturali della fede, non dilungavasi dal metodo biblico preannun-
ziato dall'apostolo Paolo. Ma il suo metodo si giudicò pericoloso alla
fede, più platonico che chiesastico. Alcuni origenisti ne vollero difendere
la ortodossia, ma nei più fece presa la eterodossia di lui, sopratutto per
-Go-
la sua opera ITfQÌ àoyiSìv. Infatti, parrecchi arianisti si giovarono della
cosmologia di Origene, svolta da lui in quell'opera, per continuare a
combattere la dottrina ortodossa della consustanzialità divina del Cristo
{òjiioovtnog), definita nel Concilio generale di Nicea (325) (^).
Non mancarono difensori di Origene, ma si accusavano tutti di
avere tendenze eterodosse origenestiche. Così scriveva Girolamo di Didimo
il Cieco, autore di parecchie opere importanti dogmatiche ed esegeti-
che, ancora di una scritta in difesa dei Priacipii di Origene (Yno-
IxvripLccra sk rct àneqì qx^^ 'OQiysvovg) opera andata perduta (-). Per
metter fine alle lotte fra origenisti ed antiorigenisti intervenneìo i Con-
cini: il primo di Costantinopoli del 553; il secondo anche di Costan-
tinopoli, ecumenico, del 555, nei quali Origene si dichiarò eretico.
Si numerarono specialmente nei quattro libri De Principii 15 anate-
matismi (Mansi, Sacrar, condì, etc. Voi., IX). Vedesi manifesto, che
il metodo adottato da Origene per la filosofia cristiana veniva rigettato
dalla Chiesa e dagli scrittori chiesastici.
V.
In un passo della Bibbia non ben tradotto si fondò il metodo
della filosofia cristiana.
Il metodo di procedere dalla coscienza umana alla coscienza cri-
stiana non attecclù nella filosofia cristiana. Si vide in tale procedere
sempre un pericolo per la fede. Volendosi promuovere una filosofia
cristiana in opposizione alla filosofia pagana, che la Bibbia disprezzava
come falsa e bugiarda, si sentì forte il bisogno di adottare un metodo
in filosofia cristiana che meglio giovasse alla conservazione e protezione
della fede. D'altra parte gli scrittori cristiani erano convinti che tra
la fede e la ragione non ci fosse contrasto; perchè lo stesso Dio che
crea la fede, crea anche la ragione. A queste convinzioni si unì que-
st'altra : clie la fede .,è superiore alla ragione, e che essendo superiore,
deve dare l' indirizzo anche alla filosofia cristiana.
Questi principalissimi convincimenti indussero i cristiani a colti-
vare una filosofia, nella quale predominasse il metodo di procedere non
(>) Harnack, Dogmengeschichte, II, p. 182. Edizione Lipsia — 1901. Zaini,
Marcellus von Ancyra, pp. 10-32, 87. Gotha, 1867.
(*) Draeseke, Zu Didymus von Alexandrien Schrift. ecc., nella Zeitschr.
f. icissensch. Theol. An. 1902.
Sezione VII. — Storia della Filosofia. 5
— 66 -
dalla intelligenza alla fede, bensì dalla fede alla intelligenza. Or bene,
è innegabile che in questo metodo influì decisamente un passo di Isaia,
dai Settanta così tradotto: Kal èàv fir] m<rTfvar]T€ ovóè ^i] ffvvtjTs
(VII, 9). La Veàis Itala, conforme alla versione greca, rese così il
passo di Isaia : M nisi credideritis, non intelligetis ; cioè : Se non cre-
derete, non intenderete. Sta, intanto, il fatto che la versione greca,
alla quale si uniformò la latina, non corrisponde punto al testo origi-
nale ebraico. In questo non alludesi punto al fatto della intelligenza,
come n'è prova la fedele traduzione di S. Girolamo, che suona così:
Si non credideritis, non permanebitis ; cioè: Se non crederete, non
avrete stabilità e fermezza nelle vostre speranze verso l'Eterno. La ver-
sione geronimiana corrisponde pienamente, oltre che al testo, al con-
testo del capo VII d'Isaia.
In questo capo raccontasi che il regno di Giuda versava in peri-
colo, essendo minacciato dai re alleati di Samaria e di Damasco. Il
profeta raccomanda al re di Giuda, Acaz, d'avere fiducia nell'Eterno ;
e perciò esclama: Se voi non crederete, voi non permarrete, e cioè non
permarrete fiduciosi alla protezione dell'Eterno. Ciò posto, che ha che
farci l'intelligenza, a cui allude la versione dei Settanta, riprodotta
dalla versione della Vetus Itala ?.
Dopo la Eiforma si è accettata, in sostanza, la traduzione geroni-
miana, escludendo dall'inciso d'Isaia il fatto dell'intelligenza. Lutero
tradusse: Se voi non credete, voi non rimanete (Glàubet ihr nicht,
so bleibet ihr nicht). Il Diodati confermò la traduzione geronimiana
e luterana in questa forma: Non credete voi, perchè non siete
accertati. Cotesto accertati ha riferenza a quest'altro luogo dell'An-
tico Testamento : Credete al Signore Iddio vostro, e voi sarete assicurati
{accertati) ; credete ai profeti di Esso, e voi prospererete (2^ Cor. XX,
20). Anche Edoardo Reus, il traduttore illustre della Bibbia {La Bihle
nouvellement trad. sur les text. orig. 1877-1882), esclude la intelli-
genza, e rende così l'inciso d'Isaia : « Si vous n'avez pas de confiance,
vous n'aurez pas de consistance « .
La versione greca de' Settanta, già accreditata da molti anni prima
del Cristo, ebbe ai giorni del Cristo una straordinaria autorità. Si sti-
mava ispirata da Dio. Manca spesso la fedeltà, sia per i manoscritti di
cui fecero uso i traduttori, eruditi giudei alessandrini, sia per gl'influssi
che in loro esercitò il pensiero filosofico ellenico. Per tali cagioni vi si
infiltrò un intellettualismo ed un monoteismo, che non erano nell'ori-
ginale ebraico. Intanto, la raccolta de" libri sacri divenne, per la tra-
duzione greca — di quel greco che allora parlavasi dai dispersi Giudei
— 67 —
— un monumento grandioso di tutti i popoli cristiani. Così acquistò
una missione universale (').
Queste avvertenze spiegano la infedeltà della versione del passo
d'Isaia, ed ancora il grande credito goduto dalla traduzione appresso i
Padri della Chiesa. Or bene, è innegabile che il passo di Isaia, mal
tradotto dai Settanta — traduzione riprodotta in latino dalla Vetvs
Itala — costituì la regola metodica della filosofia cristiana, salvo ra-
rissime eccezioni.
In prova arrecheremo molti esempi della Patristica e della Sco-
lastica. Ed il primo è quello di Clemente Alessandrino, risoluto con-
tradittore de' filosofi gnostici, che posano, com'egli scrive, a soli sapienti
{yvuìQiCovTsq), e sono in realtà dei furbi {jrovrjQoC), che vogliono mano-
mettere la fede cristiana, accettata universalmente {Strom. I, 2 ; VI, 18).
Egli dichiara questa fede fondamento {noònoq) e compimento [xelav-
raìog) della vera sapienza {(Jotfia), della vera cognizione {yvSxfig)
(Ibid. I, 7; II, 2, 5, V, 1-4).
Accetta Clemente, qual criterio metodico della filosofia, il detto
biblico d'Isaia, secondo la falsa traduzione greca (Ibid. I, 7 ; V, 2, 4).
In guisa che bisogna andare, a giudizio di lui, dalla fede all'intelli-
genza, 0, eh' è lo stesso, dalla pistis alla gnosis. Se non che, siccome
allude spesso alla fede naturale de' primi principii d'ogni scienza, specie
della filosofia (Ibid. II, 5, 17; III, 12; Y, 3; VII, 16; Vili, 3),
così spesso afferma che il cristiano va, per mezzo della filosofia, dalla
fede alla intelligenza.
Clemente avendo stimata, esser la filosofia un'efficace preparazione
al Cristianesimo, accade non di rado che nelle sue opere pigli il soprav-
vento la ragione su la fede, Platone sul Cristo {Exhort. ad Geni.,
cap. I, II). Della quale incoerenza è stato redarguito da parecchi teo-
logi, massime da Fozio {Bibl. cocL, 109). Ma ciò si verifica di prefe-
C) Vedasi una Conferenza tenuta dal Deissmann nel Congresso degli Orien-
talisti di Amburgo dell'ottobre 1902. In essa vengono esaminati alcuni dei punti
di sopra toccati rispetto alla traduzione greca de' Settanta dell'Antico Testamento,
specialmente del greco non classico adoperato, allora parlato dai Giudei, e degli
influssi monosteistici della teosofia giudaico-alcssandrina che vi penetrarono {Die
ffellenisierung des semitischen Monothehmus, in Neue Jahrbucher, etc. Leipzig,
1902). Contro i risultati ottenuti dal Deissmann è apparso un articolo nel perio-
dico: Studierstube, August, 1903; ma l'A. dell'articolo non è riuscito a distrug-
gere il vero storico difeso dal Deissmann, che, cioè, mediante la versione greca
dei LXX acquistò meravigliosa universalità ed autorità il monoteismo ebraico. Ve-
dasi anche per la infedeltà della versione greca dell'A. T. F. Scerbo, Nuovo
saggio di critica biblica, pp. 25-28, Firenze, 1903.
- 68 -
renza negli stroiiiati {^rQMfjiccTHg), raccolta preziosa di documenti filo-
sofici, e ordito di vari argomenti, per estollere la filosofia cristiana
su le altre filosofie. Lo stesso non accade nel Pedagogo {nmóaYwyóc)
e può dirsi anche per la Esortazione alle Genti [Aóyoq TTooTQSTrtixóg).
Ancora Basilio il Grande ammise a regola di sperare e di pensare,
che Fides praecedit iiitellectum. Egli scrive risoluto, che non la ra-
gione, ma la fede è quella che deve guidarci nelle discussioni, sopra-
tutto intorno a Dio [mcrig rjysiadco twv 'Tiegl 0sov Xójwv) {Homel.
va. Ps. 115, n. 1). Ed altrove aggiunge che non dobbiamo ^presumere
di esporre i soli risultati della nostra ragione, per non insegnare come
norma della religione quello che appartiene alla filosofia degli uomini "
{Epist. 140, n. 2) C).
Il Padre della Chiesa che più deve richiamare la nostra atten-
zione al proposito, è Sant'Agostino. Questi fissò in modo chiaro il me-
todo della filosofia cristiana, conforme alla sentenza profetica, così
tradotta : Nisi credideritis, non intelligetis. Da altra parte, fu Agostino
che esercitò maggiore e incontrastata efficacia in tutta la filosofia cri-
stiana, che a lui successe, massime in Occidente.
Nel suo trattato De libero arbitrio, dai biografi di lui considerato
come un mirabile scritto di filosofia cristiana (^), afferma risoluto: Noli
quaerere intelligere, ut credas, sed crede, ut intelligas (Lib. II,
cap. 2°). Nel trattato non disprezzasi la ragione, ma si avverte eh' è
più sublime il dono divino della fede, e perciò la ragione deve sotto-
stare alla fede, e perciò si deve credere per intendere, non intendere
per credere.
Nello scritto De Magistro, dopo avere menzionato lo inciso d'Isaia
Nisi credideritis, non intelligetis, vi appone questa interpretazione :
Quod ergo intelligo, id etiam cinedo: at non omne quod credo,
etiam intelligo. Omne autem quod intelligo, scio; non omne quod
credo, scio (Cap. XI). Coteste restrizioni potevano metterlo in su l'av-
viso, che la Bibbia aveva lo scopo supremo della edificazione e della
santificazione degli uomini, non già lo scopo di dare norme intorno al
metodo filosofico. Le riserve agostiniane, molto giuste, implicano la ne-
cessaria conseguenza di non potere affermare né il credo, ut intelligam.
né \ intelligo, ut credam. I due termini del credere e dell' intendere
non si appaiano; quindi non è possibile di procedere in filosofia o dal
credere all'intendere, o dall'intendere al credere.
(') La migliore edizione delle opere di Basilio il Grande è quella dei Mau-
rini in tre volumi (Parigi, 1721-1725).
(-j PoujouLAT, Storia di S. ^^osimo. Trad., voi. I, cap. XII. Losanna, 1845.
- 69 -
Ciò nonostante Sant'Agostino batte la stessa nota, contenuta nel-
l'inciso biblico d'Isaia, in questi altri suoi scritti: In uno dei trattati
su l'evangelo di Giovanni sentenzia : Credimus, ut agnoscamus, non
cognosclmus, ut credamus (XX). Nel libro De Morib. eccles. cathol.
afferma; Nihil in ecclesia catholica salubrius fieri poiuit, quam ut
ancioritm fraecedat ralionem {Cap. II). Nel commento de' Salmi sen-
tenzia : Fides debet irraecedere intellectum, ut sit intellectus fidei prae-
mium {Sai. CXVII). Da tutti i lati Agostino insiste sul precedere della
fede all'intendere; sì che sul metodico della filosofia cristiana ha in-
fluito l'inciso d'Isaia: Nisi credideritis, non iatelligetis {^).
E qui cade acconcia la domanda: perchè Agostino non si valse
della correzione di Girolamo, fatta sul passo d' Isaia, mal tradotto dai
Settanta? La traduzione di Girolamo era stata eseguita, come sappiamo,
sul testo originale dal 385 al 405. Agostino fu coetaneo di Girolamo,
e visse sino al 430. Poteva, dunque, giovarsi della corretta versione
geroniraiana. Parecchi de' trattati agostiniani citati, specie quello De
libero arbitrio è dell'anno 395, nel quale si afferma in modo asso-
luto il processo metodico della filosofia cristiana, secondo la scorretta
traduzione del luogo d'Isaia. Percliè, ripeto, Agostino non si giovò
della corretta versione geronimiana, che non diceva: Nisi credideritis,
non intelligetis, ma dìcevai: Si non credideritis, non permanebiiis?
Potrebbe darsi una risposta anche giusta, ed è che la versione
de' Settanta si adattasse meglio all'ambiente storico de' secoli IV e V,
nel quale predominava la fede su la ragione, e la religione su la
scienza. Noi, del. resto, crediamo di dare una risposta piti convincente,
eh' è questa: al tempo di Agostino non si era accreditata la traduzione
della Bibbia di S. Girolamo. Acquistò pieno credito e rispetto sotto
Gregorio Magno, eli e pontificò dal 590 al 604, cioè un secolo dopo la
morte di S. Agostino. Al tempo di Gregorio cominciò a dirsi Volgata,
(>) Cito alcune opere su la filosofìa di Sant'Agostino: J. E. Nourrisons, La
Philos. de St. Aiigustin, Pari,?!, 2" ed., 1869. — L. Story, Die Philos. cles hi.
Augustinus. Friburgo, 1882. -^ I. Hachnel, Verhàltnis des Glaubens zum IVissen
bei Aucjustin, Lipsia, 1891. In questi tre lavori, ma più nel terzo si considera il
trapasso dalla fede all'intelligenza nella filosofia agostiniana. — Questi altri scritti
considerano la psicologia, o la metafisica del Tagaste^e : — C. von Endert, Der
Gottesbeweis in der patristischen Zeit mil besonderer Berilcksichtigung Augustins,
Friburgo, 1869. — M. Ferraz. De la psychologle de Saint Augustin, Parigi. 1862. —
Th, Gangoufat, Metaphysische Psychologie des hi. Augustinus, Eatisbona, 1852. —
C. Werner, Die Augmtiniscke Psychologie, etc. Vienna, 1882. Carlo Werner è
anche autore della filosofia italiana del secolo XIX in cinque volumi : Die italie-
nische Philosophie des neunzehnten Jahrhunderts, Vienna, 1884-1885.
— 70 —
per esser stata tradotta nel volgare eloquio, ed anche per essere ormai
molto conosciuta ed apprezzata.
È, intanto, non inutile avvertire che Agostino aveva pregato Gi-
rolamo, a nome dei cristiani, di fare una nuova traduzione latina,
dopo la Vetus Itala, della Bibbia, non per credere errata in luoghi
essenziali quella dei Settanta, ma per leggerla nell'eloquio cice-
roniano, posseduto a meraviglia dal Penitente di Betlemme. Ago-
stino che non conosceva l'ebraico, neppure il greco, come afferma
nelle Confessioni, non era giudice competente. Avverto ancora di
passata, che tra i due eminenti Padri della Chiesa occidentale era
occorso un lungo dibattito intorno al modo d' interpretare la resi-
stenza di Paolo a Pietro in Antiochia [Gal. II, 55-14). Dibattito
di cui mi sono altrove occupato, a proposito della esegesi evangelica
del Baur {Cristianesimo primitivo, pp. 76, 19). Ma la controversia tra
Agostino e Girolamo, avvenuta per un equivoco, non alterò mai l' im-
mensa stima che nutriva per il divino Girolamo Sant'Agostino. Laonde
questi non adottò la di lui versione soltanto per la ragiono dianzi al-
legata, e cioè per non esser accreditata al suo tempo.
Seguitando a riprodurre altre prove del passo profetico d'Isaia, usato
mal tradotto come primo metodico nella filosofia cristiana, ricordo
Sant'Anselmo, a ragione appellato l'Agostino del medio evo. Anselmo
riconfermò il primo metodico annunziato dal celebre Padre del se-
colo IV. È nel caso, notevole che gli storici della filosofia, anzi quasi
tutti rammentano il solo Anselmo e non Agostino ; ma dai costui passi
allegati vedesi chiaro che Agostino, preceduto in parte da Clemente
Alessandrino e da Basilio il Grande, fissò il criterio metodico della
filosofia cristiana. Sant'Anselmo lo riconfermò in modo reciso (^).
Invitato, quando era priore del convento di Bec nel 1061, ad in-
segnare ai suoi frati la maniera di filosofare intorno alla fede {exem-
flum meditandi de ratione fidei), stabilì per sommo criterio: ^des
quaerens intellectum. E perchè? Perchè neque enim quaero intelli-
gere ut credam, sed credo ut intelligam [Proslogium, cap. I). Laonde
l'Aostano, non diversamente dal Tagastese, scrive che nessun cristiano
deve dubitare di ciò che la cattolica chiesa crede di cuore, e confessa
cum ore\ ma tenendo sempre e indubitatamente essa fede, e secondo
essa vivendo, si può con umiltà quaerere rationem quomodo sit {De
(') Dei molti libri che si sono scritti sopra Sant'Anselmo, ne' quali si son
riconosciute le molte attinenze con Sant'Agostino, cito F. R. Hasse, Anselm von
Canterbury, Lipsia, 1843-52. — Comte Domet de Verges, Saint Anselme, Pa-
rigi, 1901.
— 71 —
lìicarn. Verbi, cap. II ; Cur Deus homo, cap. I, II). Di qui avve-
niva, come ben dice F. Ueberweg, che se il risultato dell'esame {Das
Resultai der Priìfuiig) era negativo per la fede, bisognava ritenerlo
falso; se affermativo, vero(^).
Anche in Sant'Anselmo, così come in Sant'Agostino, influì il detto
di Isaia Nisi credideritis, non intelligetis. Puranco Anselmo se ne
giovò quale documento favorevole al metodo rispettato dalla filosofia
cristiana. Ora si potrà osservare, che se al tempo di Sant'Anselmo la
traduzione geronimiana godeva universale approvazione, legittimata dalla
Chiesa, come spiegasi la influenza in lui della traduzione sbagliata
de' Settanta ? La spiegazione si ha in questo : che il passo di Isaia,
come si era tradotto dai Settanta, si uniformava, secondo che ho ac-
cennato, alle idealità intellettuali del Cristianesimo. Per esse idealità
doveva riconoscersi, oltre alla ragione, la rivelazione, e la rivelazione
superiore alla ragione: due elementi cardinali infiltratisi nello spirito
umano dopo la Buona Novella. Ebbene, il passo di Isaia Nisi cre-
dideriiis, ?ion intelligetis, n'era come la sintesi; perciò i due gran
fondatori della filosofia patristica e scolastica, Agostino ed Anselmo,
ne fecero molto conto.
La filosofia scolastica, dopo Sant'Anselmo, pervenuta al suo apogeo
con San Tommaso, non abbandonò il metodo, che si conformava al passo
biblico di Isaia. San Tommaso, infatti, nelle cinquecento questioni della
Somma teologica procede in ciascuna dalla fede all' intelletto. In fondo
in fondo predomina sempre il credo, ut intelligam. Nella medesima
somma contro i Gentili, ritenuta dai cattolici come un modello di filosofia
cristiana, non si va in ciascun capitolo dalla fede all'intelletto, espli-
citamente, ma si presuppone implicitamente la fede, e vi si arriva
sempre esplicitamente. Né poteva una filosofia, che volevasi cristiana,
in opposizione a quella anticristiana, condursi e svolgersi con altro me-
todo, 0 con altro postulato (-).
L'Aquinate avverte nella Somma contro i Gentili, che non pro-
cede esplicitamente dalla fede all' intelletto ; perchè i Gentili si de-
(') Grundriss der Gesch. der Philos. der patristishe und scholast. Zeit.,
y. 124, Berlino, 1868. — A. StOckl, Lehrbuch der Gesch. der Philos., p. 83 e sg.,
Mainz, 1870. — J. E. Erdmann, Grundriss der Gesch. der PA?7os.. pp. 253-261,
Berlino, 1878. — Heureac, Ilist. de la philos. scolasi., voi. I, pp. 266-272. Pa-
rigi, 1862. — A.Weber, Hist. de la philos. européenne, pp. 188-196, trad., Parigi,
1886. Per altre notizie è da vedere J. G. Eccardo, Corpus hist. medii evi, voi. I,
Lipsiae, 1723. — Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Roma, 1782 sg.
(2) Leone XIII, nella Enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879, ingiunge
ai preti di continuare nelln filosofia tomistica, e di rispettarne il metodo.
- 72 —
vono menare alla fede mediante la ragione : Necesse est ad naluralem
ratiomm recurrere cui omnes assentire cogiintur (Lib. I, cap. 2).
Inoltre, osserva nella Somma teologica, che la fede presuppone la ra-
gione, siciit gratia j)raesupponit naturam (I, II, 2). Di qui conclude :
Fides non 'potest universaliter praecedere intellectum (II, Vili, 8).
Questa restrizione dipende dal fatto che San Tommaso ammette alcuni
principii razionali da tutti confessati, che non suiit articiUi fldei, ma
praeambula ad articidos fidei.
Ma in proposito è da por mente, che con la distinzione tomistica
la filosofìa cristiana non si affermava in se stessa ; perchè diventava un
semplice preambolo, o, come oggi dicesi, una propedeutica alla religione
cristiana. E veramente se la filosofìa cristiana si fosse ammessa sotto
tal punto di vista, si sarebbero evitati molti equivoci tra ragione e
rivelazione, tra filosofia e teologia nella Patristica e nella Scolastica.
Salvo che, coltivata come propedeutica alla religione cristiana, avrebbe
dovuto appellarsi non filosofia cristiana, sì filosofia della religione cri-
stiana, 0 del cristianesimo. Il che non fece l'Aquinate. Invece stimò
ancor lui di fondare una filosofia cristiana, distinta dalla filosofia anti-
cristiana (^).
Però devo dire che il metodo della filosofia cristiana, appoggiato
nel versetto d'Isaia Nisi credideriiis, non intelligetis, non fu osser-
vato appuntino da tutti gli scrittori cristiani della Scolastica. Per la
Patristica si è menzionato il celebre Origene; per la Scolastica ri-
cordiamo Scoto Erigena, che venne detto l'Origene dell'Occidente.
Giovanni Scoto Erigena visse nel secolo IX, due secoli prima di An-
selmo (2). Se questi, come l'Agostino del medio evo, elevò a primo me-
todico il credo, ut intelligam, quegli, Scoto Erigena, come l'Origene del
medio evo, predilesse a primo metodico Vintelligo, ut credam. Secondo
lui si va, temporalmente, dal credere all' intendere ; giacché prima ascol-
tiamo, e poscia intendiamo; ma soientificamente si va di2i\V intendere
al credere, credendosi nella scienza soltanto ciò che s'intende. Onde
(>) Oggi si è voluto provare che San Tommaso sia nato non in Aquino, bensì
a Belcastro, nelle Calabrie (G. Sollino, Documenti, ecc., Fermo, 1903). Vi è stato
chi ha confutata la opinione non bene documentata.
(2) Scoto Erigena, od anche Scotigena, allude alla sua origine scozzese-irlan-
dese. Nel secolo IX dìcevasi Erin l'Irlanda, ed ancora Scotia maior. Per la vita
e la dottrina dell' Erigena vedasi: Th. Christlieb, Lehen und Lehre des Joh. Scoi-
Erigena. Gota, 1860. Per la iìlosofia di Scotigena leggasi : E. Hjort, Johannes
Scotus Erigena, ecc. Copenaghen, 1823. — S. René Taillandier, Scot. Erigena
et la philos. scolastique. Strasburgo, 1843.
nel sapere scientifico in genere, filosofico in ispecie, è prima da usare
la intelligenza e la ragione, e poi la fede e l'autorità. Per lui, la ragione
vale più dell'autorità della fede, perchè l'autorità dipende dalla ragione,
non la ragione dall'autorità. Ecco le sue parole in un passo, che stimo
bene trascrivere per intero: Rationem priorem esse natura, auctori-
tatem, vero tempore, didicimus. Auctoritas siquidera ex vera ratione
procedit, ratio vero nequaquam ab auctoritate. Omnis auctoritas, quae
vera ratione non approbatur infirma videtur esse. Vera autem ratio,
quoniam suis virtutibus rata atque immutabilis munitur, nuUius aucto-
ritatis adstipulatione indiget. Nihil enira aliud mihi videtur esse vera
auctoritas, nisi rationis virtute reperta veritas. Ideoque prius ratione
utendum, ac deinde auctoritate {De divisione naturae, lib. 1, ^Q).
Da tali massime seguita, né piìi né meno, che la filosofia deve re-
stare alla filosofia, la fede alla fede ; e che se la fede, propria della reli-
gione, mettasi in relazione con la ragione, la fede deve sottostare alla
ragione. Ma lo Scoto Erigena scansa sovente siffatte conseguenze. Spesso
tentenna : si scusa della precedenza e preferenza accordata alla ragione,
non alla fede {De divis. ecc.. Ili, 35 ; De praedist. Praefatio), Vien
dato alla ragione valore assoluto ; e pure la fede proclamasi priacipium
supremum cogtwscendi, e pure si fa non di rado un richiamo all'au-
torità della Bibbia e di Sant'Agostino {De divis. I, 15; De praedist.,
cap. II; Ilom. in Joh.\ Comm. in Bv. Jo/i.). Per tanto la filosofia
dell'Erigena contiene qua e là de' tentativi d'indipendenza dalla teo-
logia e dalla fede ; ma subisce l'ambiente dell'epoca, satura di credenze
e di ubbie religiose.
L'Erigena, per avere alluso ad un moto filosofico non conforme al
tempo, venne da parecchi disprezzato e deriso. Alcuni filosofi e teologi
cristiani lo chiamavano uomo vano e parolaio (vain and speech). Gli
ammiratori di lui si rimproveravano di rispettare, anziché le Scritture,
i cicalecci fantastici (fantastic habblings) (')• Quando alcuni ricercatori
del passato vollero disseppellire la sua opera maggiore De divisione
ttaturae, Onorio III (1216-1227) prescrisse che venisse bruciata.
Un altro spirito indipendente, Pietro Abelardo, vissuto tre secoli
dopo dell'Erigena, si ribellò fino ad un certo punto, al credo, ut in-
telligam. Di fatto, scrive risoluto: Nec quia Deus id dixerat, creditur ;
sed quia hoc sic esse conviacitur, recipitiir {^). Nel trattato del Sic
et non, composto di 157 proposizioni affermative e negative de' Padri
(«) J. Allen, Fragments of Christian History, ecc., p. 264. Boston, 1880.
(2) P. Abélard, Opere par Cotisin, 1849-59. Introd. ad theol, II, 7.
— 71 —
e Dottori, mostrasi più indipeiideute, che ben altri scrittori: ma an-
cora lui subì l'ambiente della fede dominante. Per tale cagione afferma:
Nolo sic esse philosophus, ut recalcitrem Paulo ; non sic esse Ari-
siotiles, ut secludam a Christo {Op. cit. tit. I, p. 600). La Chiesa che
allora benediceva o fulminava anche le produzioni scientifiche, condannò
quelle di Abelardo nei Concilii di Soisson (1121) e di Sens (1140) (')•
Salvo rarissime eccezioni, l'apotegma d'Isaia, mal tradotto, si
ritenne regola metodica della filosofia cristiana, sì patristica e sì sco-
lastica. Se in alcuni trattati filosofici si andò dall'intendere al credere,
come abbiamo toccato di S. Tommaso, ammettevasi sempre il doppio
presupposto : che la fede è sempre implicito fondamento e compimento
del filosofare; e che la intelligenza umana è deficiente per nascita.
Non mai l'intelletto deve avere una precedenza o prevalenza per as-
soluto valore, siccome presentirono Scotigena ed Abelardo. Per tutti
la intelligenza, o, ch'era lo stesso, la ragione deve sottostare alla ri-
velazione, e deve essere unaìtcilla, non una domina fidei.
Se si fosse bene studiato il testo e il contesto del capo VII di
Isaia, si sarebbe visto che non ci entrava punto il fatto psicologico
della intelligenza; e che perciò non poteva punto servire come criterio
metodico della filosofia cristiana. Il testo ed il contesto d' Isaia, come
ho provato, discorrono di fede, e che soltanto chi ha fede in Dio, può
avere la protezione, la giustificazione e la salvazione per opera di
Dio. Oggi che prevale la critica storica e filologica su la Bibbia,
prima si fa ogni sforzo per accertare il testo, ed il significato di esso,
e poscia vi si filosofeggia, per esaminare se possa farsene qualche ap-
plicazione alla filosofia, in virtù di quello scopo secondario contenuto
nella Bibbia. Nelle due epoche cristiane dell'evo primo e medio-evo :
epoche di dogmatismo e di allegorismo, tante circospczioni non si ado-
peravano. Avverto d'incidenza che mentre S. Girolamo, aveva dilun-
gato dal passo d' Isaia a buon diritto qualunque allusione al fatto della
intelligenza, lo stesso S. Girolamo non dilungò, come doveva, da un
altro passo della Bibbia il fatto dell' intelligenza, che non ci entrava
punto. Vo' parlare di quel luogo di Paolo, ch'egli traduce: Animalis
autem homo non percijnt ea quae sunt spiritus Dei (1* Cor. II, 14).
Alla parola greca dtxercci corrisponde meglio recipit, anziché percipit.
Per difetto di critica storica e filologica, si abusò d'un altro passo
della Bibbia, per fare della filosofia una schiava della teologia. Ecco
(') EÉMUSA.T, Abélard, pp. 30, 45, 1845. — F. Picavet, Abélard et Alex,
de Hales, ecc., in Bibliot. de VEcole des hautes études sciences relig., t. VII.
— 75 —
il passo dell'Antico Testamento : Misit ancillas suas, ut vocarent ad
urcem, et ad moeaia civitatis (Prov. IX, 3), e cioè: Mandò le sue
ancelle, per invitare alla forte/za, e alle mura della città. In tutto
il contesto mettesi a raffronto la sapienza con la voluttà: quella si
rassomiglia ad una nobile matrona, che, mediante le sue serventi,
invita la gente a correre alla sapienza, in cui si troverà una rocca
inespugnabile, e una città circondata da buone mura, che valgono a
custodire tutte le virtù; questa, cioè la voluttà, si paragona ad una
femmina ignobile e corrotta, che, piena di vezzi, chiama a sé coloro
che passano, per gittarli in balia di tutti i vizii.
I cattolici han voluto scorgere in questo luogo tante allusioni
dogmatiche, ad esempio la incarnazione del Verbo nel seno della
Vergine, la Chiesa fondata dal Cristo, la Santa Eucarestia ('). Ivi
si espone, invece, per una similitudine graziosa, il doppio sentiero della
virtù e del vizio, o il bivio tra la vita e la morte: bivio a cui ac-
cenna altrove l'Antico Testamento (Deut. XXX, 15-20; Ger. XXI, 8),
ed anche il Nuovo Testamento (Matt. VII, 13, 14; 2* Piet. II, 15).
Il quale bivio riapparse nella Dottrina de' dodici apostoli^ ma era già
descritto nella classica letteratura.
Gli scrittori cristiani tentarono fare un'applicazione indebita del
passo dell'Antico Testamento, per proclamare la filosofìa cristiana ora
un'ancella della fede {c.ncilla ftdei), ora un'ancella della teologia {ancilla
t/ieologiae), ed ora un'ancella della Chiesa {ancilta Ecclesiae). Si
volle risolvere con un versetto biblico fuor di proposito l'arduo pro-
blema delle relazioni tra la fede e la scienza, tra la teologia e la filo-
sofia. Così doveva, come bene avverte Alberto Stòckl, la teologia, fon-
data su la fede, essere la matrona su le sue serventi, che erano la filo-
sofia e la ragione (-).
La voglia di applicare la Bibbia ai fatti storici e scientifici, nei
quali non entrava punto, diede luogo ad altre inesattezze e inconclu-
denze. Per es. Epifanio, nella sua opera V Ancorato {'AyxvqwTÓg) enu-
mera 80 eresie, paragonandole alle 80 concubine di cui parla il Canto
de' Cantici (VI, 8) (^). Filostrato continuò l'opera di Epifanio intorno
alle eresie; ma ne enumerò non 80, bensì 156, 28 precristiane, e
128 cristiane (*).
(•) Vedi Prov. tradotti da M. A. Martini, in nota. Firenze, 1843.
(2) Op! cit., p. 434.
(3) Ap. MiGNE, Pat. Grec, XLIII, 19-236.
(*) Liber Je haeresibus, ap. Migne, Pat. Lat. XII, pp. 1111-1302.
- 70 —
Agostino, in uno dei suoi lavori meno considerevoli, si occupò
anche delle eresie {De haeresibus). Usufruì degli studi per nulla cri-
tici di Epifanio e di Pilostrato, ma stimò ridurre le eresie a 88, a
cominciare da Simon Mago, non già a 80, o a 156. Veramente non
influì la Bibbia direttamente nel numero delle eresie riconosciuto dal
Tagastese ; però vi influì indirettamente, attraverso gli studi di Epifanio
e Pilostrato. Inoltre vi influì direttamente nel De civitate Dei. Quivi
ammise 10 persecuzioni, imitando il numero 10 delle piaghe del-
l' Egitto. In generale la Bibbia, per molti secoli — ancor oggi per al-
cuni dogmatici — deve servire come norma non solo del credere, ma
anche di tutto il sapere scientifico, stodco e politico.
VI.
Il metodo adottato dalla lìlosolìa cristiana
la imprigliò in indifficoltà insuperabili.
Alcuni pensatori del secolo XIX hanno scritto che la filosofia è
il metodo, nel senso che i veri o falsi risultamenti di essa dipendono
dal metodo. Senza dubbio, un cattivo strumento non può dare che
cattivi eftetti in qualunque professione. Ora, in filosofia lo strumento
è il metodo, per mezzo del quale la scienza filosofica — e può af-
fermarsi anche delle altre scienze — si svolge nelle parti che la co-
stituiscono. Sappiamo che la filosofia cristiana adottò per metodo il
credo, ut intelligam, giusto per opporsi alla filosofia anticristiana, che
preferiva o l' intelligo, ut creclam, o il dubito, ut credam. Sappiamo
ancora che non mancarono delle eccezioni, voglio dire dei pensatori,
come Origene, Scotigena, Abelardo e qualche altro, che stimarono di
coltivare la filosofia cristiana, concedendo in parte la preferenza al-
l' intelletto. Ma la loro filosofia venne condannata come eretica, o
dicasi eterodossa. Altri pensatori abbandonarono il metodo, tanto quello
generalmente adottato del credo, ut intelligam, quanto l'altro eccezio-
nalmente prediletto dell' intelligo, ut credam, persuasi che la fede è,
rispetto all'uomo, un fatto del cuore, non della mente, deir affetto,
non dell' intelletto. Di questo tentativo dei filosofi cristiani accenne-
remo. Per ora è necessario prima dimostrare le principali diflBcoltà
in che s' impigliò la filosofia cristiana più rispettata, svolta secondo la
regola metodica del credo, ut intelligam, derivata dal passo biblico
di Isaia, tradotto a sproposito e adoperato fuor di proposito.
— 77 —
Una prima difficoltà insuperabile accompagnò sempre la filosofia
cristiana, ed è che non potè mai affermare in modo assoluto: intelligo,
quia credo. Ciò era richiesto dal metodo adottato del credo, ut intel-
ligam, ma non conforme all' Evangelo, che contiene molti fatti da
credere, che non possono intendersi. Se i filosofi cristiani si fossero
dati ad esaminar prima con ponderatezza scientifica i rapporti del
credere e dell' intendere, si sarebbero accorti che la filosofia cristiana
aveva sbagliato del tutto il metodo. I Padri e i Dottori evitano la
disamina scientifica. Spesso si rassegnano ad ammettere una precedenza
cronologica del credere in riguardo all' intendere, o, invece, fanno uso
di metafore fra i due termini del credere e dell' intendere, o affermano
tra loro, come ben dice l'Heureau, des concessioiis réciproques {Op.
cit. 73). Ora una filosofia cristiana che presumeva essere una scienza,
non poteva scansare la disamina scientifica intorno alle relazioni tra
il credere e l' intendere.
Ciò premesso, tentiamo noi la disamina scientifica, trascurata
dalla Patristica e dalla Scolastica. E in prima domandiamo: è am-
missibile un rapporto d'identità fra i due termini? La risposta
deve essere negativa. Secondo la filosofia cristiana, non tutto quello
che si crede, anche s'intende. Persino nella filosofia non cristiana,
speculativa o positiva che sia, non tutto quello che si crede, ancora
s'intende. Dunque non è a parlare d'identità fra i due termini del
credere e dell'intendere. Dunque, di nuovo, non è possibile una filo-
sofia, vogliasi anche cristiana, che adotti a primo metodico il credo,
ut intelligam.
Può forse discorrersi di causalità? Neppure, certamente. Secondo
gli stessi Padri e Dottori della Chiesa, non il credere partorisce l' in-
tendere, tanto meno l' intendere partorisce il credere. In guisa che non
sia concesso d'affermare che in tanto s' intende, in quanto si crede, o
in tanto si crede, in quanto s'intende. Restano sempre due termini
prodotti da cause diverse; e per conseguenza anche per tale ragione
la filosofia non comporta il processo metodico, o del credo, ut intelligam,
0 àeW intelligo, ut credam.
Se tra i due termini non interviene identità e causalità di sorta,
secondo le dottrino degli stessi Padri e Dottori della Chiesa, è da con-
fessare elle si escludono, rimanendo il credere, per così dire, in cornu
evangelii, e l'intendere in corm epistolae. Per tale motivo alcuni
Padri e Dottoii non han voluto scandagliare le ragioni del credere.
A loro avviso bisogna credere, senza intendere, e sostituire alla formola
del eredo, ut intendam, l'altra formola del credo, ut credam, o del
credo^ quia credo. Questa seconda formola si accordava apertamente
con alcuni luoghi della Bibbia (Matt. XXI, 21; Giov. Ili, 36;
2* Cor. V, 7; Ebr. XI, 1). De' quali luoghi è la sintesi il pronun-
ziato di Gregorio Nazianzeno: Fidem non habere meritum, cui humana
ratio praebet experimentum {De Fide, V).
Tertulliano, più che il Nazianzeno, aveva ammessa un'aperta con-
tradizione tra il credere e l' intendere ; e perciò l'assoluta necessità in
religione di credere senza intendere, e persino di credere alle cose
stolte ed assurde: non eris sapiens, nisi siultus saeculo fueris, Dei
stulta et absurda credendo {De carne Chrisii, cap. V). Per lui sta
il credo, quia credo, da lui concentrato nel credo, quia absurdum.
E perchè? Perchè chi ha veramente fede in Dio e nel Cristo di Dio,
crede paranco alle cose assurde, essendo persuaso che se paiono assurde
per la nostra mente, non sono assurde per la mente divina, a cui
r uomo religioso deve aggiustar piena fiducia.
Volendo causare fra il credere e l' intendere la contradizione, si può,
se non altro, ammettere fra i due termini la contrarietà? Ha luogo la
contradizione, quando due cose si escludono nel medesimo tempo, e
sotto il medesimo rispetto; per es. essere e non essere, bianco e non
bianco. Ha, invece, luogo la contrarietà, quando due cose si escludono
sotto il medesimo rispetto, ma non si escludono nel medesimo tempo;
per es. un uomo cattivo e buono ad un tempo, ma sotto diverso ri-
spetto, ovvero, credente come religioso, intelligente come scienziato. Ora
gli scrittori cristiani non pensarono a coltivare una filosofìa, nella quale
coesistessero il credere e l' intendere, sotto diverso rispetto, e cioè l' in-
tendere come esame, ed il credere come objetto esaminato ; ma vol-
lero unire i due termini sotto il medesimo rispetto, mediante la for-
mola metodica del credo, ut intelligam.
So bene che restrinsero spesso l'intendere a favore del credere;
ma ciò avvenne attraverso a molte incoerenze e inconcludenze. Il mag-
gior numero de' filosofi cristiani non si convinse mai, che la formola
metodica, appoggiata alla errata versione del passo d'Isaia, doveva
abbandonarsi; non essendo punto vero che chi crede, ancora intende,
sì nella religione, e sì nella scienza. Il credere e l'intendere sono
come due circoli, ma in niun verso concentrici. Possono assai bene
coesistere insieme, l'uno accanto all'altro, non già consistere l'uno
nell'altro; in guisa da poter conseguire un trapasso logico dall'uno
all'altro.
La filosofia cristiana s'intrigò in un'altra difficoltà, dalla quale
non potè distrigarsi mai. Le due parole filosofia cristiana implica-
— 79 —
vano questa doppia esigenza : la prima, che come filosofia, dovesse avere
qualcosa di comune con le altre filosofie; la seconda, che come cri-
stiana, dovesse avere qualcosa di proprio riguardo alle altre filosofie.
Ebbene, soddisfare a queste due esigenze non fu possibile mai in ma-
niera coerente e concludente. Di fatto, ora s' imponeva la esigenza ge-
nerica in contradizione della esigenza specifica, ed ora più di frequente
accadeva inversamente ; perchè era dovere imperioso sottoporre la filo-
sofia alla fede cristiana, e rispettare il metodo del credo, ut iniel-
ligam.
Intanto che cosa accadeva nella filosofia cristiana, pel doppio in-
tento che voleva conseguire? Spinta dall'esigenza specifica, dessa sot-
topose la filosofia alla teologia; ma spinta dalla esigenza generica,
sottopose a volte la teologia alla filosofia. Yedesi ciò nell'avere trattato
questioni filosofiche di primo ordine, psicologiche, cosmologiche, ed
ideologiche. Nes::iuno, infatti, può mettere in dubbio che siffatte questioni
si trattarono da alcuni Padri e Dottori con molta cura ed acutezza. La
questione ideologica degli universali occupò non poco i Dottori scolastici,
da Sant'Anselmo fino ad Occam. Perciò avveniva talvolta di vedere la teo-
logia sottoposta alla filosofia, mentre il presupposto fondamentale della
Patristica e della Scolastica, massime della Scolastica era, come bene
avverte l'Harnack, che tutto il sapere dovesse esser compreso nella
teologia, e tutto per conseguenza dovesse ricondursi alla teologia (').
Salvo che è da osservare che le questioni filosofiche, nella Scola-
stica, non costituivano un sistema fondato o nella esperienza, o nella
ragione, ma rientravano nelle indagini subordinate alla fede, per la
esigenza specifica della filosofia cristiana. Quando alcune soluzioni di
problemi 'psicologici, cosmologici ed ideologici si opponevano alla fede,
interveniva subito la Chiesa a condannarle. Ciò si verificò di preferenza
nelle soluzioni del realismo o del nominalismo, adottate dalla Scolastica
nel problema ideologico degli universali.
Veramente il nominalismo venne più condannato dalla Chiesa ;
ma non sempre il realismo, più confacevole ai dogmi, ne uscì illeso
del tutto sotto la occhiuta sorveglianza della Chiesa. Il simigliante
(■) Ihre Grundvoraussetzung hat sie — wenigstens bis zur Zeit ihrer Auf-
lusuiig — an der These, dass alle Din^re aus der Theologie zu verstehen, alleDinge
deshalb auch auf die Theologie znruckzufuhren sind (Dogmengeschichte, p. 281,
Freiburg, 1893). Queste parole hanno un riscontro con la Reductio artium ad
Iheologiam di S. Bonaventura. In questo lavoro il Santo subordina tutte le disci-
jiline artificiali, naturali, intellettuali e rivelate alla teologia; subordinazione
ammessa dalla Scolastica, ed anche dalla Patristica.
— 80 —
può dirsi del concettualismo, adottato da alcuni scolastici. In conclu-
sione, che cosa avveniva ? La esigenza generica della filosofia veniva sem-
pre sacrificata alla esigenza specifica della filosofia cristiana. Per tale
cagione la filosofia cristiana non fu mai, a parlar proprio, una filosofia;
perchè mentre da un lato sentiva l'imperioso bisogno di avere qual-
cosa di comune con le filosofie indipendenti che la circondavano, non
potè mai, dall'altro lato, soddisfarlo; essendo sottoposta, per il suo
carattere speciale, al Credo, come a punto di partenza o di arrivo.
Devo, per altro, avvertire che la filosofia cristiana ritenne il Credo,
e non il Dubiio, come punto di partenza o di arrivo, non solo per
essere cristiana, ma ancora per le seguenti cagioni: poiché la filosofia
greca si era chiusa, secondo che felicemente afferma G. Erdmann, con
la bancarotta dello scetticismo (0, la filosofia della Chiesa stimò ac-
concio opporvi il fideismo, soltanto efficace contro lo scetticismo, e
conforme alla novella fede cristiana. Inoltre, poiché la filosofia gnostica
del primo evo cristiano alterava la fede promulgata dal Cristo con
altre credenze e pretese speculative, la filosofia cristiana stimò oppor-
tuno contradire la fede alterata del Cristo con quella più accettata
dalla grande maggioranza dei cristiani. Da ultimo, poiché nel primo
evo alcuni origenisti, e nel medio evo alcuni erigenisti inclinavano non
tanto al credo, ut intelligam, quanto al dubito, ut intelligam, assai
pericoloso ai dogmi, i Padri e i Dottori della Chiesa riputarono mi-
glior partito appigliarsi risolutamente al credo, ut intelligam.
Però, non devo tacere per imparzialità storica, che gli stessi
filosofi che si attennero al metodo del credo, ut intelligam, delle
volte mossero dal dubito, anziché dal credo. Ad es. Agostino nei
tre libri De libero arbitrio, va nel primo dal credo ut intelligam,
nel secondo, invece, va dal dubito, ut intelligam, a meglio convin-
cere Evodio, interlocutore ne' dialoghi. Ancora Agostino, nelle Con-
fessioni, non una volta, afferma che il dubbio lo menò alla fede cri-
stiana. Anche Sant'Anselmo, così risoluto sostenitore del credo, ut
intelligam si giova in qualche luogo del Monologio e del Proslogio,
del dubbio provvisorio, per meglio arrivare alla certezza della fede
intorno a Dio ed al Cristo. Ancora San Tommaso si avvale spesso
nelle questioni filosofiche e teologiche del dubbio provvisorio, che per
lui non è un metodo, come appresso Cartesio. Egli, infatti, comincia
nella Somma teologica tutte le questioni GoVìutrum: Utrum Deus
sit ; Utruìn creatura sit a Deo, ecc. Nel III della Metafisica di Ari-
(•) Op. cit., voi. I, p. 190.
— 81 —
stotile scrive : IIU qui volunt inquirere veritatem, non considerando
prins duMtationem, assimilantur illis qui nesciunt quo vadant. In
fondo in fondo non vuole abbandonare il credo, ut intelligam di
Agostino e di Anselmo ; se non che, si avvale del dubbio in alcuni
-casi; perchè arrivasi alla fede, attraverso il dubbio, come raccontasi
nell'Evangelo, dell'apostolo Toma {Giov. XX, 24-30).
Qualche scrittore cristiano proclamò, dovere la filosofia incomin-
ciare dal dubbio ma non perciò affermò il dubito, ut credam, qual me-
todo filosofico. Per esempio, Raimondo Lullo, francescano, vissuto fra
il 1235 ed il 1315, sentenzia; quum primum incipit dubitare, in-
mpit philonophari. Ma scrive, irritato contro gli eccessivi dogmatiz-
zanti, fino a trattarli da ignoranti : dogmatizantes . . . ostendunt ma-
nifestissime esse ignorantes (')• Insomma, la filosofia cristiana fece,
per le imperiose esigenze razionali, delle concessioni alla filosofia indi-
pendente ; ma restò sempre essequente al Credo, che doveva costi-
tuire il punctum saliens dell'operare e pensare cristiano.
Il metodo di arrivare alla fede cristiana, attraverso il dubbio, si
rinviene nel Liber zententiarum di Pietro Lombardo. Nei quattro libri
«he lo compongono si trova una raccolta di proposizioni affermative e
negative dei Padri della Chiesa, per mezzo delle quali si perviene
alla vera fede cristiana. L'opera del Maestro delle sentenze venne
molto commentata e raccomandata dai dottori scolastici ; ma in so-
stanza non contiene nulla di originale quanto alla filosofia ed alla
teologia cristiana. Pure, l'aver lui preferiti gli annunziati di Sant'A-
gostino, sopratutto il metodo del credirnus, ut agnoscamus fece l'opera
apprezzare come un modello filosofico e teologico nel rifiorire della
Scolastica dei secoli XII e XIII. J N. Espenberger, nel suo studi^^
molto paziente sopra il Magister sententiarum, ha ben dimostrato che
nelle questioni psicologiche, cosmologiche ed ideologiche, allora molto
agitate, non ha una posizione precisa, né porge nulla di importante (-).
Alcuni Padri non potendo salvare la filosofia cristiana, coltivata con
un metodo antifilosofico, affermarono che la religione cristiana non solo
era una filosofia, ma la filosofia per eccellenza; sì che era inutile la
scienza filosofica.
Il Dietelmair ha raccolto tutti i luoghi nei quali, i Padri am-
mettono la identità della filosofia e della religione (3). Sant'Agostino
(') De articulis fidei, Ar.frenturati, 1651.
(2) Die Philosophie des Petrus Lombardus ecc. Miinster, 1901.
(3) De relig. Christi philosopbiae nomin. a veteribus compellata, 1740.
Sezione VII. — Storia della Filosofia. "
— 82 —
afferma in maniera risoluta : Non aliam esse philosophiam, idest sa-
pientiae studium, et aliam religionem {De vera relig. cap. Vili).
Con tale proposizione si affermava troppo, o troppo poco. Sia vero
che filosofia e religione amino la sapienza; ma da ciò non seguita
punto che la sapienza amata è la stessa nella filosofia e nella reli-
gione. Se non è la stessa, è sempre da vedere in che senso si ami
la sapienza dalla filosofia, e in che senso dalla religione, cioè a dire
rimane il problema del tutto insoluto. La identità della filosofia e
della religione, a tutto il medio evo, si presuppose sempre, non si
pose mai dimostrativamente; perchè non si esaminò con critica sto-
rica se esistesse, o potesse esistere simile identificazione. Anche Scoto
Erigena la presuppose, là dove scrisse : Veram philosophiam esse ve-
ram religionem, conversim, veram religionem esse veram philoso-
phiam {De div. nat. voi I p. 65). Non si pensò che la verità è in
diverso senso raccomandata dalla religione, e dimostrata dalla filosofia,
e neppure si badò che la verità non ha gli stessi limiti nella reli-
gione e nella filosofia. Inoltre, come mai i Padri e Dottori chiesastici
potevano discorrere di identità fra religione e filosofia, mentre che rico-
noscevano l'autorità della fede superiore all'autorità della ragione? E
come mai si poteva dall'Erigena, che riconosceva l'autorità della ra-
gione superiore all'autorità della fede? Ripeto: era un semplice pre-
supposto.
Alcuni scrittori cristiani stimarono darne dimostrazione, affer-
mando che la religione e la filosofia sono spiegazione dell'universo.
Ma anche in questo assunto sfumava la identità; perchè si ritenevn
che la religione abbraccia una spiegazione superiore dell' universo di
fronte alla filosofia. Dopo il medio evo cominciò a prevalere l'assunto
inverso, e cioè che la religione contiene una spiegazione dell' universo
inferiore a petto della filosofia. Allorché Giordano Bruno non attacca
in modo violento le superstizioni chiesastiche e le mortificazioni asce-
tiche, come nello Spaccio de la bestia trionfante e nel Sigillus si-
gillorum, ma discorre di religione in modo pacato, opina che essa
contiene una spiegazione inferiore dell' universo rispetto a quella della
filosofia. Eziandio il Vico ha riconosciuto nella storia della umanità
una metafisica volgare, antecedente alla metafisica scientifica. È questa
la tesi prediletta, e sistematica della filosofia hegheliana. Rifacendosi
in su la Patristica e la Scolastica, eh' è il campo in cui noi consi-
deriamo la filosofia cristiana in relazione alla Bibbia, osserviamo,
dopo le cose ora provate, che essa filosofia non poteva convalidare la
supposta identità della religione e della filosofia. Dopo il medio evo
— 83 —
alcuni pensatori han potuto sostenere l'assunto ; perchè si è conside-
rata la fede religiosa come alcun che d' intrinseco derivante dal me-
desimo spirito umano, o per un bisogno pratico della ragione (Kant
e discepoli), o per un sentimento svoltosi dall'assoluta umana dipen-
denza dall' infinito (Schleiermacher e suoi seguaci), o per una mani-
festazione spontanea collettiva de' popoli (Schelling, Bunsen, Kenan,
Vico ed altri), o per una insita intuizione del buono, del giusto e del
santo, come divino (Jacobi, Koppen, Mamiani ed altri), o per un ru-
dimentale svolgimento teoretico (Fichte, Hegel, Hjort, Bruno ed altri).
Ma ciò non era possibile nella filosofia cristiana, dove la fede fu
sempre alcun che di estrinseco, cioè un fatto prodotto da una rivela-
zione speciale di Dio, comunicata all' uomo o per udito, o per grazia
interiore. Di questo fatto ab extrinseco si ritenne il contenuto superiore
alla ragione dai mistici, che stimarono utile una filosofia cristiana;
dagV ipermistici, che la giudicarono inuiile. Ora, a ver dire, gì' iper-
mistici erano più logici dei mistici; giacché il contenuto rivelato
era non solo superiore, ma eziandio contrario alla ragione, per i molti
misteri raccomandati, che alla ragione apparivano paradossali, e, più
che paradossali, addirittura assurdi. L'uomo religioso poteva acco-
glierli quali doni dello Spirito di Dio, secondo che li chiama Paolo
(1* Cor. Xll, 4-12), non mai poteva il filosofo ritenerli come ragio-
nevoli.
Il secolo XIII segna il supremo sforzo della filosofia cristiana,
per superare le difficoltà in cui s' era impigliata dal suo esordire. Era
tempo che si abbandonasse una costruzione filosofica, piena zeppa di
equivocazioni e concessioni illogiche tra fede e intelligenza, tra teo-
lof'ia e' filosofia. Si era detto e ridetto che il contenuto della fede era
razionale in sé stesso. In ciò convenivano i mistici e gì' ipermistici (')•
Però i mistici affermavano, esser utile che esso contenuto dive-
(') Nel ritenersi la fede relisriosa da tutti gli scrittori cristiani, come razio-
nale in sé stessa, aveva influito il rationale obsequium di Paolo {Rom. XII, 1).
Anche in tale interpretazione del luogo paolinino era penetrato delia inesat-
tezza. L'intero versetto non allude punto alla razionalità della fede, bensì alla
razionalità del culto, dato a Dio con sacrificio, o foggia di ostia vivente. La tra-
duzione italiana del valdese Revel corrisponde meglio all' originale, che non quella,
della Volgata e del Diodati, e mostra che il razionale si riferisce al culto, che
Paolo dichiarava razionale. Ecco la versiona del Valdese: «Adunque vi esorto,
fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i corpi vostri in ostia vivente,
santa, gradita a Dio, che è il vostro culto razionale. Ciò corrisponde all'eloquio
greco : Xoyixrjy kaTQsiay. Con la traduzione di Revel si accorda la interpretazione
dell'altro valdese, il Bosio (Firenze, Rivista cristiana, An. V, agosto 1903).
— 84 —
nisse per 1' uomo, razionale in parte, se non in tutto ; gì' ipermistici
osservavano, essere inutile render razionale il contenuto della fede;
perchè tanto più la fede è meritevole, quanto meno s'intende; tanto
più adergiamo fino ad essa, quanto meno presumiamo di apprenderla
e comprenderla.
Abbastanza, per molti secoli, le due parti contendenti avevano
combattuto, senza che una delle due fosse abbattuta. Hichiedevasi un
ingegno ardito, quasi audace, ma che fosse a un tempo credente, e
che proclamasse non solo inutile, ma impossibile la filosofia cristiana.
Un pensatore miscredente, al tempo in cui si era, sarebbe stato come una
voce declamante nel deserto. Guglielmo Occam, francescano (1298-1347),
fu tale ingegno e pensatore. Egli affermò risoluto che quello che si
crede, non è razionale in sé stesso ; quindi è non solo inutile, ma im-
possibile dimostrarne la razionalità mediante la filosofia cristiana.
In varii scritti l'Occam provò la irrazionalità della fede, rilevando
le contradizioni insuperabili fra la ragione e la fede. L'opera in cui
se ne occupò ex professo è il Centilogium, che versa intorno a cento
questioni filosofiche e teologiche ('). Per lui sono in contradizione ri-
spetto alla ragione non solo i misteri della Incarnazione, della Tran-
sustanziazione, della Risurrezione e della Trinità {^) ; ma eziandio non
arrivansi a superare le contradizioni in cui si avvolgono le prove su
la creazione, su la esistenza dell' anima, su la sua immortalità e per-
sonalità, e su la esistenza di Dio (3). Or come l' irrazionale può ren-
dersi razionale dalla filosofia cristiana?.
Gli scritti dell'ardito francescano, oltre al Centilogium, vennero
subito proibiti dalla Chiesa. Anche la Università di Parigi li accolse
di mal viso. Nel 1339 vietò che si usassero nelle scuole: perchè di-
fendevano il nominalismo, contrario ai principali dogmi della religione
cattolica. Sant'Anselmo, avvedutosi delle funeste conseguenze del no-
minalismo di Roscellino, si adoperò a dissiparle col realismo. Però, nel
(>) Ecco il titolo intero del Centilogium : Centilogium theologicum, omnem
ferme theologiam speculativam sub centum conclusionibus complectens. Lione,
1495; 2*^ ediz., 1496.
(2) Dante è così persuaso che del mistero della Trinità non può intendersi
un'acca, che scrive nel Purg., Ili, 34:
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita yla,
che tiene una sustanza in tre persone.
(') L'Occam, ad esempio, pose in dubbio la dimostrazione del Primum
movens immobile, esposta da S. Tommaso. Pensò, inoltre, che il monoteismo è
appena piii probabile del politeismo.
secolo XIV, s' era molto diffuso sulle scuole, per gli scritti dei seguaci
dell'Occam, che furono principali Giovanni Buridano, Pietro di Ailly,
Marsilio d'Inghen e Gabriele Biel.
Il perfido e, insieme, superstizioso Luigi XI ordinò nel 1473, che
tutti gli scritti de' nominalisti, raccolti con diligenza, si serrassero
con catene di ferro. Un contemporaneo scrive: « Trattati come orsi
indomabili, con le catene, temendo che avessero a divorare ! » . Otto
anni dopo, nel 1483, mandò il contrordine di disserrarli al Destou-
ville, potestà di Parigi (').
Quest' ordine e contrordine del re fa ridere ; pure è molto signi-
ficativo. Si sperava negli ultimi aneliti del medio evo d' impedire i
molti progressi della scienza con mezzi violenti. Non ancora si capiva
che ormai non potevasi più fermare il glorioso andare del pensiero
umano. Con le catene, con le torture e coi roghi non più si riusciva
a impedire il naturale progresso ! Si sentiva da molti nel secolo XIV,
che la filosofia cristiana, così com' erasi coltivata dai Padri e Dottori
chiesastici — non senza tornare assai opportuna e benefica al loro
tempo — non si adattava più ai nuovi orizzonti.
Guglielmo Occam, persuaso com'era della insufficienza della in-
telligenza rispetto ai pronunziati della fede, si rassegnava all'autorità
della Bibbia. Allora la Bibbia godeva un'autorità incoQtestata, quale
sorgente di notizie storiche e scientifiche. Non ancora si era convinti
che lo scopo sommo della Bibbia è morale religioso, non scientifico e
storico. Allora, inoltre, l'autorità della Chiesa, come gelosa conserva-
trice della fede, si rispettava generalmente. Si rispettò anche dal figlio
del gran patriarca San Francesco, Guglielmo Occam. Questi ne aveva
scosso con risolutezza l'autorità politica della Chiesa, ponendola in con-
tradizione con la Bibbia, sino a scrivere un Compendium errorum
Joannis pape XXII (^).
Bisogna pervenire al secolo XVI, per vedere compromessa l'au-
torità della Chiesa, anche dal lato della fede e della dottrina religiosa.
Bisogna pervenire alla seconda metà del secolo XIX, per leggere
in alcuni libri di liberi pensatori, essere tanto assurda una filosofia
cristiana, quanto assurda una fisica cristiana {^). Pure, ai dì nostri
non mancano alcuni neoscolastici, in specie neotomisti, i quali lavo-
rano con fiducia sulle opere dell' Aquinate, ripromettendosi di trovare
e) CuviER, Hist. de VUniv. de Paris, voi. IV, p. 346, Parigi 1761.
(«j Vedasi il mio Marsilio da Padova, pp. 177-188, Padova, 1882.
(3) Fenerbach, Ueber Philos. und Christentum, in Bezichung auf den dei
Hegel, etc, Mannheim, 1839.
- 86 —
in esse un sistema filosofico che non si opponga alla filosofia predomi-
nante scientifica.
Gli scolastici erano stati meno esigenti, intitolando i loro scritti
principali Somme non Sistemi, dopo che il mistico Ugo di San Vittore,
morto nel 1141, ne aveva dato im primo esempio nella sua Summa
sententiarum.
VII.
E soltanto possibile una filosofia del cristianesimo.
Abbiamo visto nel paragrafo precedente il risultato a cui arrivò
la filosofia cristiana. Dopo tanti sforzi di tanti sorprendenti ingegni,
se ne proclamò la impossibilità, ragionevolmente. Il metodo in essa
adottato implicava difficoltà insuperabili ; dovevasi, in ultimo, chiarire
non già diffìcile, come qualunque altra filosofia, ma impossibile.
Da ciò forse può inferirsi che sia del pari impossibile una filosofia
del cristianesimo? Altra cosa è una filosofia cristiana, che presume
di andare, a fil di logica, dalla fede all' intelligenza, mentre si con-
fessa una sproporzione fra i due termini ; ed altra cosa è una filosofia
del cristianesimo, che, posta davanti al fatto storico della fede cristiana,
ne giudica con radicale indipendenza e libertà. Di qualsiasi fatto, e
per conseguenza anche del fatto della fede cristiana può investigarsi la
realtà e la idealità. La realtà porge materia storica, quindi ad una
storia del cristianesimo ; la idealità, presenta materia filosofica, quindi
ad una filosofia del cristianesimo. Per la filosofia del cristianesimo non
si hanno le difficoltà insuperabili, indicate nel paragrafo precedente ; per-
chè in essa non si va, come nella filosofia cristiana, con un procedi-
mento illogico, dalla fede alla intelligenza ; ma dalla fede si passa a
ricercarne la idealità, liberamente. La fede, nella filosofia del cristia-
nesimo, è un semplice postulato di fatto, del quale lo studioso fa una
spiegazione imparziale e scientifica.
Ciò posto in generale, indico in particolare alcuni requisiti indi-
spensabili alla filosofia del cristianesimo. Anzitutto è necessario con-
siderare le fede e la intelligenza, come due campi diversi dello spirito
umano. La fede, infatti, è il campo della pietà e delle speranze del
cuore umano; la intelligenza è il campo della critica delle ricerche
della mente umana.
Nella filosofia del cristianesimo i due campi, com' è evidente, non
si confondono ; perchè la mente umana non fa altro che la ricerca cri-
- 87 —
tica de' fenomeni religiosi del cuore umano. Ogni volta che non si
distinsero con chiarezza i due campi, come accadde nella filosofia cri-
stiana, patristica e scolastica, si sacrificò sempre dagli scrittori la
ragione alla fede. Pietro Huet, nel secolo XVIII, intitolò un suo
libro: Be concordantia rationis et fldei. Finì con la loro sconcor-
danza, sentenziando che in omnibus quae pertìnent ad fldem, rationem
€omponendam esse ad nutum, praescriptumque fldei. E questa sen-
tenza derivò dal doppio detto biblico: Beati pauperes spiritu; Beati
qui ìion viderunt, et crediderunt (Pag. 5, 22, 34). Per conseguenza
resta un solo partito logico, eh' è ancora storico, quello, cioè, di separare
i due campi della fede e della ragione.
Molti scrittori vi si adoperarono dopo il medio evo; ma più e
meglio vi riuscì lo Spinoza. Egli ritiene per stranissima cosa che vi
siano degli uomini, i quali vogliano sottoporre la ragione, dono mas-
simo di Dio, luce veramente divina, ad una morta lettera, che ha
altro fine, cioè alla Bibbia {Tract. Theol. polii. XV). Di qui inferi
<;he il voler conciliare Scripturam et Philosophiam est errare tota
coelo. Vuole rispettati i diritti della fede ; ma non conculcati i diritti
della ragione. Lo Spinoza, infatti, scrive: Inter fidem et rationem, sive
theologiam et philosophiam nullum esse commercium, nullam affini-
iatew,. E perchè ? Perchè quanto allo scopo tota coelo discrepant. Phi-
losophiae enim scopus nihil est, praeter veritatem, fidei autem nihil^
-praeter obedientiam et pietatem (Ibid. XVI).
La indipendenza voluta dallo Spinoza tra fede e ragione, tra teologia
€ filosofia, non potuta ai dì nostri sconoscersi, conduce ad ammettere
impossibile la filosofia cristiana, e soltanto possibile una filosofia del
cristianesimo. La filosofia cristiana conculcò i diritti della ragione in
ossequio ai diritti della fede. Invece, per la filosofia del cristianesimo
restano incolumi i diritti della ragione, che esamina con indipendenza
le idealità della fede, e i diritti della fede, che si consolidano in
quello che hanno di edificante e santificante, e si depurano in quello
che contengono di superstizioso e dannoso. Ma la possibilità della
filosofia del cristianesimo può dimostrarsi per altri fatti.
Ogni religione è, oltre ad adorazione di alcun che di superiore e
di misterioso, ancora spiegazione, più o meno solida, dell' universo.
In quanto adorazione, è un culto interiore ed anche esteriore degli
affiliati di essa, o, come dice Spinoza, est obedientia et pietas. In
quanto spiegazione dell'universo, è quasi una istintiva filosofia del-
l' universo, che diventa riflessiva per i cultori di studi religiosi.
Ouglielmo Bender ben osserva nella Essema della religione, che
ot^nì normale religione contiene una spiegazione dell'universo {^).
Per tale contenuto ogni religione si presta ad una filosofia della re-
ligione. Vi si presta per conseguenza anche la religione cristiana, che
pur essa presenta una spiegazione dell' universo. Il volume di Ad. Har-
nack, tanto ora conosciuto, dal titolo I)as Wesen des ChristentumSr
cioè Essenza del cristianesimo, è, per molti rispetti, una filosofia del
cristianesimo. Il volume di Augusto Sabatier, intitolato Esquisse d'une
philosophie de la religioii (1897), è a un tempo una filosofia della
religione in genere, della cristiana in ispecie. Ricorderò tra poco altre
opere su la filosofia del cristianesimo.
Dico ora che eziandio alcuni Padri della Chiesa esposero, talvolta,
nei loro scritti, anziché una filosofia cristiana, una filosofia del cristia-
nesimo. Ad esempio, Gregorio, vescovo di Nissa, una delle tre stelle della
Chiesa di Cappadocia — le altre due sono Basilio il Grande e Gre-
gorio di Nazianzo — estese una filosofia del cristianesimo nel discorso-
catechetico grande {Aóyog xaT)]xr]Tixòg ó fxsyag) ("^). Questo discorsa
ha per iscopo di considerare il cristianesimo nel suo successivo sviluppo,
adoperando più la dimostrazione speculativo-fìlosofica, che quella bi-
blico-teologica. In esso s'intende non mediante la fede ; bensì mediante
la fede si discute ed argomenta. Il simigliante può affermarsi della
città di Dio {De civitate Dei) di Agostino, che gli costò più anni di
studio, e ch'è, sotto diversi aspetti, una storia ed una filosofia del cri-
stianesimo, comparata con la storia e con la filosofia del gentilesimo.
Nei ventidue libri si ricostruisce il fatto cristiano non già col metodo-
dei credo, ut intelligam, bensì con un metodo affatto osservativo e
speculativo. Il contenuto della fede cristiana, così come s'era svolto
nel cattolicismo, viene sottoposto ad uno studio storico e filosofico.
Le ragioni arrecate provano, che se è impossibile una filosofia cri-
stiana, come si coltivò dalla Patristica e dalla Scolastica, è possibile
una filosofia del cristianesimo, che mediante la critica studia il con-
tenuto reale ed ideale della fede cristiana. Questa fede, posta da-
vanti al lume della ragione, viene esaminata nel suo fondamento e
svolofimento storico. In sostanza la filosofia del cristianesimo è un esame
(■) Zu jeder normalen Eeligion gehort eine bestimmte Deutung der Welt
(Das Wesen der Religion, ecc., p. 24, Bonn, 1886). Anche il Guyau considerò la
religione, quale explication de Vunivers, trascurando l'altro lato dell'adorazione
{L'' ir religion de Vavenir, p. 155, Paris, 1887).
{^) Vedasi J. H. Grawley, The Mss. and Text of the Pr. catheh. of St. Gre-
gory of Nyssa, in Journal of Theological Studies. An. 19002, 421-428.
— 89 —
scientifico non solo possibile, ma ancora utile per uno de' più grandi
fenomeni religiosi dell'umanità.
Principale fondamento della fede cristiana è la Bibbia. Nella filo-
sofia del cristianesimo se ne esaminano le prime origini apostoliche.
Dopo questa disamina, che ne discute l'autenticità e la veridicità,
è necessario studiare il movimento biblico di diciannove secoli, che fu
ermeneutico-dogmatico a tutto il medio evo, critico-teologico dopo la
Kiforma del secolo XVI, critico-storico dalla seconda metà del se-
colo XIX.
La Bibbia, nel suo movimento ermeneutico-dogmatico, pose il
fulcro della teologia dogmatica; nel suo movimento critico-teologico,
servì di base alla teologia esegetico-sistematica ; nel suo movimento
critico-storico, è stata il fondamento da un lato della teologia storica,
dall'altro della filosofia del cristianesimo. Di tal guisa la Bibbia, che
non è una filosofia, si trasforma in una filosofia del cristianesimo. Me-
diante la ragione si fa di quella l'esame critico, per iscoprirne le varie
idealità dottrinali e morali (').
In un altro mio lavoro mi venne scritto : « La filosofia cristiana, se
voglia così appellarsi, può ritenersi in un solo senso, nel senso, cioè, di
essere nella sostanza e nella forma una filosofia del cristianesimo. Sol-
tanto in questo senso non resta, per così dire, sospesa tra cielo e terra,
oscillante sempre in modo equivoco e illogico tra filosofia della fede e
filosofia della ragione « (^). Ora, invece, dico risoluto, che volendo cau-
sare malintesi, è meglio lasciare da banda le parole di filosofia cri-
stiana, e discorrere soltanto di filosofia del cristianesimo. Un dotto
protestante, il prof. F. Leonbrardt, ha stimato rendere possibile una
filosofia cristiana sperimentale, avente un valido appoggio nei Vangeli.
Egli osserva che in questi si fa spesso appello all'esperienza, col ri-
petere: Vieni e vedi; noi stessi l'abbiamo visto ed udito; ho scritto
ciò che ho veduto (3). Vero che nella Bibbia spesso adoperasi la espe-
rienza non meno subjettiva che objettiva, non meno interiore che este-
(>) Ad es., due professori tedeschi, il Bousset ed il Gunkel, hanno intrapresa
una storia ed una filosofia della religione giudaica e cristiana in relazione all'An-
tico e al Nuovo Testamento, e ad altre antiche religioni, nell'opera: i^orsc/jM?i.9e»
sur Religion und Literatur des Alien und Neuen Testamenls. Dell'opera si sono
pubblicati alcuni fascicoli del primo vulume. È importantissima, anche per la
copiosa letteratura religiosa e biblica che la sussidia ed arricchisce.
(«) La filosofia italiana, p. 97. Torino, Loescher, 1888.
(») Conferenza sul cristianesimo ed il metodo sperimentale, in Eevue chré-
tienne. Parigi, an. 1903.
90 —
riore; ma dessa è destinata non alla scienza, si alla religione, non
ad una esperienza teoretica, sì ad una esperienza pratica e religiosa.
Ed ora aggiungo come finale conclusione, o, meglio, come un'ap-
pendice, che opere contemporanee di filosofia del cristianesimo non
mancano. Ne ho ricordato alcune; eccone poche altre, delle molte pub-
blicate. Le ricordo soltanto, senza farne l'analisi, che sarebbe assai
lunga. La religione ne' limiti della ragione pura {Die Religion inner-
halb der Grenzen der blossen Vernunft) del Kant, è in fondo uno
studio di filosofia del cristianesimo. Anche un saggio di filosofia del
cristianesimo è il libro del Fichte su la Istruzione per la vita beata
{Anweisung zum seligen Leben). Un altro saggio filosofico, e, insieme,
storico del cristianesimo si tentò dallo Schelling nelle Lezioni sopra
il metodo dell'accademico studio {Vorlesungen ilber die Methode
des academischen Sludiums), specialmente nelle lezioni ottava e nona. Il
lavoro più compiuto di filosofia della religione in genere, della cri-
stiana in ispecie, lo presentò 1' Hegel nei due volumi di Filosofia della
religione {R eli gionsphilo Sophie). Il Kant, il Fichte, lo Schelling e
r Hegel, questa tetrarchia filosofica della Germania, ha inteso di fare
non già una filosofia della ragione, mediante la fede, bensì una filo-
sofia della fede, mediante la ragione, scoprendo tutto quello che di
razionale o d' irrazionale è nella fede cristiana positiva, ci)' è quanto
dire una filosofia del cristianesimo (^).
Lo stesso indirizzo si osserva in queste altre pubblicazioni tede-
scbe: Feuerbach, Das Wesen des Christentums ; Schwarz. Das Wesen
der Religions; Weisse, Philosophische Dogmati/c, oder Philosophie
des Christenthims; Lipsius, Philosophie und Religion; Kastan, Das
Christenthum und die Philosophie; Pfleiderer, Religionphilos. auf
geschichtlicher Grundlage; Zeller, Ursprung und Wesen der Re-
ligion, in Vortràge und Abhandlungen ; Strauss, Per alle und der
neue Glaube.
In nessun paese, come nella Germania, si sono coltivati nella
seconda metà del secolo XIX gli studi filosofici sul cristianesimo. Oltre
ai libri notati, vi sono gli altri dell'Hartmann, del Punjer, dello
Hermann, del De Vette e di altri. Mi preme aggiungere solamente
l'opera dello Schleiermacher, dal titolo: Der christliche Glaube,
nella quale trovasi svolta la più profonda filosofia della fede cri-
stiana.
(') L'ho dimostrato per il Kant, in occasione del suo centinario, nel mio
articolo: La religione cristiana secondo Emanuele Kant, in Rivista della Nuova
parola, an. 1904, pubblicata in Roma.
— 91 —
Su lo stesso tema rammento alcuni studii inglesi, francesi e ita-
liani. Per quelli inglesi cito: J. Stuart Mill, Nature, The utility
of Religion and Theism ; J. Caird, Introd. to the philos. of Reti-
gion ; T. Fairbairn, Studies on the Philos. of Religion and History;
W. James, The varieties of Religions Experience ; J. Henry Allen,
Fragm. of Christian history; H. Colin Lindsay, De ecclesia et ca-
thedra, or the empire-church of Jesus Christ; C. Newsome, The
Pronoum « /» and the Interjection " 0^, or the English Person v. the
Roman Thing ; H. Spencer, Istituzioni ecclesiastiche, trad. italiana ;
E. Clodd, Le credenze relig. delVumanità, traduzione italiana.
Ecco alcuni libri francesi di filosofia della religione, puranco cri-
stiana: J. Matter, Philos. de la religion; E. Quinet, Le genie des
religions; B. Constant, De la religion; J. Baissac, Les orig. de
la religion; Ch. Lambert Le spiritualisme et la religion; De
Broglie, Prohlèmes et conclus. de la science des religions; Vas-
€HEROT, La religion; A. Coquerel, Des premier es trans formations
historiques du christianisme ; V. Courdaveadx, Conférences sur
l'histoire de l'Eglise; M. Bonnefoy, La religion future d' accord
avec la science, la raison et la justice ; J. Sholten, Hist. comp.
de la philos. et de la religion (trad. per A. Béville); A. D. White,
Hist. de la tutte entre la science et la théologie (trad. par de Varigny) ;
J. Bentham, La religion naturelle, etc. (trad. per G. Grò te).
Indico da ultimo alcuni scritti italiani per la filosofia del cristia-
nesimo: Rosmini, B. Constant e i Sansimoniadi; Della Speranza,
Saggio sopra alcuni errori di Ugo Foscolo in religione; Breve
esposizione della filos. di M. Gioia in religione; Saggio sulla
dottrina religiosa di G. D. Romagnosi ; Due lettere al De Lamen-
nais. Tra le opere postume: Antropologia soprannaturale. Gioberti,
Teorica del soprannaturale, ossia discorso sulle convenienze della
religione rivelata alla mente umar.a e col progresso civile delle
nazioni; La filosofia della rivelazione. In questo libro postumo del
Gioberti sono parecchie idee su la rivelazione, su la creazione, su
l'oltretomba, conformi in parte all'opera Dei principi di Origene;
della quale abbiamo notato l'eccezionale processo metodico di fronte
a quello degli altri Padri della Chiesa. Non cito altre pubblicazioni
italiane su la filosofia del cristianesimo di scrittori viventi, neppure
alcune dell'autore della Comunicazione.
La letteratura contemporanea su la filosofia del cristianesimo ri-
velasi, per le citazioni arrecate, molto copiosa. Ciò dimostra ad evi-
denza che gli studi religiosi, massime cristiani, si apprezzano ancora
- 92 —
al nostro tempo, così come accadde nell'evo primo e medio. Se non che
il metodo con cui ora si compiono, è interamente mutato. Il processa
metodico del credo, ut intelligam, rispettato dalla Patristica e dalla
Scolastica in filosofia, si è abbandonato dai critici, perchè annulla i
diritti della ragione. La fede religiosa ha, senza dubbio, i suoi diritti ; ma
acciocché questi vengano rispettati, è sufficiente che la filosofia esamini
la religione con equanimità, senza ostilità, e senza servilità. Ebbene,
ciò si verifica nella filosofia del cristianesimo, non nella filosofia cristiana.
IX.
DI UN SINGOLARE USO NUZIALE
NEL PATRIMONIO MATILDICO.
Comunicazione della signora Caterina. Pigorini-Beri
Tutto quel territorio che è compreso nella provincia di Reggio
Emilia fra le Carpinete, dove si tenne il Sinodo per la continuazione
della guerra contro l'imperatore, Canossa, Rossena e Bibbiano (l'antico
Baiano), ha conservato leggende e costumi bizzarri e strani che non
hanno nulla di comune con quelli dei territori limitrofi, pur divisi
solo da un trar di mano o da un torrentello, o da un sasso di confine
appena segnato.
Il contado matildico si mantiene religioso a preferenza dei con-
tadi vicini, nei quali anzi un soffio di ribellione ardente si manifesta
nelle lotte contemporanee di classe o di fazione politica. Frequentatore
assiduo di certi speciali santuari, crede di potersi valere ai giorni
nostri dei privilegi e degli indulti accordati da Gregorio VII nell'in-
vernata rigida del 1077, quando uomini d'arme, popolo, vescovi, prelati
e grandi della terra soggiornavano in tutto l'altipiano dell'Enza, tra
Reggio, Bibbiano, Ciano, Ciancilo, Sampolo e Quattro Castella.
Il contado matildico credeva fermamente ancora pochi anni fa
che la Gran Contessa abbia cercato di celebrare la messa a Bibbia-
nello, uno dei quattro castelli, dove poi per la mutabilità delle umane
cose, ricevette più tardi con solennità e con tutti gli onori il figlio
di Arrigo, parlando la granosa lingua francese (come dice Donizone),
e che sia morta colà fulminata, dove ancora compare col monaco Do-
nizone all'aurora di ogni giorno, elevandosi verso le alture di Canossa e
svanendo in nebbia.
Ma di tutte le costumanze e le superstizioni, la più singolare è
questa: La sposa deve fuggire dalla casa paterna alla vigilia delle
nozze.
— 94 —
Né quest'uso ha nulla di comune col ratto tradizionale che si
osserva nelle cerimonie nuziali di quasi tutti i contadi d'Italia, e di
altre popolazioni d'Europa, È noto che il simbolo rimastoci della ce-
rimonia nuziale è il ratto. Ma qui è tutt'altra cosa: la scaturigine,
a così dire, del cerimoniale, non si può cercare in antiche costumanze,
e né il folklore né la etnologia ci possono, a mio modesto avviso,
dare la soluzione del problema. Difatti, quando la sposa non fugge, il
che pur accade qualche volta, il cerimoniale delle nozze, comparato a
quelli degli altri paesi d'Italia, si mantiene presso a poco il medesimo.
Ma il ratto delle spose, nel patrimonio matildico, e per cui c'è
una frase consacrata: scappar la sposa; l'ha scappata!, è una cosa
che sta perfettamente da sé.
E valga il vero. L'uomo è già fidanzato riconosciuto, oppure è
sicuro che non gli negheranno la fanciulla ; molte volte anzi é fissato
il giorno delle nozze; non c'è che da andare a comprare l'anello;
spesso l'anello è comperato; son fatte le pubblicazioni alla chiesa; a
una data sera, quando la famiglia s'unisce pel rosario o al desco, la
fanciulla scompare. Essa è stata scappata ; la famiglia non se ne dà,
generalmente, alcun pensiero e, salvo che essa non sia fuggita nel
grosso dei lavori, non la lamentano neppure ; qualche lagrimuccia con-
suetudinaria é versata dalla madre; gli uomini crollano il capo; ma
han fatto o faranno anch'essi così: si va a letto, e tutto sta nel sapere
dove la fanciulla sarà andata a passare la notte.
Dal canto suo lo sposo che l'aspetta sulla via dietro una siepe,
e che ha fatto il fischio convenuto per la fuga, non si presenta solo :
egli ha con sé almeno un testimonio, spesso due. E quando vedono
la fanciulla si danno a correr via insieme, e la ragazza dietro con
gran pena: giunti a un trar di balestra da casa, lo sposo si volge:
0 che volete ì le chiede nel suo dialetto aspro, serrato e quasi basco :
Voglio venire vosco ; a cui l'altro di rimando : Ma io non vi voglio ;
allora essa colla forma intrepida dell'amore : Voglio venire lo stesso.
A questa formale dichiarazione il giovane si rivolge ai testimoni :
Avete sentito ì Ed essi ponendosi la mano al petto: Abbiamo sentito;
allora quetamente e con ogni rispetto lo sposo la consegna ad uno
dei parenti più prossimi e di maggiore autorità, che la conduce in
casa, dove lo sposo non entra neppure.
Al mattino si sparge la voce della fuga e si va dal curato, che
in fretta e in furia, sentito se ci fu ratto violento, il quale sarebbe
un ostacolo canonico come ognuno sa, le nozze si celebrano alla che-
tichella a porte chiuse.
— 95 —
Se tu chiedi il perchè di tutto ciò, essi ti rispondono che si è
sempre fatto così ; e infine, meravigliati ti domandano se non si fa così
dappertutto ; e alla negativa si mettono a ridere d'un cotal loro riso
furbesco e beffardo, quasi compassionando noi così poco coraggiosi, così
poco artisti, e così poco innamorati, che non sappiamo sbrigarci degli
impedimenti che la Chiesa e lo Stato ci mettono, con un colpo di
mano così semplice e così sicuro.
Non va taciuto che fino al 1859, il duca Francesco di Modena,
se il matrimonio non si celebrava colla massima sollecitudine, faceva
arrestare i fuggitivi, imponeva loro il carcere e l'ammenda e li faceva
sposare tra i suoi dragoni, armati di sciabole e moschetti.
Se erano parenti, e allora la Chiesa doveva per legge mettere
l'impedimento, non potendosi far precedere il lungo dibattersi delle
dispense, ai due sposi era data in mano una lunga torcia accesa : essi
erano collocati ai due lati dell'aitar maggiore e dovevano stare in
ginocchio coi di-agoni di guardia del Serenissimo Duca, fino a che la
torcia non fosse del tutto consumata; il che si chiamava bruciare
la parentela : una specie di scomunica in jìartibus. I più vecchi lo
dicono; ora si è più miti, più corrivi e più pronti alle dispense.
L'autorità dello Stato cercò dunque di far distruggere questa usanza
antichissima anche dalla forza; riuscì inutile ; la Chiesa cercò di porre
il freno non solo della sua morale, non celebrando tali nozze, ma fa-
cendole segrete; di più un benemerito arciprete di Bibbiano, che è
la più vasta e la più ricca parrocchia della diocesi e di cui è tribu-
taria Canossa, nel secolo XVIII istituì delle doti di venti scudi l'una,
per le fanciulle che non mai uscite dalla parrocchia per più di ven-
tiquattro ore, e non scap'[)ate, si presentassero all'altare. Il premio
non ebbe maggior valore del castigo ; anzi il castigo del Duca di Mo-
dena non fu posto se non perchè il premio non valse: il contado ma-
tildico seguita a scapjmr la sposa, come si dice con frase consacrata ;
se non lo facesse non gli parrebbe neppure di sposarsi.
Il carattere tutto medievale dell'usanza è confermato dalla savia
e pia decisione dell'antico arciprete di Bibbiano; e studiando atten-
tamente non parmi diffìcile spiegarne l'origine e il procedimento.
Un jus infame, nessuno lo ignora, imponeva un tributo orribile
alla novella sposa. La roccia di Rossena col suo castello a mezza
costa fra le Quattro Castella e Canossa, non solo rosseggia del colore
della sua roccia che le dà il nome, ma altresì del sangue della dolce
Everelina che si precipitò nell'abisso, come dice la leggenda, per to-
gliersi alle violenze del suo signore : e lo sposo evidentemente faceva
— 96 —
uscire da casa la sposa per sottrarla all'abborrito amplesso e per averla
sua nella vita e nella morte.
Ma questo non basterebbe a spiegare completamente il rito della
fuo"a coi testimoni che attestano non esservi stato ratto violento. Poiché
questo jus non era speciale delle terre matildiche ; e cronache e leg-
gende e pietose storie notano casi identici a questo in ogni luogo
dove si erge un castello, dove i feudatari imponevano ogni tirannica
prepotenza ai vassalli curvi sotto il peso della comune vergogna e della
comune servitù. Dunque un'altra ragione deve esservi stata. E questa,
a rigore di logica, deve attribuirsi al tempo in cui le soldatesche im-
periali 0 gli uomini d'arme della Gran Contessa, assedianti o assediati
0 vassalli, rapivano le giovinette dei dintorni, e volevano poi santifi-
care col matrimonio le conseguenze del ratto: al che la Chiesa non
potendo acconsentire, venne in tempi meno feroci resa necessaria, anzi
indispensabile, la presenza dei testimoni, che affermano sulla loro co-
scienza non essere stata la fanciulla rapita, ma semplicemente e vo-
lontariamente fuggita, 0, come dicono essi, sca2^pata\ il che non fa
impedimento canonico, ma impone anzi la massima sollecitudine a
prevenire colpe e scandali.
Queste brevi notizie, in cui io ho creduto mio dovere di non di-
lungarmi troppo per non abusare del tempo concesso, le ho qui recate
per invogliare gli eruditi a studiare il territorio in cui si svolsero i
più gravi avvenimenti della terra e risalire cosi dai caratteri che quel
territorio conserva ancora ai nostri giorni, colla continuità umana della
tradizione e colla pertinacia delle genti agricole e specialmente mon-
tanare, al fatto antico che ne diede l'origine.
Salendo l'erta faticosa di Canossa, l'artista e il pensatore si chie-
dono come mai le potestà che ebbero parte sì grande nel dissidio del
pensiero umano, si siano così poco occupate di quel bianco scoglio che
dà il nome a Canossa, in cui si racchiude la sintesi di una grande
storia, che il tempo e gli avvenimenti mutarono in leggenda incerta
e fantastica. Quel castello si sgretola, cade, si sprofonda in frane ca-
pricciose e frequenti; il viaggiatore guardando in alto dovrà dire fra
breve tempo: qui fu Canossa, famosa un tempo, in cui si combatte-
rono le grandi battaglie della libertà contro l'invasione straniera, ora
non più che un nome perduto nella storia dei grandi combattimenti
delle anime.
Era quel tempo in cui chi si metteva sotto la protezione della
Chiesa si sentiva libero ; era quel luogo in cui, cum plantis nudis a
frigore captis, il ventiquattrenne imperatore in un impeto forse sincero
- 97 -
di fede, prostrato davanti al Servo dei Servi di Dio, col volto chino
fino a terra, implorava: Farce, beate Pater, pie parce mihi!
È piena di interesse la comunicazione (e mi sarebbe grato di
poterla ripetere qui se non temessi di abusare della cortesia concessami)
che di questa grande umiliazione dell'imperatore d'Occidente davanti
al pensiero italiano, personificato da un monaco grandissimo, ne fece
l'illustre archeologo Gaetano Chierici alla Deputazione di Storia patria
dell'Emilia, allorché presentò la pianta del castello di Canossa e
degli scavi, per cui tutto il poema di Donizone ne diviene in ogni sua
parte naturale ed evidente, e lo fece dichiarare monumento nazionale.
Ed è là che nelle tradizioni, nei costumi, e dove, secondo il
Gagnoli, le bellezze del del sembrati più belle, si conservano ancora
riti, leggende e consuetudini a cui si può domandare la soluzione dei
grandi problemi che la filosofia della storia deve liberare dai pregiu-
dizi che annebbiano gl'intelletti, nel momento storico in cui viviamo.
Il progredire della civiltà, la facilità di emigrare e di fondersi,
il nuovo diritto pubblico, il sovrapporsi di nuovi usi e di nuove co-
stumanze, cancelleranno ben presto ogni residuo di quelle memorie che
ancora vivono fra gl'ingenui montanari del contado matildico.
Non trascuriamo di investigarlo finché ne abbiamo il tempo, con
coraggio, con cura rigidamente scientifica, e prepariamo agli avvenire
i materiali per la storia positiva e filosofica di un'epoca memorabile,
che è ancora involta nelle nebbie della leggenda, e che può accre-
scere gloria e splendore alla patria.
Sezione VII. — Storia della Filosofia.
X.
SAINT COLOMBAN ET LA FONDATION
DES MONASTÈRES IRLANDAIS EN BRIE AU VIP SIÈCLE
Comunicazione del prof. Gaston Bonet-Maury.
Le 23 novembre 615 mourait, au couvent de Bobbio, un vieillard,
entoiiré d'un si grand prestige de vertu, de foi et de science, que ses
contemporains le saluèrent du titre de saint, avant méme qu'il eiit
été canonisé. Aussi jaloux de son indépendance qu'il était esclave de
sa règie, ce moine avait traité d'égal à égal avec les évéques et cor-
respondu librement avec les papes. Farmi les rois et reines barbares,
les uns s'étaient dispute sa bénédiction comme une gràce divine, les
autres avaient redente ses censures comme une malédiction. Et poiir-
tant cet homme était un étranger en Lombardie, où il finit sa carrière,
comme en France et en Allemanie, qu'il avait sillonnées comme mis-
sionnaire. 11 avait le type celtique, la tonsure en croissant sur le devant
de la téte; il portait un froc blanc, le baton pastoral court à crosse
{cambula) et gardait dans sa pochette [pera) un évangéliaire et un
psautier. Il partageait sa journée entre le travail des champs et la
prédication et passait une partie de ses nuits à méditer les Saintes
Écritures. à prier et à psalmodier. Cet bomme extraordinaire, e' est
Saint Colomban, dit le jeune (0-
D'oìi venait-il? Des extrémités nord-ouest de l'Europe, de l'Hiber-
nie, babilée par les Scots, de cette ile verte d'Érin, qui, protégée par
sa ceinture marine et son voile de brumes. fut, pendant l'invasion
des Barbares, le refiige providentiel de la civilisation britanno-romaine.
L'Irlande était le foyer d'un christianisme très ancien, très vivace
et très originai; elle avait été convertie, dans le courant du IV^ siede,
(') On l'a surnommé ainsi pour le distinguer de Colomban l'aìné, qui, lui
aussi, était un Scoi d'Irlande et fut l'apótre du Nortliuniberland et du nord de
la Grande-Bretagne (aujourd'hui l'Écosse).
— 100 —
par des missionuaires bi-etons, et, sur cette terre feconde, la semence
évano-élique avait si bien fructifié qu'au VP siècle l'ile principale et
les petites ìles voisines étaient couvertes d'églises et de monastères,
qui leur valurent le surnom à' Tnsulae Sanclo7''um. Ces chrétiens,
d'ailleurs, se vantaient d'étre les disciples de saint Pierre et saint Paul
et ne recevaient rien en dehors de la doctrine évangélique et aposto-
lique ('). A leurs couvents étaient annexées des écoles et des biblio-
thèques, où l'on enseignait et lisait le grec, la poesie latine, les arts
libéraux, la philosophie, de sorte que les religieux qui y avaient re9ii
leur éducation étaient très recherchés poiir maìtres dans les écoles
monastiques du coutinent. « Quid Hiberniam memorem, écrit Heiric
d'Auxerre (^), contempto pelagi discrimine, pene totam cum grege
philosophoriim ad littora nostra migrantium ? " D'ailleurs, cette église
des Scots, en se modelant sur l'organisation des clans chère aux Celtes
et héritant de leur instinct migrateur et de leur passion des aventures,
avait revétu deux caractères qui la distinguent nettement de l' église
gallo-romaine et de l' église anglo-saxonne {^).
Le premier, e' est le cachet monastique. En Irlande, nulle centra-
lisation des églises autour de telle ou telle métropole. L'antorité y
appartenait aux abbés qui, indépendants les uns des autres, gouver-
naient chaciin son monastèro et ses annexes, à l'instar d'un chef de
clan. Il y avait bien des évéques pour accomplir certains actes ou
sacrements, tels que la confirmation, l'ordination, mais c'étaient de
simples moines, et, comme tels, ils étaient subordonnés à l'abbé, qui
seul exer^ait la juridiction sur les moines et tenanciers du couvent.
Leur second trait distinctif était l'activité missionnaire. Si intense
était la vie religieuse et si grand était le zèlo de propagande de ces
Scots que, de cette « ruche monastique " , des essaims de missionnaires
sont allés à tous les bouts de l'Europe, depuis le pays des Pictes et
les ìles Hébrides et de 1' Ultima Thule jusque dans la Gaule franque,
l'AUemanie et la Lombardie. En sorte que l'aire des ces missions
irlandaises s'étend depuis Bobbio jusqu'en Islande.
C'est à ce dernir groupe qu'appartient notre Colomban; il était
né dans le comté de Leinster, vers l'année 642. Je ne parlerai pas de
sa vie, qui a été racontée par plusieurs biographes, anciens et mo-
(') Voy. Columhani epistola ad Bonifacium, IV, § 2
{") Voy. Vita S. Germani Autessiodurensis.
(^) Voy. F. CoNYBEARE, Tlie character of heresy of the early Briton Church
clans les Transactions of the Kymrisodone. London, 1829.
— 101 -
dernes ; parmi les auciennes, l'une des meilleiires est celle de Jonas
(de Suse) ; entre les modernes, le comte de Montalembert et Ozanam
l'ont écrite de main de maitre (^).
Je ne rappellerai que deux épisodes de la première partie de sa
carrière, poiir mettre en relief son caractère. A sei'ze ans, Colomban
rencontra aux environs de la ville ime femme anachorète qui vivait
depuis doiize ans dans la solitude et la prière. Piqué de curiosité, il
l'interrogea et elle lui avoua que, si elle était un homme, elle passe-
rait la mer et renoncerait à sa patrie, afin d'atteindre la perfection
de la vie ascétique. Dès lors, sa vocation s'éveilla. Il résolut de se
faire moine et d'aller précher Fé vangile aux Barbares. En vain sa
mère le supplia-t-elle de rester; en vain se jeta-t-elle en travers du
Seuil pour lui barrer le passage; le jeune homme santa par-dessus
le corps de sa mère. Après une quinzaine d'années de noviciat et
d'études au couvent de Bangor (582 ou 583), agé de quarante ans,
il partit pour l'Armorique, où, depuis le début du V® siècle, une
foule de Bretons, conduits par leurs prétres, allait s'établir, plutòt
que de subir le joug des Anglo-Saxons. Mais il ne s'y fixa point, il
y rencontra trop de compatriotes, de visages connus; ce quii lui fal-
lait, e' était un pays où il se trouvàt tout à fait étranger.
Colomban passa donc, avee une douzaine de compagnons, dans la
France, partagée entre les trois fils de Clotaire P"": l'Austrasie, l'a
Bursfondie et la Neustrie. Mais bientot l'ambition et la cupidité
avaient déchaìné la discorde entre les rois frères, et la guerre civile
s' était encore avivée par la rivalité de Frédégonde et de Brunehaut.
A l'arrivée de Colomban, les deux reiucS vivaient encore et donnaient
le scandale de leur dévergondage et de leur crimes à l'Église, impuis-
sante à réfrener leurs passions sauvages. On sait, par l'exemple de
Prétextat, évéque de Rouen, ce que risquait un évéque, quand il osait
intervenir. D'ailleurs, une partie des sièges épiscopaux étant conférée
aux leudes favoris des rois, les moeurs et la discipline du clergé
souffraient de cette introduction du regime seigneurial dans l'Église.
L'état moral des laiques était pire encore; les vices les plus grossiers,
la débauché et la superstition régnaient en maìtres dans l'àme popu-
laire. On rendait un ciilte aux arbres, aux rochers, aux sources; les
évéques avaient eu beau, comme saint Martin ou saint Eloi, repré-
senter les dieux pa'iens comme des démons, les paysans essayaient de
conjurer leurs maléfices par des sortilèges.
(') Voy. l'article de Seebass, dans la 3' édition de la Real Encyclopàdie
fùr protest. Theologie und Kirche.
— 102 —
Au milieu de ce chaos eii fermentation qii'était la société barbare,
on discerne pourtant au VIP siede une aspiration vers l'ordre et la
discipline. Dagobert fait reviser les lois des Prancs saliens, des Francs
ripuaires et des Alaroans (630). Les conciles, en France corame en
Espagne, précisent la discipline jusqu'en ses moindres détails. C'est une
epoque decisive pour la législation civile et canonique.
P^ Partie.
Saint Colombari, sa règie et. la Brie.
Telle était la situation morale et politique de la France, lorsqu'y
apparut Colomban, le législateur des monastères. Après avoir erre,
9à et là, à la recherche d'un lieu solitaire, il se fixa en Burgondie,
dans une région boisée, entro les sources de la Meuse, de la Moselle
et de la Saòne, sur les fontières de l'Austrasie. Le roi Gontran lui
ayant donne un castellum romain en ruines, à Anegray, Colomban
y établit son premier monastèro (584). Il soumit ses moines à la
règie des couvents d'Irlande, qui imposait, comme celle de Lérins,
les trois voeux, mais s'en distinguait par un regime plus austère
et une discipline plus rigoureuse.
Uva deux éléments dans l'oeuvre disciplinaire de Colomban: la
Regula monastica et la Regala coenobialis (0- La première est un
traité des devoirs du moine : obéissance, silence, pauvreté, chasteté, mor-
tification, travail manuel. Voici le portrait idéal qu'il en trace au cha-
pitre X : « Que le moine vive sous la discipline d'un seul pére et en
communauté avec plusieurs, afin d'apprendre de l'un l'humilité, de
l'autre la patience, d'un troisième la douceur. Qu'il ne se mette au
Ut que lasse et qu'il dorme en marchant. S'il a re^u une injure, qu'il
se taise. Qu'il craigne son supérieur (pì^aepositus) comme le Seigneur
et l'aime comme un pére. Qu'il accepte, comme salutaire, tout ce qui
lui est prescrit et ne juge pas l'opinion de ses supérieurs, car son
devoir est d'obéir et d'exécuter tout ce qui lui est commandé, suivant
la parole de Moise: Ècoute Israel et tais-toi ! (^). Quant à la Regula
(>) Voy. P. Fleming, Collectanea sacra seu Colombani magni, monachorum
patriarchae, acta et opusculae, Lovanii, 1667, fol. — Cf. Hertel, article dans
la Zeitschrift fiir historische Theologie, année 1875.
(2) Ce qui révèle bien la profonde piété de Colomban, c'est la prióre qu'on
trouve inserito au fol. 9a de son Évanqéliaire (cod. G. VII, 15, bibl. de Turin),
et qu'on va lire dans notre conclusion.
— 103 -
coenobialis, e' est une sorte de code penai qui édicte, sans beaucoup
d'ordre, les sanctions infligées pour les infractions aux règles posées
dans la premiere partie. Le moine doit se confesser tous les jours à
son supérieur. Les pénitences consistent en silence, en jeime prolongé,
arréts dans la cellule, obligation de chanter un plus grand nombre
de psaumes aux ofiSces de nuit, coups de verges. Ces derniers sont
distribués avec une liberalité qui nous paraìt brutale, mais qui cor-
respond bien à la grossièreté et à la violence des raoeurs du temps;
le nombre varie de six à deux cents coups; par exemple, six coups
pour avoir servi la messe sans s'étre rase et deux cents pour avoir
cause avec une femme sans témoins. Il est vrai qu'on pouvait racheter
cotte peine par deux jours de jeùne au pain et à l'eau. L'accès des
monastères était sévèreraent interdit aux femmes. La nourriture était
excliisivement vegetale.
Si l'on compare la règie de Colomban à celle de saint Honorat
(de Lérins) ou à celle de saint Benoìt (de Nursie), on voit que la pre-
mière était beaucoup plus rigoureuse, moins bien graduée, presque
barbare. Il nous semble qu' elle aurait dù. eifrayer, décourager les
amateurs de vie monastique. Or, tei était le dégoùt que la licence des
moeurs et les crimes eftVoyables de la noblesse franque au VIP siècle
inspiraient aux hommes qui avaient con9u un meilleur idéal moral,
que, malgré la rigueur de cette règie, les novices affluèrent dans
rasile de paix, de travail et de méditation ouvert à Anegray. BientOt
les cellules de l'ancien castellum romain devinrent trop étroites; Co-
lomban dut fonder coup sur coup deux autres couvents, à Luxeuil (585)
et à Fontaine (586), dans la méme région. Mais, suivant la coutume
des Scots, differente du droit canon de l'Église gallo-franque, Colomban
demeura le seul abbé de ces trois monastères, peuplés d'environ 220
à 230 moines. Ces religi eux n'étaient point oisifs. La plupart étaient
occupés à défricher la forét et puis, dans la clairière ainsi formée
autour de chaque couvent, à labourer la terre, cultiver les jardins po-
tagers et, plus tard, en Brie ou en Helvétie, à fayonner la vigne;
d' autres, sans doute le plus petit nombre, ceux qni savaient lire et
écrire, faisaient des copies de l'Écriture Sainte et des Pères et instrui-
saient les autres. Luxeuil, à cause de sa situation, acquit bientòt la
préponderance et devint comme le chef-lieu de cette colonie monastique
irlandaise.
Si j'avais à exposer l'ensemble des fondations de saint Colomban
en France, Ali emanie et Lombardie, il me faudrait présenter ses prin-
cipaux disciples, Eustase, Gali, Audoènus (saint Ouen), Elie, énumérer
— 104 —
toutes les fìliales de Luxeuil, qui naquirent dans les diocèses de Be-
saD9on, de Reims, de Trèves, d'Amiens, de Rouen, de Meaux, sans
parler des couveuts de Lure, d'Orbais, de Bobbio, de Saint-Gali et du
plus célèbre de tous en France, Jumièges. Car toutes ces maisons re-
ligieuses qui ont jeté un tei lustre, soit par leurs écoles, soit par les
raanuscrits de leurs bibliothèques, sont bien des filles de la pensée
du grand moine scot et portent son empreinte. Mon dessein est plus
modeste. Me bornant au seul diocèse de Meaux, je me propose d'ap-
porter un peu de lumière sur les origines des quatre ou cinq couvents
cu ermitages, fondés en Brie par ses disciples : Adon et Dadon (saint .
Ouen), sainte Fare et saint Faron, saint Fiacre et saint Fursy, et que
les historiens des moines d'Occident ont jusqu'ici laissés dans l'ombre.
La Brie, ou le Saltus Briegensis, comme l'appellent nos vieilles
chartes latines, offrait alors un aspect bien différent de celui qu'elle
présente. Aujourd'hui, e est une partie du bassin de la Marne, avec
deux vallées affluentes, celle du grand et du petit Morin, et, entre
eux, un plateau fertile, limite à l'est par la forét du Mans et au
sud-ouest par les bois de Meaux, mais à peine coupé par quelques
bocages. « A l'epoque mérovingienne », dit Alfred Maury, « la province
était puissamment ombragée. Le Saltus Joranus (ou bois de Jouarre)
n'était qu'une subdivision d'une forét plus étendue qui entourait en
partie la ville de Meaux de l'est à l'ouest, en passant par le sud.
Elle a laissé comme témoins de son existence les bois de Meaux, ceux
de Saint-Faron, et la forét du Mans. Celle-ci s'étendait fort loin au
sud-ouest quand saint Fiacre en commen9a le défricliement. Toutefois,
les clairières n'y manquaient pas " (0- H y avait eu, sans doute,
dans ces espaces découverts, des « pagi " et des villas, appartenant à
des seigneurs gallo-romains. Mais les Barbares avaient passe par là,
brulé les villages, saccagé les églises, massacré ou emmené les serfs
en captivité. Et les champs étant restés en friche, la forét, avec sa
puissante végétation, les avait envahis; les rares paysans, privés des
secours du clergé, étaient retombés dans les superstitions paiennes,
dont ils étaient à peine sortis. Il fallait reconquérir les àmes sur le
paganisme et les terres sur la forét. C'est là le doublé service que saint
Colomban et ses moines scots ou burgondes rendirent à ce coin de la Gaule,
Sur ce sol dévasté, il trouva trois points d'appui: l'évéque de
Meaux, Gondoald, qui était en méme temps le defensor civitatis (2),
(») Voy. Alfred Maury, Les Foréts de la Gaule, Paris, 1867, p. 160.
(«) En vertu du traité d'Andelot, la ville de Meaux éclmt à Childebert, roi
d'Austrasie.
- 105 —
et deux seigneurs burgondes. Les Burgondes fiirent, comme on sait,
de toutes les nations baibares celles qui s'assimilèrent le mieux les
lois et coutumes romaines. Les leudes, entre lesquels les rois francs
avaient partagé les territoires conquis, avaient adopté le genie de vie
des sénateurs gallo-romains. Tout le temps qu'ils n'étaient pas obligés
de passer à la cour ou en guerre, au service de suzerain, ils résidaient
à la campagne, tour à tour dans leurs villas. A ces villas, la plupart
fortifiées, comme le castellum romain, étaient annexées une ou plu-
sieurs fermes, avec des champs, des prés, parfois des vignes et surtout
de grands bois, car ces Germains avaient conserve la passion de la
chasse. Une partie des terres était cultivée par les esclaves ou serfs
du seigneur, le reste était affermé à des colons qui lui payaient une
redevance. D'après cela, on peut assez bien se représenter ce qu'étaient
la villa de Pipimisium ('), habitée par le seigneur Hagneric, et celle
d' Ulliacum (^}, demeure du seigneur Autharius, où Colomban refut
Vhospitalité.
Hagneric, leude de Théodebert II, roi d'Austrasie, était d'origine
burgonde, et partant de confession arienne. Son pére, Aymeric, avait
été chargé par Gondebaud, roi des Burgondes, d'accompagner la prin-
cesse Clotilde à la Cour du roi des Francs, qu'elle devait épouser.
Ketenu auprès de Clovis, Hagneric s' était converti au catholicisme
romain et avait re9u en tìef du roi frane un domaine en Brie. Il avait
épousé Léodegonde, et de ce mariage étaient nés deux fils : Khagnoald
et Paron, et deux filles: Burgondofare et Agnetrude.
Le chroniqueur du diocèse de Meaux, à qui nous empruntons ces
détails (3), ne marque pas avec précision la date de l'arrivée du moine
scot en Brie. Il nous dit seulement qu'il y vint après son expulsion
de Luxeuil, par ordre de Thierry II. Or, il y eut deux expulsions.
Après la première, Colomban fut interne à Besanfon, d'où il retourna
au bout de quelques mois à Luxeuil. La seconde fois, en 610, le roi
le fit conduire, sous escorte, à Nantes, afìn de l'y faire embarquer
pour rirlande; mais le bardi missionnaire, trompant une seconde fois
la surveillance de ses gardes, réussit à s'échapper. Nous savons, d'autre
(') Les opinions sont partagées sur Pipimisium. Mabillon le place à Changy;
Tonssaint Duplessis à Oppigny. Pour nous, nous inclinons, avec M. F. de Res-
becque {L'abbaye royale de Faremoutier, 1863), vers Charapigny (territoire de
Couilly). non loin de Pont-aux-Dames.
(2) Ussy-sur-Marne, entre Meaux et la Ferté-sous-Jouarre.
{^) ToussAiNT Duplessis, Histoire de Véglise de Meaux. Paris, 1731, 2 voi.
in-l".
— 106 —
part, par ses lettres, qu'il employa une partie de l'année 611 à évan-
géliser les Alaraans paiens, campés sur les rives dii lac de Constance
(aux environs de Bregenz), et qu'en 612 il fut accueilli à Milan par
Agilulf, roi des Lombards. C'est donc dans la deiixième moitié de
l'année 610 ou au commencement de 611 qu'il faut piacer son vovage
en Brie. Cette province était d'ailleurs sur sa route, pour aller de
Bretagne en Allemanie.
Le séjour de Colomban en Brie fnt de courte durée, mais eut des
résultats considérables ; il était accompagné de quelques moines de
Luxeuil, entre autres de Khagnoald qui, vraisemblablement, le con-
duisit à la ville de son pére.
Hagneric accueillit le moine irlandais avec respect et biènveil-
]ance et lui promit son appui auprès du roi Théodebert. Colomban,
sensible à cet accueil, se laissa retenir quelques semaines et fit plus
intime connaissance avec la famille du seigneur austrasien. Il fut,
entre autres, frappé de la douceur et de la piété precoce de Burgon-
dofare, la seconde Alle d'Hagneric, qui pouvait avoir treizeans. Celle-ci,
nature mystique, comme Marie (de Bétbanie), écoutait avec ravissement
les récits de Colomban sur les exploits des ascètes d'Irlande; peut-étre
lui parla-t-il de cette recluse, qui avait décide de sa vocation. Que
se passa-t-il entre eux? Y eut-il une simple bénédiction donnée par
le moine? Ou bien, la jeune fille fìt-elle formellement le voeu de
consacrer à Dieu sa virginité? Le biographe de Colomban, Jonas
(de Suse), dit simplement: Filiam ejus {Hagnerici) benedicens, eam
Colombanits vovit Beo. Quoi qu'il en soit, ses parents ne paraissent
pas avoir pris au sérieux cette vocation, car, dès que Fare fut nubile,
ils voulurent la marier à un jeune noble. La jeune fille refusa, décla-
rant qu'elle n'aurait jamais d'autre époux que Jésus-Christ. Alors
s'engagea, entre Hagneric et sa fille, une lutte qui dura plusieurs
années et dans laquelle le pére usa de tous les moj'^ens, méme des
menaces et de la force, pour vaincre la résistance de Fare. Celle-ci
en tomba malade et, enfio, gràce à l'intervention d'Eustase, disciple
de Colomban, auprès de ses parents, obtint qu'on lui laissàt prendre le
voile de religieuse des mains de Gondoald, évéque de Meaux (614).
Poursuivant sa route, Colomban gravit les pentes du plateau de
Brie, qui forme la rive droite du Grand Morin et était alors couvert
par une partie de la forét de Crécy, et, traversant une grande clairière
qui se trouvait au sommet de plateau, il redescendit l'autre versant,
qui s'abaisse vers la Marne, à Sammeron, et parvint à UUiacum,
residence d'Autharius. Ce leude était aussi d'origine burgonde, cousin
— 107 —
d'Aymeric, et, de son mariage avec Aiga, avait eu trois fils: Ado,
Dado et Rado, et sans doute des fìlles. La mère presenta ses jeunes
enfants, dont l'aìné avait à peine dix aDs. Colomban avait aussi re-
marqiié chez eux une intelligence precoce des choses divines et les
bénit d'une affection tonte particulière. Gomme à Pipimisium^ la bé-
nédiction du moine scot devait décider de la vocation de plusieurs de
ces fils nobles et avoir pour conséquence la création de quatre monas-
tères: Faremoutier (627), Jouarre (630), Eebais (636), Saiute-Croix
à Meaux (660), sous le règne de Clotaire HI.
Quarante années plus tard, deux autres moines scots, formés à la
méme école, Fiacre et Fursy, arrivaient à leur tour en Brie, adop-
taient la règie sevère de Colomban et fondaient aussi des ermitages
cu prieurés à Saint-Fiacre et à Lagny.
On peut classer ces fondations monastiques en denx groupes. Le
premier, dù à l'action immediate de saint Colomban. comprend Fare-
moutier et Jouarre, Kebais et Sainte-Croix (de Meaux). Dans le second,
nous placerons l'ermitage de Saint-Fiacre, les couvents de Lagny et
de Pérenne, fondés, par des Irlandais, qui n'ont sans doute pas connu
Colomban, mais qui ont tìdèlement observé sa règie. Nous laisserous
de coté Pérenne, comrae étant hors de notre province.
IP Partie. — P'' Groupe.
§ 1. Faremoutier. — C'est à une femme, Burgondofare ou Fare,
que revient l'honneur d' avoir fonde en Brie le premier monastèro
suivanf la règie de Colomban. Nous avons laissé la fille du seigneur
Hagneric heureuse, après des années d'épreuve. de pouvoir suivre sa
vocation religieuse et prenant le voile à Meaux. Mais, où se retirer? Il
n'y avait, dans toute la contrée. de couvent de femmes qu'à Cham-
peaux (à sept ou huit lieues plus au sud). C'est là qu'elle se rendit
avec denx compagnes. Cependant, son pére, désireux de lui assurer
une retraite digne de son rang et voulant la dédommager des rigueurs
qu'il avait d'abord exercées sur elle, lui fit donation d'un grand do-
maine, au lieu dit Eboriacum, et lui constitua une dot pour y l'aire
bàtir un monastèro. Voici commeut Jonas, moine de Bobbio, nous
raconte la fondatiou de Faremoutier, vers 616-617: « Monasterium
virginum sujrra pateìvium solum, inler fiuvios Mugram et Album aedi-
ficavit, fratresque qui aedificandi curam habea/it defutavit, germanum
puellae Khagnoaldum. et Walbertum qui ei successa, ut illis regulam
— 108 —
doceant " (0- Le site était admirablement choisi sur le versant de la
colline qui forme la vallee du Graod Morin, auprès de sources d'eau
claire qui alimentent un grand vivier.
Le monastère était doublé : une alle était pour les hommes, l'autre
pour les femmes, mais l'église était commune (-). Les moines vinrent
les premiers pour travailler au défrichement d'une partie assez consi-
dèrable de la forét. Cela explique que les travaux ne furent terminés
qu'au bout de plus de dix années. C'est en 627 seulement que Fare
prit possession de l'abbaye, dont l'église fut mise sous l'invocation de
la Vierge Marie et de saint Pierre. EUe-méme fut élue abbesse, et
Khagnoald, son frère, fut à la fois le prieur du couvent des moines
et l'aumónier des nonnes. L'abbesse, qui devait avoir alors trente ans
environ, gouverna son monastère avec sagesse et fermeté; elle eut la
joie de voir se présenter comme novices une élite de femmes nobles
qui venaient prendre, dans ce pieux asile, comme un avant-gout de
la vie celeste et elle y rejut aussi des jeunes filles, dont on lui
confiait l'éducation. Ces religieuses donnèrent, dans le principe, l'exem-
ple de la pureté unie à la charité; elles découvraient trois fois par
jour à l'abbesse leurs plus secrètes peusées. Quelques-unes, pourtant,
qui avaient sans doute cède à un entraìnement irréflécbi, regrettaient
parfois le monde. Le naif chroniqueur nous raconte que deux d'entre
elles sautèrent par-dessus les murs du couvent; elles revinrent quel-
ques jours après, mais sans qu'on ait jamais pu savoir où elles
étaient allées. La ciò ture était d'ailleurs rigoureuse, la règie de Co-
lomban fort dure et Fare eut à la défendre contre des détracteurs,
par exemple contre un certain Ega, maire du palais de Clovis IL On
finit par lui substituer, vers la fin du siede, celle de saint Benoìt,
qui était plus humaine.
Fare mourut le 3 avril 658, après avoir légué à son monastère
tous les biens qu'elle possédait dans le diocèse de Meaux (^). Mais, ce
qui était bien autrement important, elle lui léguait son propre frère,
(1) JoNAS, Vita Eustasii, dans les Ada Sanctorum ; Mugra est le Grand
Morin; Alba est VAubetin.
(2) La nef était partagée, dans le sens de la longueur, par un mur assez haut
pour empècher de se voir, mais assez bas pour perraettre aux voix des moines
et des nonnes de s'unir dans le chant.
(3) Nous ne parlons pas du testaraent de sainte Fare (datò du 7 des Ides
d'octobre 632), bien qu'il ait été reproduit par dora T. Duplessis dans les pièces
justificatives de son Histoire de Meaux, parce que son authenticité est très
douteuse.
- 109 —
Paron, qu'elle avait décide à entrer dans les ordres. Les religieuses
et les populations, accoiirues des environs, lui firent des obsèques
solennelles ; son frère, Faron, déjà évéqiie de Meaux, les présida, assiste,
dit-on, de Saint Landry, évéque de Paris. La première abbesse de Fa-
remoiitier fut canonisée.
La renommée de l'abbaye, déjà grande de vivant de sainte Fare,
ne fit qu'aiigmenter sous la direction des trois abbesses qui lui sue-,
cédèrent : Sedride, lille noble du royaume anglo-saxon de Nortliumbrie ;
Ethelberge (:= Aubierge) et Rothilde, fille de Charlemagne. La gioire
de Colomban étant parvenue jusque dans son pays natal, on vit ar-
river à Faremoutier des demoiselles nobles d'Irlande et de Grande-
Bretagne. Earthongath, fille d'un roi de Kent, venne pour son éducation,
s'y fixa cornine religieuse et s'y distingua par ses vertus (^). Ces exploits
de l'ascétisme et ces services pédagogiques valurent à Faremoutier
d'étre l'objet de la munificence de plusieurs souverains: Clovis il,
Louis le Débonnaire, Charles le Chauve. L'abbesse nommait aux cures
de Faremoutier, Mouroux, Pommeuse et percevait les redevances de
sept prieurés.
Au IX^ siede, les religieux, qui d'abord avaient eu la ebarge des
offices, disparurent et furent remplacés par quelquels clercs séculiers,
à titre de chanoines. Quant aux nonnes, la décadence morale avait
déjà conimencé. L'histoire du monastère. à partir du X® siede, est
pleine du récit des querelles de l'abbesse avec les comtes voisins,
voir avec l'évéque de Meaux. Serait-il excessif d'attribuer en partie
ce déclin à l'abandon de la règie colombanienne?
§ 2- .fouarre. — La semence, déposée en Brie presqu'en courant
par Colomban, allait germer et produire deux autres monastères. On
se souvient qu'en quittant Pipimisium, il s'était rendu à Ultiacum et
là avait bèni deux fils de dix et onze ans du seigneur Autharius.
Vingt ans après, Ado et Audoènus, après avoir passe quelque temps
(•) Faremoutier était encore recherchd au MI« siede pour réducation des
jeunes filles nobles; on sait qu'Anne de Gonzague, fille de Charles I^r, duo de
Nevers, et de Catherine de Lorraine, y recjut sa première éducation (1620-1632).
« Dans la solitude de sainte Fare, a dit d'elle Bossuet, daus cotte sainte mon-
tagne qua Dieu avait choisie depuis mille ans, où les épouses de J.-C. faieaient
revivre la beauté des anciens jours, sous la conduite de la sainte abbesse (véné-
rable mère Fran^oise de la Chàtre), les commencements de la princesse Anne
étaient heureux. Les mystères lui furent révélés, l'Écriture lui devint familière.
On lui avait appris la langue latine, parce que c'est celle de l'église, et l'office
divin faisait ses délices » Òraison funebre de la Princesse palatine, p. 138).
— no —
à la cour de Dagobert, où ils remplirent des charges importantes, se
dégoùtèrent dii monde et, hantés par le souvenir du grand moine
irlandais, peut-étre stimulés par Teiemple de sainte Fare, décidèrent de
fonder des asiles religieiix sur les propriétés de leur pére. Ce fiit l'ori-
gine du couvent de Jouarre et de celui de Rebais.
Le Saltus JoranuSj ou bois de Jouarre, est situé au sommet d'un
des promontoires du plateau de Brie, près du confiuent du petit Morin
et de la Marne. La vue qu'on a, à peu de distance, sur la vallee de
la Marne, est superbe. C'est là qu'Adon posa, vers 630, la première
pierre d'un monastère doublé, à l'instar de Faremoutier. Les bàtiments
primitifs (') comprenaient une église avec crypte, un monastère de
femmes (au midi) et un monastère d'hommes se développant sur le terrain
occupé depuis par l'abbaye Notre-Dame. Les religieux étaient, là aussi,
chargés du service divin et de l'administration des sacrements. Ce
voisinage des moines et nonnes ne donna lieu, alors, à aucun désordre,
tant la fot était vive et sans doute aussi à cause des liens de parente
qui unissaient plusieurs religieux aux nonnes. D'ailleurs la commu-
nauté d'hommes s'éteignit au VIIP siècle. Elle fut remplacée, pour les
besoins du service, par des chanoines de saint Cbrodegang.
Autour d'Adon, le fondateur, vinrent bientòt se grouper une quan-
tité de jeunes nobles, épris de la vie solitaire et des pieuses médita-
tions. Farmi eux, il faut mentionner Aguilbert et Ebrégésile. Le
premier, au bout de quelques années, voulut visiter cette « Ile des
Saints » patrie de Colomban, afin d'y compléter ses études bibliques.
Il re9ut bon accueil, sans doute, au couvent de Bangor, et, devenu
un savant clerc, fut élu quelque temps après évéque de Dorchester.
C'est en cette qualité qu'Aguilbert assista (en 664) au concile de
Streneshall (aujord'hui Whitby en Northumbcrland), où furent discu-
tés entre les évéques anglo-saxons et les évéques bretons, représentés
par Coiman, évéque d'York et de Lindisfarn, les questions de rites et
du cycle Pascal, qui séparaient les deux églises. Ebrégésile parvint aux
mémes honneurs sans aller si loin; il fut élu évéque de Meaux et
mourut dans les dernières années du VIP siècle. Tous deux demandè-
rent à étre enterés dans léglise de leur chère abbaye de Jouarre ; leurs
voeux furent réalisés et leurs sarcophages, ornés de bas-reliefs curieux,
s'y voient encore aujourd'hui, après douze cents ans ( ^).
(^) L'emplacement de ce premier monastère correspond aujourd'hui à la place
Saint-Paul et aux abords de la. grosse tour de l'abbaj^e du moyen àge (V. RÉthoré,
Notice sur Jouarre, 1874, p. 9).
(2) Voy. V. Ehétoré, Les Cryptes de Jouarre. Paris, 1S89, avec pliototypies.
— Ili —
Bien autre et plus durable fut rillustration du couvent des reli-
gieiises de Jouarre. Théodlechilde, ou Thelchide, consine d'Aguilbert,
formée à l'école de sainte Fare, fut élue, la première, abbesse de Jouarre
et, après vingt-six ans de direction, raourut, laissant la réputation
d'une femme pure cornine une sainte, ferme comme un chef et bonne
comnDe une mère (664). On a tout lieu de croire que l'inscription,
qu'on lit encore sur les deux faces de son sarcophage à Jouarre, était
méritée :
t Hoc membra post ultima teguntur fata sepulchro beata?
Theodlecheldis, intemeratae virginis, genere nobilis, meritis fulgens,
Strenua moribus, flagravit in dogmatfibus].
Cenubii hujus mater sacratas DO virgines, sumentes
Oleum cum lampadibus, prudentes invitat
Sponso Alias occurire XP. M. — Hsec demum exultat
Paradisi in gloria (').
La bonne réputation de Jouarre ne fit que croìtre et embellir sous
les abbesses qui succédèrent à sainte Thelchide: Aguilberte, Balde.
On recherchait les nonnes de ce couvent pour gouverner d'autres mo-
nastères. Ainsi, la vénérable Éthérie fut appelée à la téte de l'abbaye
Notre-Dame de Soisson.s ; Berthilde, qui avait été prieure à Jouarre,
fut élue abbesse de Chelles et s'y distingua par son habileté à soigner
les vieillards et les infirmes. Les religieuses de Jouarre, en effet, té-
moignaieiìt d'une vive sollicitude pour les malades des environs; elles
établirent à leurs frais une maladrerie à Rudeveron et une léproserie
à Sammeron.
Les Services rendus par elles, tant à l'assistance des malades
qu'à l'éducation des jeunes filles, valurent à l'abbaye de Jouarre des
donations importantes qui, en s'accumulant, représentaient, dès le
XIIP siècle, un revenu immense {-). L'une des plus grosses lui vint
de Bathilde, femme de Clovis IL Dans le premier tiers du IX^ siècle,
le monastère des nonnes et l'église bàtie par Adon furent la prole des
flammes ; mais le couvent d'hommes ayant été épargné, les religieuses
s'y réfugièrent avec ou sans le consentement des moines, qui étaient
peu nombreux et se dispersèrent. Or, ces bàtiments n'étant pas bien
appropriés à un couvent de femmes, Hermentrude, qui était abbesse
en 842, y fit construire un nouveau couvent, réparer la crypte Saint-
Paul et jeta les fondations d'une église, doublé en superficie de la
(') Voy. Ed. Lebiant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, t. I, n. 199.
(») Bibl. nat, fonds latin 1175.
- 112 —
première. Devenue reine de France par son mariage avec Charles le
Chaiive, elle suivait encore avec sollicitude ces travaux de restauratioD.
C'est. sans doute, pourquoi l'on a des deniers d'argent frappés soiis
ce règne et portant son monogramme avec cette legende: Jotrmse
monasterium. L'abbesse conférait la cure du village de Jouarre, qui
se forma auprès du monastère, et exeryait la juridiction sur les ma-
nants, au moyen d'un juge-official nommé par elle. En outre, elle
pouvait se faire consacrer par tei évéque qui lui semblait bon. De là
des querelles fréquentes entra elle et l' évéque de Meaux, qui reven-
diquait le droit de consécration. Il y eut entre autres, au XIP siècle,
un procès entre ces deux personnages qui dura quarante ans et se
termina à l'avantage de l'abbesse de Jouarre. Il faudra attendre
jusqu'au XVIP siècle, et à Bossuet, pour voir l'évéque de Meaux
prendre sa revanche et obtenir enfin gain de cause.
§ 3. Rebais. — A douze kilomètres de Jouarre, au sud-est du
Saltus Joranus, se trovait une clairière de la forét, avec deux étangs
appelés Gemellus Mercasius; de ces étangs sortait un ruisseau, qui,
après les pluies d'hiver, se change en torrent et va se jeter dans le
Grand Morin. Les rois mérovingiens, à qui appartenait la forét et qui
étaient venus y chasser le cerf, avaient surnommé ce ruisseau le
Rehbach, c'est-à-dire, en langue tudesque, le « Ruisseau du Daim «,
sans doute en souvenir de quelque incident de chasse ('). C'est là qiie
Dado, ou Audoénus, fils cadet du seigneur Autharius, fonda, quelques
années après Jouarre (632-633), un monastèro pour servir de demeure
à des moines et à des voyageurs {peregrinis). Il en fut le premier
abbé, et quand, en 636, il partit pour Rouen, qu'il devait illustrer
par son épiscopat, sous le uom de saint Ouen, il designa aux suffrages
de ses moines Agilus, fils de Khagnoald, leude de Childebert II.
Cet Agilus avait, lui aussi, dans son adolescence, re9u la béné-
diction de saint Colomban, qui était en relations amicales avec ses
parents. Étant entré de benne heure à Luxeuil (600), il s'y consacra
à l'étude de la Bible, et à la prière; il fut désigné par un synode
frane pour accompagner Eustase, abbé de Luxeuil, dans une tournée
missionnaire cbez les Alamans pa'iens. Ses grandes qualités morales
et intellectuelles lui valurent l'honneur de voir ratifier, par le synode
de Clichy, son élection comme abbé de Rebais (636) ; sous son habile
direction, le monastère prit un grand essor au point de vue des travaux
(') Rehbach, en latin « Resbacum », est en fran^ais Eebais. Audoénus a
donne Ouen (saint Ouen).
— 113 —
agricoles et des études. Vers cette epoque, Dagobert octroya à Rebais
une charte importante et qui vaut la peine d'étre analysée.
Le roi mentionne Ado et Dado comme les deus fondateurs et
■donne au second (saint Ouen) les titres de vir illustris, referenda-
riiis nosler. Le couvent anrait été bàti sur le domaine royal {super
flscum nostrum) et reyu le noni de Jérusalem en l'honneur de saint
Pierre, saint Paul et saint Antoine. Il est destine à recevoir des
moines, « désireux de mener la vie solitaire au nom de Dieu et sous
la règie de religion et à offrir un gite aux voyageurs ». En considé-
ration de ces services, le roi défend aux évéques, ducs et comtes
4e s'attribuer une autorité quelconque, ni de s'approprier aucun bien
Y appartenant. Aux évéques, il sera permis de venir prier dans l'église
du couvent ; mais ils ne pourront pénétrer dans le cloìtre sans la per-
raission de l'abbé. Les moines, à chaque vacance, éliront librement
leur abbé. La charte royale se termine par ces paroles, qui font allu-
sion à la vieille querelle des évéques contre les abbés: « Qu'aucun
détracteur ne nous reproche d'avoir, en ceci, décrété quelque chose de
nouveau ; en effet, de tonte antiquité, suivant les constitutions pontifi-
■cales et par la sanction royale, nous voyons subsister dans ce privilège
de liberté les monastères de Saint-Agaune (Saint-Maurice), de Reims,
de Luxeuil et méme les moines de Saint-Marcel » .
Ce « privilège de liberté » du couvent de Rebais fut d'ailleurs
reconnu par Faron, évéque de Meaux, et confirmé par les papes
Jean IV et Martin P^
Le pieux abbé aimait à se retirer dans un frais vallon, près
4'une source exquise, à un kilomètre et demi de Rebais; c'est dans
«et ermitage qu'il se reposait des fatigues et des soucis de sa direc-
tion ('). A sa mort, le monastèro ne comptait pas moins de quatre-vingts
moines (650). Dans Téglise du village actuel, il y a un oratoire de
saint Ayl; c'est là que se trouve la pierre tombale qui le représente
gisant, tenant sur sa poitrine la règie de saint Colomban, avec une
figure de ce dernier.
Son successeur, Philebert, n'était pas moins austère; mais ayant
voulu appliquer la règie d'une manière trop rigoureuse, il provoqua
«ne révolte des moines et dut résigner son office. Après un temps de
(') Autour de cet ermitage a été bàti le riant hanieau de Saint-Ayl. On peut
se faire une idée de l'importance que prit au commencement du moyen àge le
-monastère de Rebais par la gravure ou « scenographia, avec legende », qui se
trouve dans le Monasticum Gallicanum de dom Germain.
Q
Sezione VII. — Storia del la Filosofia. °
— 114 —
retraite à Luxeuil, la maison-mère, il alla fonder les monastères de
Jumièges et de Noirmoutiers. — Sons Aygloald et Godebert, les abbé&
suivants, le monastère de Rebais prit un grand développement, si l'on
en juge par l'étendue et la variété des bàtiments ; c'était une sorte
de colonie. Les abbés avaient la juridiction sur cinq paroisses : Boitron,
Uss3^-sur-Marne, Sept-Sorts et la Chapelle-Sainte-Marie, sans compter
une douzaine d'autres villages qui lui payaient la dime; Giremoutier
et Orbais étaient des filiales de Rebais; ce dernier fut fonde par
Rieul, avec cinq raoines de Rebais (681); Rieul devint lui-méme, plus
tard, archevéque de Reims.
§ 4. Saint Faron. — Les eflfets du passage de saint Colomban
en Brie ne se bornèrent pas à la fondation des monastères doubles d&
Jouarre et de Faremoutier et du couvent de Rebais; un quatrième
allait naìtre à Meaux de son action prodigieusement feconde. On se
souvient que le seigneur Hagneric avait quatre enfants, qui tous
avaient re^u la bénédiction du grand missionnaire ; on a vu plus haut
ce qu' étaient devenus Khagnoald et Fare. Restaient un fils, Faron, et
une fiUe, Agnetrude ; de cette dernière, on ne sait rien. Quant à
Faron, dès qu'il eut termine l'éducation militaire des jeunes leudes,.
son pere l'envoya à la cour du roi des Francs. Là, il remplit divers
offices, sous le règne de Dagobert (638) et puis à la cour de Clotaire 11^
rei de Neustrie et Burgondie (638-656); il paraìt méme qu'il fut élevé
au rang de Comes, ou conseiller du roi. Ses fonctions lui fournirent
l'occasion de révéler son caractère juste et miséricordieux ; il prit
toujours la défense des veuves et des orphelins, victimes de tuteurs ou
de collatéraux avides, et souvent intercéda en faveur de prisonniers et
condamnés à mort.
Un jour, des ambassadeurs saxons et paiens avaient, par leurs-
hautalns propos, provoqué la colere du roi Dagobert; celui-ci résolut
de les faire mettre à mort, au mépris du droit des gens. Faron, pré-
voyant les suites funestes d'une telle action, conjura le roi de n'en
rien faire et obtint, à force de prières, un sursis de vingt-quatre heures.
Cependant, il mit à profit ce délai pour exposer aux ambassadeurs
les vérités de TÉvangile et les decida à se convertir. Le lendemain,
Dagobert, dont le courroux avait eu le temps de s'apaiser, apprit cette
nouvelle; il admira la sagessé de son jeune conseiller, fit gràce aux
Saxons, et, après leur baptéme, les renvoya dans leur pays comblés-
de présents.
Le comte Faron avait épousé noble damoiselle Blidechilde et était
reste très attaché à sa famille de Pipimisium, surtout à sa soeur ainéfr
— 115 —
Fare, qui avait partagé avec sa mère les soins de son éducation. 11
avait symphatisé avec elle, lors des épreuves de sa vocation religieiise,
et avait saisi toutes les occasions de la revoir. Et, chaque fois, la jeune
abbesse lui avait dit combien elle était heureuse de la vie qu'elle
menait à Eboriacum. Lors d'une des visites de Faron en Brie, sans
doute à l'occasion des funérailles de sa mère, il eut avec Fare un
entretien décisif. « L'absence de ceux que nous aimons, lui dit Fare,
avive encore mon affection pour toi, cher frère. Depuis longtemps, je
soulfre de te savoir là-bas, à la cour du roi, exposé à tant de tenta-
tions et de revirements de la fortune. La faveur des rois est éphémère,
celle de Dieu seule est durable. Suis donc l'exeinple de notie frère
Khagnoald, le mien, et tu trouveras cette paix, que le monde ne saurait
donnei » .
Et, comme Faron hésitait à renoncer au monde et à la carrière
pleine d'honneurs qu'il pouvait espérer et objectait qu'il était d'ailleurs
retenu par les obligations du mariage: « Je connais Blidechilde, s'écria
Fare, elle ne s'opposera pas à ce projet ».
C'est ainsi que l'église de Meaux dut à sainte Fare la conversion
d'un de ses meilleurs évéques.
Faron, en effet, étant retourné à la cour, communiqua son projet
à sa femme, qui l'approuva. Ils n'avaient point d'enfants. D'un com-
niun accord, les deux époui se séparèrent: Blidechilde se retira dans
sa villa de Pippemindum,, non loin de Meaux ('). Faron, après avoir passe
quelque temps à Luxeuil, pour se faire initier à la règie de Colomban,
vint à Meaux, où il fut ordonné prétre par l'évéque Gondoald. A la
mort de celui-ci, Faron fut élu éveque par les suffrages unanimes du
clergé et du peuple, et, depuis ce moment jusqu'à sa mort, en 672, il
s'acquitta admirablement des devoirs de sa charge.
S'inspirant de la charité des apòtres, il se montra avant tout le
pére des pauvres et des orphelins. Il faisait toucher par d'autres ses
revenus, qui étaient considérables {-); mais c'est lui-meme qui se
chargeait de distribuer les aumones. Aussi prudent que charitable, il
avait fait dresser un role de tous les pauvres de son diocèse afin
d'éviter les fraudes des comédiens de la misere. Faron secourait
avec prédilection les pauvres honteux et allait en personne, en tonte
f«) Anjourd'hui Pavant près Chakly (v. art. de Mr. Aug. Longnon), Revue
Celtique, 1904.
(«) Les bois du chàteau de la Noue, qui sont contigus à la forét du Mans,
portent encore le nom de Saint-Faron (arr. de Meaux, cant. de Saint-Jean).
— 116 -
saison, cliercher les brebis égarées dans les lieux champétres et soli-
taires (0-
Il était, d'ailleuis, bon prédicateui- et savait censurer les vices des
grands et des riches aussi bien que ceux des prétres et des manants.
Il prit part à plusieiirs conciles, qui s'occupèrent de raffermir la
discipline dii clergé. Mais cela ne lui sufBsait pas encore. A ses yeux,
comme aux yeux de sainte Fare, l'idéal de la perfection religieuse,
e' était la vie monastique. Aussi, lorsqu'il fut sur le seuil de la viel-
lesse, Faron con^ut-il le projet d'élever un couvent aux portes de
Meaux. Il fit, par testament, trois parts de sa fortune: il légua un
tiers au clergé de la cathédrale de Meaux, fit don de la seconde part
à l'abbaye de Farmoutier, en considération de sa soeur bien-aimée,
et consacra la troisième à l'édification du monastère projeté. Ce cou-
vent d'hommes, qui re9ut le titre de Sainte-Croix, fut place sous
l'invocation de saint Jean-Baptiste et soumis à la règie de Colombau.
Pour étre sur qu'elle fiìt bien appliquée, le fondatear appela un moine
de Luxeuil, frère Elie, à en étre le premier abbé. La réputation de
sainteté de cet abbé et d'hospitalité de Faron y attira bientot un
grand nombre de religieux et méme d'ecclésiastiques ou de seigneurs
étrangers. Meaux se trouvant sur une des routes alors usitées pour se
rendre de Rouen et d'Angleterre en Bourgogne et en Lorraine, il vint
à Sainte-Croix de Meaux un grand nombre de Bretons, d'Irlandais,
d'Écossais, qui venaient se reposer des luttes du siècle ou se préparer
à l'apostolat. C'est ainsi que Kilian, Écossais, fut euvoyé par notre
évéque dans la contrée d'Arras, encore paienne, pour y précher l' Evan-
gile. — La charité de saint Faron, dit son biographe, unissait ces
personnes, venues de pays différents, en une méme discipline, sous la
règie du silence. C'est là que le vieil évéque aimait à venir se délasser
des affaires séculières et là qu'il voulut que reposàt sa dépouiìle mor-
telle. Il mourut en 672, chargé de jours et entouré de la vénération
populaire ; la ville et la campagne lui firent de splendides funérailles,
auxquelles présida Frédégésile, le deuxième abbé de Sainte-Croix. Il
était réservé au troisième, Maieul, de veiller à la translation des restes
mortels de Fare à Sainte-Croix de Meaux; en sorte que ce frère et
cette soeur, unis dans leur vie par les liens d'une étroite affection, ne
furent pas séparés dans la mort.
L'abbaye de Saint-Faron devint le siège d'une école, qui n'a pas
jeté autant d'éclat que les écoles de Reims ou de Saint-Denis, mais
(') ToussAiNT DupLKSSis, H'isioire de Véglise de Meaux, t. I.
— 117 —
qui compia des maitres distingués, par exemple Hildeverte, moine
de Eebais; Pirminius, évéque (au YIII® siècle); Romain (748); Hiic-
bert, qui devint préchantre de l'École du palais (823); Hildegaire,
évéque (855).
IIP Partie. — 2® Groupe.
C'est à la porte du monastère Sainte-Croix de Meaux, déjà baptisé
du nom de Saint-Faron par la voix populaire, que viurent frapper,
naturellement, les deux missionnaires scots, dont il nous reste à parler:
Saint Fiacre et saint Fursy.
§ 1. Saint Fiacre. — Le premier, dont le nom celtique était Fefr
cu Fifar et qui était peut-étre issu de sang royal (^), fit l'apprentissage
de la vie monastique sous Conan, abbé de Sadore, mais manifesta de
bonne heure plus de goùt pour les travaux [agricoles que pour l'étude
sur la copie des saintes Ecritures.
Poussé par la méme humeur voyageuse et le zèle missionnaire, il
quitta le pays des Scots et se rendit à Meaux, vers l'epoque de l'élection
de Faron, comme évéque de cette ville, c'est-à-dire en 627. Il pouvait
avoir une trentaine d'années. L'évéque l'accueillit avec bonté, l'employa
d'abord, sans doute, au service de l'église meldoise; mais, ayant
bientòt remarqué ses préférences pour la vie érémitique, il lui conceda,
sur ses domaines, un petit canton forestier, dit Brolium, situé à deux
lieues au sud-est de Meaux. Le nouvel anachorète, qui devait étre un
vigoureux bùcheron, défricha assez de bois pour y bàtir son oratoire
et sa « celle ", ou sorte de butte. ^ Il s'appliquait à bécher la terre
de ses propres mains et il passait en prières une partie de la nuit.
Plein de tendresse et de charité pour les pauvres passants, il leur
apprétait à manger et leur donnait un gite ; souvent méme, il les guérissait
de leurs infirraités; mais l'entrée de son ermitage était interdite aux fem-
mes. Il s'en tenait, à cet égard, à la sévérité de la règie de Colomban ».
N'était-ce pas, en effet, le grand missionnaire qui a écrit ce qua-
train terrible contre les femmes:
Omnis mente plus fugiat mortale venenum
Quod mulieris habet lingua superba malae !
Conlatum vitae destruxit femina cuhnen;
Femina sed vitae gaudia longa dedit (2).
(') Une tradition très curieuse rapporta qu'à la mort de son frère, roi ou chef
de clan en Irlande, le peuple envoya à Fiacre des ambassadeurs pour lui offrir la
couronne, qu'il refusa; mais cela nous paraìt légendaire.
{'•) Columbani opera, édit. de Galland, t. XII (Carmina. In mulieres).
- 118 -
Attirés par la réputation de ses moeurs austères et de sa charité,
les paysans accoururent de toutes parts; Fiacre leur rapprit à culti-
ver le sol et à lui faire produire non seulement des céréales, mais
des fleurs et des fruits. Les paysans construisirent leiirs chaumières
aiiprès de sa « celle « d'ermite, et ce fut là l'origine du village de
Saint-Fiacre.
Fiacre, malgré son hiimeur solitaire, se rendait de temps à aiitre
à Meaux pour assister au service des grandes fétes, commiinier, revoir
son bienfaiteur, Faron, et, sans nul doute, il prit un vif intérét à la
fondation du monastère de Sainte-Croix. On raconte qu'au re tour d'une
de ses dernières visites à Meaux, alors qu'il était déjà très vieux, il
se trouva au milieu des bois, accablé de fatigue et dévoré par la soif.
Il cherchait vainement de l'eau; épuisé, il se mit à genoux et pria
Dieu de lui donner de quoi l'étancher. Après quoi, se relevant et se
remettant à chercher, il entendit le doux murmure d'ime source, qui
est devenue la fontaine Saint-Fiacre. Il mourut peu de temps après,
le 30 aoCit 670, entouré de la vénération publique. La voix populaire
le canonisa et le salua comme le bienfaiteur de la Brie. Les jardiniers
l'adoptèrent pour leur patron. Et chaque année, à l'anniversaire de sa
mort, trois processions, parties des villages de Saint-Fiacre, de Mont-
ceaux et de Villemareuil, vont à l'oratoire, construit près de la source
qui étancha un jour la soif de Termite, chanter la louange du saint
bùcheron. Anne d'Autriclie y vint elle-méme une fois, et, respectueuse
observatrice de la règie de Colomban, elle se tint à distance et n'entra
pas dans l'église du prieuré de Saint-Fiacre (1641). L'ermitage Saint-
Fiacre dépendait de Tabbaye de Saint-Faron, qui y établit, au
XIV^ siede, un prieuré conventuel de Bénédictins. Quant au bienfaiteur
de cette contrée, il fut canonisé et erige en patron general du diocèse
de Meaux.
§ 2. Saint Fiirsy. — C'est par ce méme talent de découvrir les
sources que saint Fursy, comme saint Fiacre, a frappé l'imagination
populaire. Il passait à la fois pour grand exorciste et pour « sourcier « ;
il n'avait, dit-on, qu'à planter son bàton de pèlerin quelque part pour
y faire jaillir une fontaine ('). L'autre qualité, qui le distingue de
tous les précédents, c'est son don visionnaire. Il eut en Irlande, dès
sa prime jeunesse, des visions qui ont été consignées et très amplifìées.
En voici l'abrégé: Fursy crut sentir son àme détacbée du corps et
(») La fontaine, qui jaillit eiicore sur la place de l'église Saint-Pierre à
Lajriiy, passe pour avoir été découverte par saint Fursy.
— 119
conduite par deux anges; un troisième volait devant eux avec une
épée flamboyante et un blanc bouclier. Il traversa ainsi les quatre
cercles de feu de l'enfer et la foule mena9ante des démons. Ensuite,
Pursy fut porte dans la région des saints et deux d'entra eux lui an-
noncèrent les maux prét à fondre sur le monde à cause des péchés
des rois, des docteurs et des moines. Ensuite l'ange à l'épée lui cria:
« Va précher à tous qu'il faut faire penitene e et que les prétres
« doivent donner l' ex empie jusqu'à l'heure supreme ». Après quei l'àme
de Fursy, tonte frémissante encore de ces visions, rentra en gémissant
dans son corps grossier, qu'elle ne reconnaissait plus (').
Quand il eut repris connaissance, Fursy, se conformant à l'ordre
re9u de l'ange en réve, commenda à travailler a la réformation de son
« homme intérieur ", et puis, quand il se sentit assez sanctifié, il se
mit à précher aux péuples des Scots la parole de Dieu, en citant à
l'appui ses visions. Ses exhortations trouvèrent de l'éclio, car, nous
disent ses biographes, « il ne recherchait aucun bien terrestre, et il y
avait en lui une abondance de gràces, qu'il distribuait à quiconque lui
demandait » .
Suivant la voie frayée par Colomban, Gali, Fiacre, il se rendit.
avec deux de ses frères, en France, sous le règne de Clovis II, tìls
de Dagobert, et, se prévalant de sa noble origine, ce nou^eau Jean-
Baptiste se presenta à la cour. Il plut au maire du palais Hercinoald,
et, par son entremise, obtint du roi la concession d'une parti e du
domaine royal, dans le canton forestier situò sur la rive gauche de la
Marne, au lieu dit Latiniacum. C'est là qu'il construisit un ermitage
(vers 640-050), où il mena une vie semblable à Fiacre, partageant
son temps entre le défrichement de la forét 'et le soin des malades, la
prière et la culture du sol.
Le groupe d'habitants qui se forma autour de la « celle « de saint
Fursy a donne naissance à la ville riante de Lagny. Quelques années
après, gene sans doute par le nombre croissant de son entourage et
toujours possedè par le besoin de solitude, il accepta l'offre du seigneur
Hercinoald de lui bàtir un mouastère dans la ville de Pérenne, sur
son tìef. C'est là que, vers 650, mourut saint Fursy, comblé des bé-
nédictions de ceux qu'il avait édifiés et consolés par sa parole.
L'oratoire de Lagny, où le pieux ermite aimait à prier, fut, après
lui, remplacé par l'église Saint-Pierre, et son modeste ermitage fit
place à un monastèro qui devint une pepinière d'évéques, par exemple
(') Voy. Annales SS. OnVinis Benedicci. Saeculum II, p. 301-307.
— 120 —
Saint Déodat, saint Landry. Il s'y forma sans doute des archives et
une bibliothèque, qui furent détruites par les Normands au milieu du
IX* siede. Ce n est qu'en 1018 que Herbert, comte de Champagne
et Brie, touché de la vue de ces ruines, entreprit de rebàtir le mo-
nastère de saint Fursy.
Arrivé au terme de cette étude, je voudrais jeter un coup d'oeil
sur le champ exploré et apprécier dans son ensemble l'oeuvre des dis-
ciples de saint Colomban en Brie. Le premier caractère qui me frappe^
e' est la variété: Jouarre et Faremoutier furent dans le principe des
monastères doubles; Rebais, et Sainte-Croix de Meaux, des couvents
réservés aux moines seuls. Quant à Saint-Fiacre et à Lagny, ce furent,
à l'origine, de simples ermitages, changés plus tard en prieurés con-
ventuels. Les uns s'occupèrent, comme Saint-Fiacre et Saint-Fursy,
surtout de travaux des cbamps et d'assistance medicale; d'aiitres de
l'instruction des clercs et de la copie des manuscrits; d'autres couvents,
enfin, servirent à l'éducation des demoiselles nobles. Tous se distin-
guèrent par le chant des psaumes.
Mais, au-dessus de cette diversité de formes et d'attributions,
régnait une loi commune, la règie de Luxeuil, et planait le méme
esprit, celui de saint Colomban, qui se révèle dans son admirable
prióre ('):, « Domine Deus, destrue qitidquid plantavit in me Adversa-
rius et eradica, ut destructis iniquitatibus in ore et corde meo, intel-
lectum et opus bonum inseras, ut opere et veritate deserviam Tibi soli
et intellegam implere mandata Christi et requirere Te ipsum. Da me-
moriamo da caritatem, da fidem. Domine, fac in me bonum et praesta
mihi quod scis oportere " . Cet ardent désir de déraciner dans l'àme tout
mauvais instinct afin que, comme dans un sol bien nettoyé, puissent
croìtre les plantes sur lesquelles flem-issent les vertus; cet effort
d'abolir tout égoisrae pour laisser régner en souveraine la loi divine^
c'est bien là l'esprit du grand saint Irlaudais, quii communiqua à ses
disciples: Eustase et saint Ouen, sainte Fare et sant Faron. Et cet
idéal de Colomban est le méme que celui d'un Honorat de Lérins ou
d'un Benoìt de Nursie ; il ne différa d'eux que par l'application d'une
règie plus rigoureuse.
D'ailleurs, nul égoìsme chez ces moines ou ces nonnes colomba-
niens. Et comment en eùt-il été autremeiit? Ils vivaient en commu-
uion trop intime avec le divin Ami des pauvres et des humbles, pour
se désintéresser du salut physique et moral de leurs semblables. Aussi,
Colomban et ses disciples, sauf peu d'exceptions, malgré la rudesse de
e) Voy. plus haut, p. 102, note 2.
- 121 —
lem- règie, organisèrent-ils leurs comraiiDautés sur le modèle de la
famille, où la crainte de l'autorité des parents n'exclut ni l'amour
filial dì l'amour fraternel. Les premiers abbés de Rebais et de Saint-
Faron furent vraiment les pères de leurs moines; les premières abbesses,
de Faremoutier et de Jouarre, fureut de vraies mères de leurs nonnes
et de leurs élèves, à l'exemple de sainte Fare et de sainte Thelchide.
Quoi de plus toucliant que ces monastères doubles, où les moines
vivaient cote à còte auprès des nonnes, sans que personne y trouvàt
à redire? Sans doute, cet idéal était trop surnaturel pour durer tou-
jom-s, car, hélas! suivant le mot de Pascal: « Qui veut faire l'ange
fait la bete. » Mais n'est-ce pas là un exploit héroìque de la foi chré-
tienne de ces Scots d'avoir pu, ne fut-ce que pendant une generation,
réaliser ce réve sublime et digne des temps apostoliques ?
Cela nous amène à résumer, en quelques lignes, les services ren-
dus par ces moines irlandais à la civilisation en Franco. Ils sont de
trois ordres. Au point de vue matèrici, ils ont ramené vers les champs
la population, qui s' était réfugiée dans les villes-fortes de peur des
Barbares; ils l'ont aidée à défricher la forét, à cultiver le sol. Ces
clairières, dans lesquelles ils ont fonde des ermitages ou des couvents.
ont vu naìtre des colonies agricoles, qui sont devenues des villages et
méme des villes riantes et prospères. Gràce à ces « privilèges de
liberto » accordés par les rois mérovingiens, les abbés de Rebais et
Saint-Faron, les abbesses de Jouarre et de Faremoutier ont protégé
les manants et les serfs contre les exactions des seigneurs féodaux et
leur ont rendu meilleure justice. Saint-Faron et Rebais ont eu leurs
écoles ^e clercs; Faremoutier et Jouarre, leurs institutions de jeunes
filles. Mais les services d'ordre moral et religieux l'emportent encore
sur ceux-là. Colomban et ses disciples, en fondant ces monastères et
en y faisant régner la paix et les bonnes mceurs, en y cultivant les
champs ou les esprits, ont présente à cette société à demi barbare,
dont Grégoire do Tours nous a laissé le tableau alfreux, mais fidèle.
des exemplaires de foi et de vertu chrétiennes dignes d'imitation. Aux
Brunehaut et aux Frédegonde, ils ont oppose les sainte Fare et les Thel-
chide, et, quant aux hommes, des types comme saint Ayl, saint Faron
ou saint Fiacre font honneur non seulement à la famille monastique de
Colomban, mais à l'espèce humaine, dont ils ont bien mérité. Fiers
avec les grands de la terre, ils se sont montrés doux et miséricordieux
avec les humbles. C'est à juste titre que l'Eglise, en les canonisant.
a ratifié le verdict du suffrago populaire. L'histoire impartiate, à son
tour, ne peut que saluer en eux des saints et des saintes authentiques.
de dignes imitateurs de saint Pierre et de saint Paul.
XI.
OSSERVAZIONI STORICHE
SULLE ORIGINI DEL NUOVO TESTAMENTO
Comunicazione del prof. Adolfo Harnack..
La storia delle origini del Nuovo Testamento si è studiata nel
secolo scorso con diligenza ammirabile e con notevoli risultati ; tuttavia
son rimaste ancora aperte varie questioni, e di molta importanza. Son
rimaste perciò, che le cose a cui siamo abituati sembrano chiare a noi
di loro propria evidenza, né quindi meritevoli di indagini particolari.
Di tali questioni io ne propongo qui tre, per raccomandarne lo studio,
al tempo stesso ch'io tenterò di penetrar vicino il più possibile alla
loro soluzione.
I. .Perchè iiel Nuovo Testamento si hanno quattro Vangeli e non
uno solo ?
La risposta : « essere un caso questo inesplicabile » , non è suffi-
ciente; perchè il culto divino e la catechesi, ecc., volevano un solo
Vangelo. Così avvenne fin nell'età più antica, allorché, per esempio,
i Giudeo-cristiani avevano un Vangelo secundum Hebraeos, e del pari
i Marcioniti, gli Egiziani, ecc. Così anche é stato nell'Evo medio e
moderno: perchè sino oggidì ciascuno, a seconda delle esigenze del-
l'insegnamento 0 della tradizione evangelica, si fa artificialmente un
Vangelo unico dai quattro che abbiamo.
È insufficiente pure la risposta, che i quattro Vangeli siano stati
messi insieme per far ragione a certi differenti punti di vista teolo-
gici, ed accordarli insieme ; perchè i tre primi Vangeli, per esempio,
son fra loro, dal punto di vista teologico, ben poco diversi. Ed, inoltre,
lo stesso quarto Vangelo non poteva al tempo antico apparire teologi-
— 124 -
camente così diverso dagli altri, come ora sembra a noi. Senza dubbio,
vi si riscontravano differenze di grado, ed, anzi, un partito ristretto vi
riconosceva delle importanti differenze reali ; ma non vi si trovavano
in genere diversità dogmatiche di sorta.
Se dunque le due risposte già date risultano insufficienti, non ne
rimane che sola un'altra, cioè che i quattro Vangeli fossero stati rac-
colti insieme per ridurli appunto in uno solo, allorché presto suben-
trarono poi circostanze che resero inopportuno tale lavoro di unifica-
zione, e l'arrestarono. Ecco le prove :
1. Per la natura stessa delle cose, l'ultimo scopo della Chiesa
doveva essere precisamente di possedere un solo Vangelo.
2. Il primo e il terzo dei nostri Vangeli sicuramente, e molta
verisimilraente il secondo pure ed il quarto, suppongono prima di sé
vari altri Vangeli più corti, dai quali ciascuno sia stato composto. E
però, dei nostri quattro Vangeli ognuno è già da sé un'Armonia di
vangeli precedenti.
3. Tale procedimento, di formare con più vangeli uno solo,,
continuavasi anche allora che i nostri Vangeli furono insieme riuniti.
Circa l'anno 150, san Giustino ha verosimilmente usufruito di un'Ar-
monia di Vangeli, fra i quali si trovavano i nostri; e sappiamo, eoo
certezza, di Taziano, che appunto elaborò un'Armonia, un « Diates-
saron " dei nostri quattro Vangeli. Questo Diatessaron è stato, fino ai
principio del V secolo, il Vangelo della Chiesa siriaca e di quelle-
derivate da lei.
4. Noi possiamo designare con sicurezza l'ostacolo che impedì
al Diatessaron, o ad altro libro simile, di affermarsi nelle Chiese ; fu
lo Gnosticismo. Esso obbligò le Chiese a non variare più oltre i loro
documenti scritti, ed, anzi, a conservarli nella loro più precisa auten-
tenticità. Tale considerazione risultò più forte che la necessità pra-
tica di formare un solo Vangelo, e quindi arrestò il procedimento che
di quattro Vangeli tendeva a farne uno. Sopraggiunto quell'ostacolo
al compimento di tale intenzione, la Chiesa, riguardo alle esigenze
pratiche, ebbe a rimanere come in una situazione imperfetta e difli-
cile, perchè d'allora in poi fu costretta a leggere l'Evangelo in quattro
libri diversi ; ma questo impedimento riserbò in pari tempo all'età
futura il grande vantaggio di ricevere e durabilmente conservare l'Evan-
gelo in una forma relativamente assai più originale. La nostra cono-
scenza storica di Gesù Cristo e del Vangelo sarebbe stata, infatti,
molto meno precisa e sicura, qualora avessimo ricevuto, in luogo dei
quattro Vangeli, un qualunque Diatessaron. Per siffatta guisa, di fronte
— 125 -
allo Gnosticismo, la « lettera » dei quattro Vangeli fu dichiarata santa,
e perciò conservata.
Nota. Perchè poi circa gli anni 120-130, che appunto di questo
tempo si tratta, proprio questi quattro Vangeli, e non tre, né cinque,
né altri più o meno, siano stati messi insieme nell'Asia Minore, per
venir poi ridotti ad uno solo; è questa una cosa che sfugge intera-
mente alla nostra conoscenza. Nel miglior caso, si possono proporre,
2u tal proposito, solo delle congetture.
IL Come mai le Lettere apostoliche, quelle in particolare di
^an Paolo, poterono ottenere pari dignità, e con pari autorità es-
sere collocate a lato dei Vangeli ?
Questo fatto che vediamo compirsi nel Nuovo Testamento, è forse,
a ben pensarvi, il più strano che apparisca in tutta quella raccolta
4i scritti: il vedere, cioè, delle lettere, il cui contenuto in parte è
affatto individuale, elevate a godere una pari autorità accanto alle
parole del Signore ! Come deve spiegarsi questo fatto ? Esso resta ine-
splicabile, se ci limitiamo a studiare la stona interna della grande
Chiesa. La risposta, che gli « Apostoli » siano stati aggiunti ai Van-
geli, come i Profeti ai Libri di Mosè nel Vecchio Testamento, non ne
spiega l'origine; perchè la comparazione è stata fatta dopo che Van-
geli e Lettere già trovavansi riuniti insieme. Questo solo può dirsi,
e non è di poca importanza, che sino da' primi tempi si cercò di rac-
cogliere le lettere degli Apostoli, come anche d'altri « possessori dello
Spirito », le quali venivano pur lette nelle chiese durante gli offici
divini, e questo non accadde una volta, ma a più riprese e regolar-
mente. Perciò stesso vennero a trovarsi materialmente ed anche per
il loro significato accanto ai Vangeli. Ma con tutto questo, non si riesce
a spiegare il come furon messe alla pari con essi, e poi dichiarate
canoniche.
L'origine di tale collegamento è da ricercarsi pur là, dove san
Paolo godette e dovea godere una considerazione simile a Gesù Cristo
medesimo, cioè tra gli Gnostici e sovra tutto fra i Marcioniti. Per co-
storo san Paolo era l' interprete autentico di Cristo, e in pari tempo
un riformatore a fronte della costituzione « giudaizzante " del Cristia-
nesimo, quale appunto Marcione rimproverava ai primi Apostoli. Noi
troviamo, in realtà, la prima volta presso Marcione riunito l'Evangelo
— ]26 —
alle Lettere di san Paolo, e data a queste dignità pari a quello. Pos-
siamo supporre, inoltre, che sia avvenuto il medesimo presso varie
comunità gnostiche; anche per loro san Paolo fu interprete di Cristo
e riformatore del Cristianesimo primitivo.
Ma come? dobbiamo, dunque, ammettere, che la grande Chiesa
siasi conformata a Marcione e agli Gnostici, suoi mortali nemici, ed
abbia seguito le loro vedute e gli ordinamenti? No, certo! Piuttosto,
la cosa dovè compiersi affatto da sé. La grande Chiesa non poteva
tenere san Paolo in minor conto che facessero Marcione e gli Gno-
stici : perchè, ciò facendo, essa lo avrebbe abbandonato in loro potere.
Così poco a poco le Lettere di san Paolo doverono acquistare, certo,
nella grande Chiesa lo stesso valore che avevano presso le eretiche;
e senza neppure avvedersene si potè compiere così la loro elevazione
tino alla pari dei Vangeli; poiché certo, come abbiamo accennato, le
Lettere di san Paolo furono lette negli offici divini in seno alla
grande Chiesa. Naturalmente, questa cercò pure di unirvi anche altre
Lettere di uomini della prima generazione apostolica.
Una bella testimonianza estrinseca di tale processo storico, che
deve essersi svolto fra gli anni 160 e 190, lo abbiamo ancora negli
Atti dei Martiri di Scili, che sono dell'anno 181. Alla domanda del
Proconsole: Quae sunt res in capsa vestra? risponde Sperato:
Libri et epistulae Pauli viri iusti. I « Libri « sono il Vecchio Te-
stamento ed i Vangeli: le Lettere di san Paolo vi son già nominate
accanto ad essi, ma ancora da quelli separate e distinte : sino a circa
l'anno 160 non si sarebbe potuto ancora parlare in questo modo, e Hon
si sarebbe certo parlato così dopo circa l'anno 200.
III. Come mai le Chiese han ricevuto tutte un Nuovo Testa-
mento unico ?
Per rispondere a tale domanda, bisogna fare una distinzione. È
assodato ormai, che la raccolta di ventisette Scritti, quale noi la pos-
sediamo, è stata prima determinata in Egitto, ad Alessandria, e quindi
nel corso del IV e del V secolo, specialmente per l'autorità di sant'Ata-
nasio, penetrò nelle altre Chiese orientali e in Occidente. Ma innanzi
quel tempo, nella seconda metà del III secolo, le Chiese possedevano
già un comune gruppo fondamentale del Nuovo Testamento, cioè una
raccolta di venti o ventidue scritti; vi mancavano allora la II e III
— 127 —
Lettera di san Giovanni, la II di san Pietro, la Lettera di san Gia-
como, la Lettera agli Ebrei ; e qua e là l'Apocalisse e la Lettera di
san Giuda. Com'è venuto fuori questo gruppo fondamentale? Esso fa
prova di una struttura ben definita, avente nel centro gli Atti degli
Apostoli e ad essi uniti gli scritti dei primi Apostoli; l'ala destra,
formata dai Vangeli, la sinistra dalle Lettere di san Paolo.
Se si chiegga dove ebbe origine il Nuovo Testamento così fatto,
fa d'uopo eliminar fuori la Chiesa Siriaca, l'Alessandrina, la Gallica
e l'Affricana settentrionale; perchè dimostrasi ch'esse hanno ricevuto
più tardi cotesta raccolta, e dipendono perciò da altre Chiese. Restano
dunque soltanto le Chiese dell'Asia Minore e la Romana. La Raccolta,
come non si presenta in aggregato informe, e invece dimostrasi fatta
con un disegno prestabilito, non può essere venuta in luce per caso ed
in più luoghi ad un tempo, ma certo ebbe una origine unica e deter-
minata. Perciò è sommamente verisimile, che sia stata formata origi-
nariamente in Roma, forse con la cooperazione dì alcuni Vescovi del-
l'Asia Minore.
1. Si può infatti dimostrare, che in Roma, circa lo stesso tempo,
vennero fuori le altre due norme apostolico-cattoliche, cioè la Regola
di fede apostolico-cattolica, e la costituzione dell'Officio apostolico dei
Vescovi. A queste due norme è intimamente connessa la Raccolta degli
scritti apostolico-cattolici.
2. La collezione dei ventidue scritti trovasi con sicurezza pri-
mieramente dimostrata in Roma. Corrisponde pure al carattere della
Chiesa romana di costituire siffatti ordinamenti e leggi formali ; poiché
il carisma di questa Chiesa è sempre stato, e fu pure nell'antichità,
non precisamente la Teologia, ma in particolar modo la Disciplina e
la Legge. In lotta contro lo Gnosticismo, Roma ha definito i limiti e
gli ordinamenti del Cristianesimo, e fuori da Roma circa gli anni 190-250
tali Costituzioni son pervenute fra le altre Chiese, e da loro sono state
adottate.
Ecco le tre questioni che volevo esporre e trasmettere all'altrui
riflessione. Le soluzioni da me tentate io le stimo non già scientifica-
mente provate, ma pure molto verosimili. Non ho accennato alla que-
stione più grave: come mai si potè avere in genere un Nuovo Testa-
mento? Si pensi che né Cristo né gli Apostoli disposero niente sn
tal proposito, a quella guisa che si vede per esempio nella religione
— 128 —
islamitica, che ha il suo fondamento nella scrittura stessa del Corano :
e siccome poi la Chiesa possedeva già una copiosa « litera scripta "
nel Vecchio Testamento, anche per ciò la creazione del Nuovo Testa-
mento apparisce come un grande problema, e al tempo stesso come
una gran prova dello spirito di libertà e indipendenza della Chiesa. In
realtà, se non ci riferiamo alla ragione dei contrari, per via dei moti
suscitati dagli eretici, non si riesce a dichiarare l'origine del Nuovo
Testamento.
XII.
IL VALORE TEORETICO DELLA STORIA DELLA FILOSOFIA.
Comunicazione del prof. Alessandro Chiappelli.
Philosophiren ist vivificiren.
NOVALIS.
In un Congresso Stot'ico che apre una delle sue sezioni alla storia
della filosofia, sembra implicito il convincimento che questa non sia,
0 non vi sia considerata se non come una parte della storia generale
della coltura, come una storia naturale del pensiero nella sua forma
più consapevole e meditata. Non vi ha tuttavia fra noi chi non pensi
— io credo — che questa disciplina dovrebbe formare anche parte or-
ganica d'un Congresso filosofico, come quello che fu tenuto tre anni
or sono a Parigi ; nel quale fu data alla storia della filosofia una parte
larghissima, accogliendo una quantità di comunicazioni, di memorie e
di discussioni, adunate ora in un grosso e notevole volume (').
Come la storia della filosofia possa trattarsi nella sua proiezione
sul fondo della storia generale della cultura hanno dimostrato, fra gli
altri, col fatto, egregiamente lo Zeller e il Gomperz per la filosofia
antica, il Windelband specialmente per la moderna. Ma oggi par ve-
nuto il tempo di volgere lo sguardo all'altra attinenza scientifica della
storia della filosofia colla filosofia medesima, e in una maniera diversa
dal modo con cui la trattarono l'Hegel, o dal punto di vista herbar-
tiano il Thilo o lo Striimpell, o dal punto di vista della filosofia cri-
tica, per la filosofia antica, recentemente il Kiihnemann. Poiché se,
come non è dubbio, v'hanno epoche nelle quali il pensiero filosofico ha
più valore storico che costruttivo per noi che oggi ne studiamo le forme
passate (p. es., il Neoplatonismo e gran parte della filosofia del Medio
(') Bibliothéque du Congrès international de Philosophie, IV, Hist. de la
Philos., Paris, 1902.
Sezione VII. — Storta della Filosofia. 9
— 130 —
Evo), deve riconoscersi anche che tutta la evoluzione storica di quel
pensiero, veduto nelle grandi sue linee, non è che una edificazione con-»
tinua, nella quale solo in alcuni momenti l'opera si fa più intensa e
più feconda e fruttifera per lo spirito umano e per la scienza. E se
giova più specialmente qui in Italia, dove lo smembramento della filo-
sofìa nell'insegnamento universitario sembra aver fatto dimenticare, come
altrove io dissi (^), che la storia della filosofia è parte organica della
filosofia stessa, l'insistere su codesto valore costruttivo della storia
filosofica, è anche per noi ragione di compiacimento il notare che due
pensatori come il Wuudt di recente nella Einleitung in die Philoso-
phie (1901) e il Riehl, nella nuovissima Zur Einfiìhrung in die Phi-
losophie der Gegenivart (1903) hanno manifestato questo convincimento
che la storia della filosofia sia la introduzione alla filosofia perchè non
è che l'evoluzione storica di questa, e ne prepara la più sicura for-
mula odierna.
Ora ciò è possibile a questi patti: che quella evoluzione storica
esprima un cammino sostanzialmente progressivo verso un termine; e
che la storia della filosofia la quale idealmente lo ripercorre s'intenda
non già come una pura narrazione di forme passate del pensiero, come
una archeologia filosofica, bensì anche come una valutazione critica
assidua e immanente delle forme storiche del pensiero speculativo ; la
quale, giovandosi naturalmente del sussidio delle discipline filologiche
e storiche, intenda il suo ufficio precipuo, che è quello di aprire la
via ad una più sicura e piena conoscenza dei termini nei quali oggi
si offre a noi il problema della filosofia. Queste due condizioni si strin-
gono anzi fra loro in intimo nesso. Nessuno può revocare in dubbio
ormai che la ricostruzione delle forme storiche del pensiero, la quale
muovendo da un accertamento critico dei documenti, congiuuge psico-
logicamente le forme del pensiero col carattere personale dei grandi
eroi dello spirito che ne furono creatori, ne vede la connessione sto-
rica colle forme antecedenti e successive nella loro filiazione ideale, e
segnatamente con tutta la cultura di un tempo e di un popolo, nelle
attinenze colle condizioni politiche, sociali, scientifiche e religiose di
esso, sia la sostanza medesima di una storia critica e scientifica
della filosofia. Ma la storia della filosofia non assolve in ciò tutto
l'ufficio suo; perchè non può essere puramente obiettiva e narrativa
come la storia della poesia e dell'arte o come la storia civile. I fatti
(') L'insegnamento della Filosofia nelle nostre Università, nella Rivista di
Filosofia e scienze affini, deiragosto 1901.
— 131 —
di cui essa discorre sono le idee ; e di queste non si può trattare senza
misurarne il valore. I fatti si narrano, le idee si valutano.
Se però la storia della filosofia non può essere soltanto narrativa
0 espositiva, né ricostruttiva soltanto, ma altresì filosoficamente costrut-
tiva, conviene anche tenersi egualmente lontani dall'altro estremo di
far servire la storia della filosofia ad un fine sistematico. Anche qui
tuttavia giova il distinguer bene due cose fra loro assai diverse. Io
posso bensì legittimamente cercare gli antecedenti di una determinata
dottrina presente come ad es. del criticismo, al modo che ha fatto il
Riehl, determinare, cioè, gli elementi la cui combinazione ha prodotto
quella tale filosofia e giustificarla così storicamente. Ma ben altra cosa
è voler ridurre tutto il processo storico della filosofia ad una prepara-
zione di un determinato sistema, e fare di quella storia una specie di
filosofia in azione: del qual metodo sistematico è, in certo modo, inau-
guratore, e progenitore presso gli antichi, Aristotele, e rappresentante
massimo nell'epoca moderna l'Hegel. Un tal concetto della storia della
filosofia come preordinata ad un sistema implica che la filosofia sia in
questo una scienza definitivamente costituita, e verso di essa si muova
la storia con uno svolgimento regolare e continuo. Trattata così a ri-
troso con un metodo retrospettivo e secondo un criterio di finalità ideale,
la storia della filosofia sarebbe soggetta a rinnnovarsi secondo il punto
di veduta sistematico da cui si guarda, e secondo la diversità stessa
delle questioni sulle quali ciascuna generazione porta la sua attenzione.
E così si correrebbe il rischio (^) di dover sempre ricominciare da capo,
come notava il Boutroux al Congresso parigino, togliendo alla storia
della filosofia dignità e saldezza di scienza. Cercare nel passato le ra-
gioni e le origini del presente, e tanto più d'una forma del presente,
non è fare della storia, quale deve essere, un'opera di giustizia, secondo
la nota espressione del grande scrittore tedesco.
Lontani, adunque, egualmente così da una ricostruzione puramente
obiettiva e indifferente alle varie forme storiche del pensiero come da
una veduta di teleologia sistematica, procediamo a determinare quello
che a noi sembra dovere essere il vero spirito della storia della filosofia.
Ora questa non può spogliarsi del carattere di una mera escursione
archeologica ed erudita, come è quasi sempre la storia delle scienze
fisiche e matematiche, ove non si abbia fede che nella vicenda dei
sistemi un cammino progressivo o un senso ideale vi sia. È vero
(>) Boutroux, De VObjet et de la Méthode dans Vhist. de la Philos. nel
volume citato del Congresso di Parigi IV, p. 400.
- 132 -
bensì che le intuizioni filosofiche non invecchiano come le ipotesi
fisiche, ed hanno piuttosto la resistente vitalità delle grandi e clas-
siche opere dell'arte. Dal che dipende la virtù educativa della storia
del pensiero filosofico in quanto promuove un continuo e vario con-
tatto cogli spiriti magni di tutti i tempi e rende meditative e inqui-
sitive le menti. Ma su questa efficacia non è qui il luogo d'insistere,
tanto più che altrove ne trassi argomento di speciale discorso (^).
Ma la possibilità della rinascita di antiche intuizioni filosofiche non
esclude il progresso, perchè non significa ripetizione ; bensì riproduzione
in forma nuova e consentanea ai mutati bisogni dello spirito e della
coltura.
Che il progresso vi sia anche nella storia del pensiero filosofico
ha ben dimostrato in una Memoria presentata al Congresso di Parigi
il Gourd (2), alle cui osservazioni mi sia lecito aggiungerne qualche
altra. Pochi vorranno negare che l'essersi la filosofia, specialmente dopo
il Kant, costituita quale scienza dei processi generali dello spirito
umano, ne abbia assicurata la indipendenza delle scienze particolari,
richiamando l'opera sua dalla considerazione dei resultati del conosci-
mento scientifico, a quella dei presupposti e delle condizioni universali
di questo, ed estendendone così anche la sfera allo studio dei processi
generali dell'operare e del credere. Né codesta indagine gnoseologica è
studio d' un processo puramente subiettivo : bensì anche studio della
realtà conosciuta e conoscibile, che è per noi la sola realtà scien-
tifica. Or questo cangiamento segna il maggior progresso dalla filosofia
antica, che è sostanzialmente dottrina dell'essere universale ed obiettivo,
alla filosofia moderna che è filosofia del conoscere, o dell'essere cono-
scibile.
Né si dica che progresso non v'ha perchè le questioni filosofiche
son sempre le stesse. Quello che abbiamo detto dimostra che il con-
cetto dell'essere inerente nel pensiero anziché del pensiero dipendente
dall'essere è una posizione nuova della coscienza moderna. Ma dato
anche che i quesiti fossero immutati, il progresso della filosofia starà
ora nel distinguere gli elementi prima confusi d'una questione, ora nello
scoprire nuovi termini e nuove attinenze di altre. Così l'ordine pratico
non sempre fu chiaramente distinto dall'ordine teorico. La Socratica fu.
(') Il rinnovamento della Filosofia e la coltura storica. Prolusione al corso
nella E. Università di Napoli 1887 (ripubblicata con varie giunte nel volume
Saggi e Note critiche. Bologna, Zanichelli, 1895).
(*) Du progres dans Vhist. de la Philos. nel volume cit. p. .33 segg.
— 133 —
anzi, una riduzione di quello a questo. Ora la questione dei postulati pra-
tici come è posta dal Kant ha reso impossibile ormai questa confusione,
distinguendo, e, in certo senso, contrapponendo, le esigenze etiche
alle teoretiche, ed aprendo nuovi aspetti alla questione dei rapporti
fra la religione e la scienza. Se, e come l'ideale religioso si coordini
alla concezione scientifica del mondo, è un problema che assume un
altro aspetto dopo che i limiti dei due domini si son distinti fino a
contrapporsi coll'agnosticimo moderno, e a ricostruire, in certa guisa,
la dottrina della doppia verità ('), e dopoché, quindi, si è riconosciuta
la inconvertibilità delle due funzioni e delle due vedute diverse del
mondo e della vita.
Anche le relazioni sostanziali d'un problema filosofico, e non la
forma soltanto, modifica il processo storico del pensiero. La storia delle
dottrine pessimistiche e deterministiche ne è un esempio eloquente. Dal
concetto della libertà nelle sue attinenze colla Moira greca, quale spe-
cialmente svolgasi nella tragedia attica, alla idea stoica della eifiaoinévi]
e all'indeterminismo della fatis avolsa poUstas degli Epicurei: da queste
idee classiche al concetto cristiano della volontà umana in relazione
alla prescienza divina, al peccato originale e alla grazia, e alla dottrina
della Sinergia: da questo alla questione dei rapporti fra la libertà e
l'odierno determinismo scientifico, ai dati della statistica sociale e fino al
risorgente indeterminismo critico, è un cammino di secoli lungo il quale
il pensiero umano va raccogliendo sempre nuovi elementi e giovandosi
di nuove esperienze, che mettono capo alla formula moderna del pro-
blema : vi è una indeterminazione e una contingenza nella natura, pre-
supposto della libertà del volere? e questa è inconciliabile col deter-
minismo, naturale e sociale, ovvero ne è l'espressione più perfetta?
L'apparente oscillare, quasi con perpetuo isocronismo, del pensiero
fra le stesse antitesi, materialismo spiritualismo, realismo idealismo,
pessimismo ottimismo, e così via, può bensì colpire un osservatore super-
ficiale della sua storia, non già chi vede come ogni dottrina esprima
un momento e un aspetto della verità e risponde a dei bisogni diffe-
renti. In nessuna scienza le categorie di vero e di falso sono così poco
recisamente applicabili come in quella dei tentativi filosofici. Se lo
Schopenhauer disse (e in altra forma lo ripetè il Lange) che il ma-
terialismo ha il vantaggio di servire alla scienza del mondo fisico,
come quello che è il mininmm di elevazione sul dato sicuro della espe-
(') V. la mia Memoria La dottrina della doppia verità e i suoi riflessi
recenti (Atti della R. Accad. di Scienze morali e politiche di Napoli 1902).
- 134 —
rienza: lo spiritualismo o l'idealismo, quando anche non significasse
lina veduta più piofonda delle cose, risponderebbe, d'altra parte, a ben
altre esigenze della nostra natura. E poiché ciascuna di queste fun-
zioni organiche dello spirito umano, la scienza, la morale, la religione,
ha una sua propria maniera di coordinazione degli elementi della realtà,
il progresso filosofico consisterà nella coscienza sempre più esatta di tutte
queste forme, e nel cercare come sia possibile la loro sintesi in una
forma superiore e comprensiva di esse tutte. Il che dimostra, adunque,
che il progresso della filosofia nella sua storia è progresso sui generis,
come quello che non consiste in un accumulamento continuo di cono-
scenza e di leggi scientifiche o nell'escludere che una teoria nuova fa
dell'antica, divenuta antiquata: bensì in un ampliamento e complica-
zione crescente dei termini che costituiscono i suoi problemi. Onde quando
anche quel cammino non segnasse una approgsimazione sempre maggiore
ad un termine di verità obiettiva, sarebbe pur sempre un incremento
della stessa energia dello spirito umano; il quale s'avanza più consa-
pevole, più cauto, per quella via, sindacando e misurando le proprie
forze, e cimentando via via le sue sintesi provvisorie alla stregua delle
conquiste reali e positive delle scienze sperimentali ed esatte, e delle
indagini storiche.
La storia della filosofia che serva, adunque, di fondamento esclu-
sivo ad un sistema non è più storia ; come la ricostruzione puramente
obiettiva delle forme storiche e passate del pensiero filosofico non è
filosofia. La storia può divenire parte organica della filosofia solo se
oggi l'indagine filosofica cerchi nella sua storia le sue premesse e le sue
condizioni, se la storia della filosofia sia veramente introduzione alla
filosofia, cioè ne segni lo svolgimento storico. Come la biologia studia
l'organismo per la sua formazione, così essa deve studiare che cos'è il
nostro pensiero indagando il modo onde siamo divenuti ciò che ora siamo
in quanlo pensiero. E poicliè il pensiero è in continua formazione nella
storia, lo studio di questa è una cosa sola collo studio di quello (^).
E il pensiero adulto può e deve istituire questa indagine; perchè se
l'Hegel diceva che la storia del pensiero è ciò che v'ha di più intimo
nella storia del mondo, la coscienza filosofica odierna deve riprodurre
in sé questa storia, a quel modo che gli organismi superiori riprodu-
cono in sé contratta la evoluzione morfologica della specie. Il che è
(') Vedi rimportaute Memoria del mio collega Masci: Filosofia, scienza e
storia della filosofia, negli Atti Accad. di scienze morali e politiche di Napoli,
voi. XXXIV, 1902; e già la mia Prolusione citata.
— 135 -
possibile se, dopo avere fatta la critica dei documenti e delle testimo-
nianze e ricostruito il pensiero dei grandi eroi dello spirito nelle con-
dizioni della civiltà in cui sorse e si svolse, misuri poi il valore e il
contributo die ciascuna di queste forme ha dato all'opera complessiva
del pensiero, alla luce d'un criterio storico e filosofico insieme. Nel
primo rispetto, la storia della filosofia si congiunge alle discipline
filologiche e storiche, nel secondo è propedeutica e fondamento ad ogni
filosofia, la quale veda in ciascuna delle tendenze e dei sistemi non
solo un bisogno del tempo, ma un aspetto e un angolo visuale da cui
debbon essere guardati i suoi problemi, i termini onde si compongono
i suoi quesiti, le risposte tipiche alle rinascenti domande che ne for-
mano la contenenza e la ragion d'essere.
Ora questo ci dice che cosa può e deve essere la valutazione filo-
sofica delle dottrine. Il criterio e la misura non può derivare da una
opinione particolare dello^ storico né dalla sua convinzione filosofica, la
quale condurrebbe a lumeggiare queste piuttosto che quelle fra le dottrine
e i sistemi. La critica deve essere universale ed immanente ; deve, cioè,
riconoscere con parziale equità ciò che ogni dottrina ha portato nella
storia del pensiero e della cultura umana, come uno dei confluenti
della vasta fiumana; deve riconoscerne non solo la necessità storica
in un determinato momento, ma la efficienza ideale, la virtù contri-
butiva a quella somma finale che il filosofo deve saper trarre dal pro-
cesso storico delle dottrine e dei sistemi, con uua potenza d'integra-
zione che è tanto maggiore quanto più grande è la sua preparazione
e la disciplina della sua mente, quanto più profondo e più largo è il
suo sguardo speculativo. A una così fatta mente i sistemi non solo
appariranno giudicabili in ordine alla loro coerenza formale e logica
0 nella loro diversa fecondità intellettuale e sociale, ma anche gli
errori saranno riconosciuti necessari, come quelli che rilevano, anche
se esclusivamente, un aspetto del problema, e sono talora anche più
fecondi, come diceva Anatole France, delle piccole verità.
Due esempi varranno meglio a dilucidare il mio pensiero d'ogni
altro ragionamento.
La storia soltanto offre adeguata risposta ai due problemi iniziali
e sostanziali ; quali debbono essere le relazioni della filosofia colle scienze
particolari, e quali siano le attinenze sue colla religione: problemi dalla
cui soluzione esce determinato il concetto stesso della funzione della
filosofia. Se è vero che la posizione della filosofia rispetto alle altre
scienze è mutata secondo i mutevoli bisogni dei tempi e le forme
storiche della cultura, un avvertimento e una indicazione precisa esce
- 13G —
dalla storia, ed è questa ; che la filosofia non debba imporsi domina-
trice alle scienze particolari governandole coli' apriorismo costruttivo
e deduttivo della metafisica d'antico stile, come è avvenuto per cosi
lunghi secoli, durante l'anticliità e il Medio Evo: ma nemmeno
ella deve rinunciare ai suoi diritti, secondo che un concetto empirico
e positivistico della autonomia delle scienze e della divisione del lavoro
scientifico potè far dubitare in tempi a noi prossimi ; nei quali si giunse
ad asseverare che alla filosofia mancasse oramai un terreno proprio e
una ragion d'essere. Ma poiché oggi la filosofia rinasce dal seno delle
scienze particolari, ecco che i due termini del rapporto si richiamano
e s'implicano reciprocamente. Che non si possa dare oggi una filosofia
senza scienza o al di fuori della scienza e che insieme non si debba
dare scienza senza filosofia o scienza che non tenda alla filosofia, ecco
il risultato logico della analisi storica dei rapporti che corsero tra la
filosofia e le scienze particolari. La storia è una grande esperienza o
una serie d'esperienze, dalla quale esce spontanea l'indicazione della
via in cui oggi dobbiamo procedere.
In un modo analogo, la considerazione storica apre la via a de-
terminare con più sicura mano le attinenze organiche fra la religione
e la filosofia. Se consideriamo la coltura cristiana entro la quale per
la prima volta la questione di quelle attinenze è chiaramente proposta
allo spirito umano — poiché non si tratta più d'una religione natu-
ralistica 0 poetica, ma d'una religione che intende avere il suo fonda-
mento sopra l'autorità e la rivelazione, ed è quindi dogmatica — le riso-
luzioni tipiche che ci si presentano e storicamente si succedono, si
possono dire tre. 0 la ragione e la scienza sono subordinate alla fede
e alla rivelazione (periodo del Medioevo cristiano): o la fede si vuol
ridurre alla sua contenenza razionale e dimostrabile e perciò subordi-
nata alla ragione (deismo inglese e aufklàrung tedesca del sec. XVIII) :
0 infine si nega ogni fondamento di razionalità alla fede e si esclude
quindi l'uno dei due termini, la fede, in omaggio alla dea ragione
(razionalismo francese, voltairianismo, materialismo tedesco del Vogt
e Buchner, il positivismo fino al Guyau). Se non che il Kant inagu-
rava già la trasformazione critica del problema, distinguendo le due
funzioni e le loro sorgenti irreducibili, come quelle che sono relative
a due diversi ordini dello spirito, egualmente legittime ed indelebili :
e nella loro distinzione trovava la ragione del loro accordo, pronun-
ciando : libera fede in libera ragione. La questione potrà essere svolta
variamente nei suoi termini e arricchita di elementi da tutta la psi-
cologia del sentimento religioso e della indagine della storia comparata
— 137 —
delle regioni nello spazio e nel tempo. Ma il programma è sostanzial-
mente quello delineato nella critica Kantiana ; poiché la possibilità di
sostituire l'una all'altra o di ridurre l'una all'altra queste due funzioni
perenni (nel che sta tutto il processo storico antecedente dei rapporti
vari fra la scienza e la fede, fra religione e ragione), è esclusa dal
riconoscimento critico della loro diversità di origine, di natura e di
attinenze; l'una riguardando la realtà quale è, l'altra riguardando la
vita e come si deve intendere; l'una il che e il come, l'altra il perchè
e il fine. Di qui il corollario che né la fede si possa convertire in un
sistema dottrinale o dogmatico il quale presuma di avere carattere e
funzione di scienza da invadere il dominio di questa, da costringerne
0 trattenerne il cammino: né d'altra parte che la scienza possa mai
presumere di porsi in luogo della fede, o di riempire non solo l'intel-
letto, ma bastare all'anima individuale e alla coscienza collettiva, dac-
ché si é riconosciuto come esse derivino da due vedute delle cose or-
ganicamente differenti fra loro.
L'esperienza storica ci dà, quindi, lo spettacolo di una sicura
opera di eliminazione delle soluzioni specialmente unilaterali, di una
questione filosofica. Presumere oggi di ricondurre la scienza sotto le
ali della religione, o di dare alla filosofia rispetto alle scienze parti-
colari una funzione legislativa e direttiva, non é lecito: poiché l'una
e l'altra sono esperienze, per così dire, mancate. E parimenti credere
che le sintesi fornite dalle singole discipline bastino a sé medesime e
siano adeguate ai bisogni dello spirito: o credere, nell'altro campo,
che si possa ridurre la fede a un sistema razionale, o in fine repu-
tare che l'opera della scienza abbia essiccate per sempre le fonti della
coscienza religiosa, è, anche questa, un'altra serie d'esperienze storiche
non riescite, di tentativi venuti meno nel fatto e nel pensiero. E così
per due linee convergenti si perviene ad una formula comprensiva,
nella quale sono riconosciuti i diritti della scienza, della filosofia, della
religione, nella vita dello spirito umano.
La storia della filosofia dà così, essa sola, adeguata risposta al
quesito: che cosa possa e debba essere oggi la filosofia, nelle sue atti-
nenze colla scienza, colla cultura e colla vita. Che essa non possa
stare nella sistemazione o unificazione del sapere scientifico, come ha
creduto lo Spencer, lo ha provato l'esempio della sua filosofia sintetica,
la quale si é risoluta in una abile combinazione di analogie e di somi-
glianze, non già in un sistema rigoroso di rapporti e di attinenze causali (').
(•) Cfr. RiEHL, Einfiihrung in die Philos. der Gegenwart, 1903, p. 21, e
già il libro del Watson, Au Outline of Philisophy, Glasgow, 1898, cap. I.
— 138 -
Lo svolgimento e il progresso delle scienze positive ha, invece, aperta
la via da un lato al problema critico della scienza medesima, dei suoi
presupposti e delle sue coudizioni fondamentali ; e dall' altro questa
stessa critica della coscienza scientifica ha generata la necessità del
riconoscere il valore delle forze ideali della vita, e ha data o restituita
alla filosofia la sua funzione di dottrina estimatrice dei valori, e di
forza direttiva della vita. L' uno e l' altro di questi due uffici della
filosofia odierna resulta così dalle sicure indicazioni della storia.
Per tal modo il processo storico delle questioni conduce sponta-
neamente verso la risoluzione più comprensiva e criticamente più salda;
ed acquista un valore costruttivo e teoretico, che sfugge egualmente
ad una storia della filosofia la quale sia una mera ed obiettiva espo-
sizione e ricostruzione del passato, e ad una storia della filosofia volta
ad intenti d"una riprova sistematica. Poiché nella storia sistematica
accade che il pensiero tenda a risalire dal presente al passato per tro-
varvi la conferma o la preparazione di un ordine d' idee, già teorica-
mente determinate e professate; e la revisione storica vi è mossa da
un intendimento anticipatamente definito. Ma dove nella storia si cerchi
la vera introduzione alla filosofia, e se ne lascino parlare le pagine
colla loro spontanea eloquenza, ci sarà dato il vedervi una graduale
e progressiva opera di edificazione dottrinale, e indovinarvi la filosofia
che compone nei secoli la umanità.
XIII.
LA FILOSOFIA DI PITAGORA, DI DEMOCRITO,
DI GALILEI E DI BORELLI
E LE MODERNE TEORIE MECCANICISTE.
Comunicazione del prof. G. B. Milesi.
Quando i filosofi moderni mirano a spiegare i fenomeni evolutivi
in generale e quelli dello sviluppo organico in particolare, non sempre
sanno emanciparsi dalle influenze del vecchio mateiialismo. Pure am-
mettendosi l'azione esercitata dall'ambiente, non si cessa per questo
dal credere essere la materia intrinsecamente attiva e dotata di forze
proprie singolari ed increate; e dall' asserire che queste forze, che del
resto per anco non si sanno spiegare, sono talmente inerenti alla ma-
teria, che questa non può spogliarsene. Ciò ricorda le parole di Ari-
stotele ove dice che: " La maggior parte di coloro che filosofarono per
i primi, non considerarono i principi di tutte le cose che sotto l'aspetto
della materia. Secondo essi, esiste un principio, un elemento, donde
sorgono tutti gli esseri, donde proviene tutto quanto si produce, ove
mette capo ogni distruzione; perchè la sostanza persiste, qualunque si
sieno le sue modificazioni. Pure pensano essi che niente nasca e pe-
risca veramente, perchè questa natura prima sussiste sempre ».
Nello stesso modo si parla anche oggi di una speciale tendenza a
variare innata negli organismi, come i gravi hanno quella di avvici-
narsi al centro della terra.
Evidentemente, questo modo di vedere è inconciliabile colla teoria
dell'evoluzione e colle esigenze logiche che sgorgano dai suoi rapporti
col mondo ambiente. La dottrina genealogica non può rimanere a sé,
isolata, ^senza cercare di congiungersi con un rapporto di effetto a
causa all'assieme delle scienze naturali. Le ricerche più recenti ci
insegnano che lo studio della geologia, della fisica, della chimica e
delle matematiche infine, deve essere non meno necessario di quello
— 1-10 —
della botanica e della zoologia per ispiegare ogni sviluppo organico
qualsia. Non esiste metamorfosi su cui tutto quanto costituisce il
mondo ambiente (o l'obiettivo del sapere) non abbia influito di con-
tinuo ed unitamente.
La dottrina genealogica ha ormai troppo parlato della complessità
a cui passa ogni individuo dallo stato semplice in cui si trovava prima;
vorrei anzi dire, che il dogma evoluzionista per cui ogni organismo
deve passare dal semplice al complesso, ha levato troppo rumore in-
torno a sé. Ciò deriva dal modo singolare od unilaterale con cui questo
fenomeno viene studiato, perchè le antiche credenze del vecchio ma-
terialismo non cessano dal far capolino. L'antica sorpresa continua a
persistere perciò, quando si pone mente ad un organismo in via di
evoluzione, perchè si tende a riferire il fenomeno piuttosto ad una sua
forza intrinseca, che dunque non si presta alla ricerca delle cause, che
ad influenze esteriori che decidono ogni sviluppo organico iji un modo
assoluto ed esclusivo.
Eicerchiamo le cause dunque, che, quando le avremo trovate, spa-
rirà anche la meraviglia, colleghiamo la teoria della discendenza alle
altre scienze positive, e studiamo l'ambiente anzi tutto o la mesologia,
come si vuol chiamare la dottrina che ad esso si riferisce.
Ora, a che mai mirano tutte le moderne teorie meccaniciste in
quanto tendono a cercare nella biologia la loro applicazione, se non
a riconoscere una nuova grande causa alla stessa teoria della evolu-
zione! Questa causa riposa appunto al di fuori dell'organismo; ed è
costituita da un coefficiente nuovo, che è il coefficente massa. La
nozione di massa è essa capace di dare un nuovo indirizzo al mate-
rialismo poggiandolo sopra una base al tutto nuova? Quella nozione
di massa che per Galilei e Newton già portò nel campo della scienza
una grande rivoluzione, è essa pure capace di portarne una nuova nel
campo biologico? Esiste un materialismo matematico che sia come la
sintesi ed il coronamento di quanto già seppe fare la matematica per
rispetto alle singole scienze che rese positive? Basti ricordare la fisica
matematica iniziata da Galileo e da Descartes, la chimica matematica
iniziata da Guglielmini ed anche la fisiologia meccanica quale ci venne
rivelata da Boerhaave!
Alla nostra domanda risponde affermativamente la moderna scuola
meccanicista rappresentata specialmente dal Koux e dal Cope.
Lo scopo di questa comunicazione, sta nel richiamare alla mente
come la detta scuola non è isolata, non è nata ieri; invece ha una
storia che ne aumenta la importanza.
— 141 —
Questa storia, rimonta alla scuola Jonica che fu l' iniziatrice delle
ricerche matematiche presso i Greci; e a Pitagora, quando trasforma
la matematica da empirica in razionale e cerca di applicarne i pre-
cetti alla speculazione, inoltre questa storia pure rimonta alla impor-
tante dottrina atomistica, fondata, si vuole, da Leucippo, ma personi-
iìcata in Democrito.
Diciamo una parola intorno alla corrispondenza che esiste tra le
teorie meccaniciste greche e le moderne; iucominciando dal grande
Pitagora e dalle sue dottrine riassunte da Aristotele. I numeri sono,
secondo questo filosofo, l'essenza delle cose; perchè anzi, tutto quanto
costituisce l'essenza è anche numero. I numeri sono dunque gli ele-
menti costitutivi {axoixslcx), perciò inseparahili dalle cose sensibili di
cui costituiscono la stessa. essenza. I numeri dei pitagorici sono cause
materiali e formali insieme; sono l'essenza costitutiva delle cose.
Alle stesse conclusioni cui è giunto Pitagora in modo vago ed
indeterminato, perviene pure la scuola meccanicista moderna che ap-
plica r ipotesi della gravità alla biologia. La stessa difficoltà che si
presentò ai pitagorici concernente la distinzione tra che cosa sia la
materia e la forma e l'essenza delle cose, si è presentata pure ai
meccauicisti moderni; nel menti'e essi pure arrivarono alla conclusione
come non esiste materia senza forma, né forma senza materia. Il
numero di Pitagora era l' anima dei giusti rapporti e conduceva
all'armonia; ed allo stesso risultato pure giungono gli studi dei
moderni quando esaminano quali siano gli effetti prodotti nei corpi
organici da quei rapporti proporzionali che sono gli effetti delle gra-
vità, come li ha dimostrati il Galilei: questi rapporti o questi numeri
danno una forma matematica e conducono a quell'armonia che deve
necessariamente regnare in ogni meccanismo, poco importando se esso
sia artificiale o naturale.
Con Pitagora e coi pitagorici tenta la filosofia greca un campo
nuovo ed originale che si scosta dal materialismo di prima per seguire
una via al tutto nuova: e così pure accade all'epoca moderna a mezzo
del nuovo coefficiente introdotto in suo favore, il coefficiente massa.
Il meccanismo greco raggiunge poi la sua importanza maggiore
con Democrito, quando egli asserisce espressamente come il moto degli
atomi conduce alla regola ed all'ordine; perchè — si noti bene — l'in-
contro degli atomi e la loro riunione non sitccede a caso^ ma per neces-
sità di natura {àvccYxrj) essendo determinato dalla legge di gravità.
Ecco dunque com' è che Democrito indicasse espressamente a
quella teoria scientifica al tutto moderna, alla quale si deve ricon-
— 142 —
nettere tutto il materialismo positivo, la scienza dell' avvenire, sola
capace di conciliare le due tendenze antagoniste che sempre hanno
esistito dacché gli uomini hanno cominciato a filosofare, quella spiri-
tualista e quella materialista o della materia vivente.
Però prima di giungere all'epoca moderna, un altro grande fu
che ci fornì quell'assieme di regole che poi doveva bastare al mate-
rialismo meccanico per le sue applicazioni. E questi fu il nostro
Galilei coi suoi libri al titolo: Theoremata circa centrum gravitatis
solidorum, Sermones de Motu Granium, e Della Scienza Meccanica
e delle utilità che si traggono dagli istrumenti di quella (')•
E qui pure ci bisogna ricordare il nome di Alfonso Sorelli (1608-
1679) discepolo del Galilei che si può dire sia stato il primo ad ap-
plicare le leggi di gravità alla biologia col suo libro al titolo: De
motionibus naturalibus a gravitate pende ntibus (Bologna, 1670), opera
destinata ad agevolare l'intelligenza dell'altra De motu animalium,
opus postìiumum (Roma, 1680-1681).
Dal poco che si è detto risulta, come alle prove che sempre in
numero maggiore si accumulano in favore del materialismo matema-
tico, se ne debba aggiungere un' altra non meno importante, capace
di pure portare il suo contributo ipotetico ai trovati moderni : questa
nuova prova è quella storica. Nel campo delle attendibilità problema-
tiche, nessuna prova io reputo superiore del conoscere come non si
tratti di sforzi isolati, propri di una sola generazione, ma ben vero di
studi intorno ai quali già si sono affaticate le generazioni che ci hanno
preceduto, ritornando ben di sovente alla lotta con costanza e con fede.
(') Vedasi, per quanto concerne l'applicazione delle scoperte del Galilei alla
biologia, il libro di Gr. B. Milesi, L'evoluzione studiata nel sistema delle sue
cause, Fratelli Bocca, editori, Torino, 1900.
XIV.
L'APOLOGETICO DI TERTULLIANO
E L'OTTAVIO DI MINUCIO.
Comunicazione del prof. Felice Eamorino
Ancora non è stata risolta in modo definitivo la questione dei rap-
porti che intercedono tra il discorso di Tertulliano in difesa de' Cri-
stiani e il dialogo di Minucio Felice, dove alle accuse formolate in
un discorso d' ispirazione pagana messo in bocca a Cecilio Natale, op-
ponesi una eloquente difesa del Cristianesimo per bocca di Ottavio dal
quale il dialogo prende nome. Ancora non sono state date sufficienti
ragioni per stabilire se Tertulliano abbia avuto sott'occhio Minucio,
0 se invece questi abbia tratto da quello come da sua fonte, e quindi
quale dei due abbia da considerarsi come cronologicamente anteriore.
La questione ha un vero interesse per la storia del Cristianesimo
in Occidente perchè trattasi dello prime scritture latine d' ispirazione
cristiana, e dipende di qui il sapere chi primo abbia divulgato fra le
genti di parlata latina le ragioni addotte dagli Apostoli del Cristia-
nesimo, già da più decenni diffuse tra i Greci.
Tale questione sorge dal fatto che tra le due opere corrono tali
e tante analogie di pensiero e di frase, da dover senz'altro ritenere
che l'un dei due abbia avuto sott'occhio l'altro. Si può ben congettu-
rare anche, e s' è in fatto congetturato, abbiano entrambi attinto a una
fonte comune, che per noi sarebbe perduta. Primo propose quest' ipotesi
l'Hartel, poi cercò sostenerla in apposita monografia il Wilhelm (1887);
più tardi (nel 1891) il De Lagarde pensò a dirittura a un'apologia
scritta da papa Vittore I da cui Tertulliano e Minucio avrebbero co-
piato a man salva ; infine V Agahd in una sua ricerca di cose Varro-
niane (24° voi. supp. dei Jahrbiicher di Fleckeisen), ammettendo anche
egli un'apologia cristiana latina anteriore a Tertulliano e Minucio,
ne investigò le fonti in Varrone e in qualche altro libro dell'età ales-
— 144 —
sandrina. Ma noi vedremo che i riscontri verbali tra l'Apologetico e
l'Ottavio sono tanti e tali da escludere l' ipotesi d'una terza fonte co-
raime, se non forse per uno speciale punto di dottrina derivato dalla
scuola di Euemero.
Tra quelli che rinunziando all'ipotesi di una terza fonte comune,
riducono la questione ai soli Tertulliano e Minucio, gli uni credono
anteriore Minucio, gli altri Tertulliano, e le due schiere sono egual-
mente notevoli per numero e autorità di aderenti. 1 fautori della prio-
rità di Minucio, come si fan forti di ima espressione di Lattanzio, cosi
vantano l'adesione di uomini quali 1' Ebert (1868), il Baehrens (1886),
Ed. Norden(1897), ecc. Gli altri si rifanno dall'attestazione di S. Gerolamo,
e hanno compagni uomini di incontestato valore come lo Schultze (1881),
il Neumann (1890), l'Harnack (1893), nome che vai da solo per molti.
Ultimamente si schierò da questa parte anche il francese Monceaux (1901)
che con tanto studio e dottrina s' è occupato della letteratura affricana.
Non è qui il luogo di ripetere le ragioni addotte da tutti questi
studiosi, né di discuterle. Intendo qui di istituire un confronto, il più
completo possibile, di luoghi Minuciani e TertuUianei, presentandoli
in modo che ne riesca chiaro il contenuto e sia facile ai lettori di
trarne le debite conclusioni. Prendo per base il discorso di Tertulliano,
seguendone l'argomento come filo conduttore, e additando via via i luoghi
paralleli di Minucio.
§ 1. — Dell'odio contro i Cristiani
e della iniqua procedura con loro usata.
Nei primi tre capitoli del suo Apologetico, mira Tertulliano a far
vedere, come fosse iniquo l'odio che si aveva contro i Cristiani. Vol-
gendo nell'esordio la parola ai reggitori del Romano Impero, dice che.
se non era loro lecito fare una pubblica inchiesta intorno alla causa
dei Cristiani, se a questo solo fattispecie o temevano o arrossivano di
volgere l'attenzione pubblicamente, e se le troppe condanne private
avevano compromesso la difesa della setta cristiana, doveva pur essere
lecito a lui cercar di giungere alle loro orecchie per la via letteraria;
la verità cristiana ben sapere di essere peregrina sulla terra e di trovar
facilmente nemici tra gli estranei, ma non voler essere condannata
senza essere conosciuta. Condannarla inascoltata essere una iniquità, e
far nascere il sospetto clie i governanti non vogliano ascoltare ciò che
non potrebbero più condannare conoscendolo. La scusa dell'ignoranza
- 145 —
non essere che apparente, anzi aggravare il carico dell'iniquità; percliè
qual più trista cosa che l'odiare quel che si ignora, anclie se la cosa
meriti effettivamente odio? Se poi si viene a sapere che la cosa non
meritava odio, chi era solo colpevole d' ignoranza, cessata questa, cessa
anche di odiare; come fanno appunto i convertiti al Cristianesimo, i
quali cominciano a odiare quel che erano e a professare quel che prima
odiavano. Invece, dice Tertulliano, gli avversari nostri segnalano bensì
il fatto delle molte conversioni, ma, anziché arguire che ci sia sotto
qualche gran bene, seguitano a ignorare e a odiare. Si dirà che le molte
conversioni non vogliono dir nulla, perchè ci si volge anche al male.
Ma il male, avvertasi, per natura o si teme o se ne ha A^ergogna; ed
è perciò che i malvagi vogìion rimanere nascosti ; sorpresi trepidano,
accusati negano, anche tormentati non sempre confessano, e condannati
poi n'han dolore. I Cristiani non si vergognano, non si pentono; si
gloriano d'esser notati ; accusati non si difendono ; interrogati confes-
sano ; anzi confessano spontaneamente, e condannati ringraziano. Non
è dunque questo un male se non ha le circostanze connaturate al male,
il timore, il rossore: il pentimento, il rimpianto (cap. I). — Anche la
procedura che si segue con noi Cristiani, continua Tertulliano, è iniqua.
Non ci si concede libertà di difesa, e si vuol da noi soltanto la con-
fessione del nome, senza poi esaminare il crimine. E mentre per un
omicida, per un incestuoso, per un nemico pubblico si indagano le cir-
costanze dei fatti, il numero, il luogo, il tempo, i complici dei delitti,
per noi non si procede così ; anzi un famoso editto di Traiano ha proi-
bito che si inizino processi contro noi, mentre poi ha disposto che
data ijna denunzia, ci si deva punire ; disposizione contradittoria ed
ingiusta. Si viene così ad applicare per noi un'assurda procedura, quella
di torturarci, non per farci confessare come gli altri, sì perchè neghiamo,
mentre se si trattasse di male, noi staremmo sulla negativa, e la tor-
tura ci si applicherebbe per farci confessare. È evidente che non un
delitto è in causa nel caso nostro, ma solo il nome. Si arriva al punto
di biasimare uno che si riconosce come un galantuomo, solo perchè
è cristiano; si cacciano via dalle case, anche contro ogni interesse, le
mogli pudiche e i buoni servi, solo perchè cristiani; è tutto in odio
al nome. Ma che cos' ha di male questo nome che significa « unti »
0, se si piglia la forma « Crestiani « usata talvolta per errore, ha a
connettersi con x^^^c^og « buono " ? Odiasi forse ia setta per il nome
del suo autore ? Ma anche le sette dei filosofi sono denominate dai loro
autori, e ninno se n'offende. Prima di odiare il nome, conveniva in-
dagare e riconoscere dalle qualità della setta l'autore o da quelle del-
Sezione VII. — Storia della Filosofia. l*-'
— 146
l'autore la setta ; invece non si è fatto e non si fa nulla di questo, e
si seguita a far ingiusta guerra al nome (cap. II e III).
Fin qui l' introduzione dell'Apologetico Tertullianeo. Con le idee
qui espresse si ha qualche riscontro nei capitoli 27, 28 e 31 dell'Ottavio,
a metà circa del discorso in difesa della nuova dottrina. Nel cap. 27
accenna Ottavio all'opera dei cattivi spiriti che insinuano l'odio contro
i Cristiani anche prima che siano conosciuti. Il capitolo seguente tocca la
procedura usata coi Cristiani, e Ottavio ricorda che anche egli prima,
credendo alle solite calunnie, usava le stesse arti diaboliche contro i
Cristiani. I demonii appunto ispirano quelle dicerie sciocche le quali,
se mai, hanno un fondo di verità per i pagani non per i Cristiani. La confu-
tazione di tali calunnie si estende per i capitoli 29 e 30 e una parte
del 31. Quest'ultimo poi si chiude con l'affermazione delle virtù cri-
stiane, la pudicizia, la temperanza, la serietà. L'aumentare del nostro
numero, dice, non è accusa di errore, ma testimonio di lode, e non è
meraviglia se noi ci riconosciamo al segno dell' innocenza e della mo-
destia, e se ci amiamo a vicenda chiamandoci fratelli. Ecco alcuni ri-
scontri verbali :
a) Tertall. Apolog. I princ. : « ... si
ad liane solam speciem auctoritas vestra
de iustitiae diligentia in publico aut
timet aut erubescit inquirere ".
b) Ibid. : « inauditam si damnent,
praeter invidiam iniquitatis etiara su-
spicionem merebuntur alicuius conscien-
tiae, nolentes audire quod auditumdam-
nare non possint ».
e) Ibid. : « Quod vere malum est, ne
ipsi quidem quos rapit defendere prò
bono audent. Orane raalum aut timore
aut pudore natura perfudit. Denique
malefici gestiunt latere, devitant appa-
rare, trepidant deprehensi, negant accu-
sati, ne torti quidem facile aut seraper
continentur, certe damnati maerent. Di-
nuraerant in seraetipsos raentis raalae
impetus, vel fato vel astris iraputant,
nolunt enim suum esse quia malum
agnoscunt. Christianus vero quid si-
mile? Neminem pudet, neminem pae-
Min. Oct. 31, 6: « ... nec in angulis
garruli (suraus) si audire nos publice
aut erubescitis aut timetis » (intendi:
non è vero che noi facciarao pettego-
lezzi di nascosto, se invece siete voi che,
pubblicamente rifiutate di darci ascolto
0 perchè arrossite o perchè temete di
farlo).
e. 27, 8: " sic occupant aniraos (ira-
puri spiritus) ... ut ante nos incipiant
homines odisse quam nosse, ne cognitos,
aut imitari possint, aut damnare non
possint ".
e. 28, 2: Anche noi, prima della
conversione, credevamo alle calunniose
voci sparse contro i Cristiani, e non ci
accorgevamo che eran tutte dicerie sen-
za fondamento ; " malum autem adeo
non esse, ut Christianus reus nec erii-
besceret nec timeret, et unum solum-
modo quod non ante fuerit paeniteret ».
— 147 —
nitet nisi piane retro non fuisse. Si
denotatur gloriatur, si accusatur non
defendit, interrogatus vel ultro confi-
tetur, damnatus gratias agit. Quid hoc
mali est quod naturalia mali non habet,
i:imorem, pudorem, tergiversationem,
paenitentiam, deplorationem? Quid? hoc
malum est cuius reus gaudet? cuius
accusatio votum est et poena felicitas ? »
Qui si osservi come a un cenno fuggevole di Minucio rispetto al
non essere un male il cristianesimo, corrisponde in Tertulliano tutta
una spiegazione psicologica della natura del male e del contegno dei
malvagi col quale si confronta quello dei Cristiani.
d) Apolog. e. II. Si critica la pro-
cedura usata coi Cristiani. Tra l'altro,
si dice : « Ceteris negantibus tormenta
adhibetis ad confitendum, solis Chri-
stianis ad negandum... Quo perversius
cum praesumatis de sceleribus nostris
ex nominis confessione, cogitis tormen-
iis de confessione decedere, ut negan-
tes nomen pariter utique negemus et
scelera... Sed, opinor non vultis nos
perire, quos pessimos creditis... Si non
ita agitis circa nos nocentes ergo nos
innocentissimos iudicatis cùm quasi in-
nocentissimos non vultis in ea con-
fessione perseverare, quam necessitate
non iustitia damriandam sciatis. Voci-
feratur homo: Christianus sura. Quod
est dicit; tu vis audire quod non est.
Veritatis extorquendae praesides de no-
bis solis mendacium elahoratis audire " .
Oct. 28,3: Noi prima della conver-
sione, mentre assumevamo la difesa di
sacrilegi e incestuosi e anche di parricidi,
« hos (i Cristiani) nec audiendos in tote
putabamus, nonnunquam etiam mise-
rantes eorum crudelius saeviebamus, ut
torqueremus confitentes ad negandum,
videlicet ne perirent, exercentes in hìs,
perversam quaesti onem non quae verum
erueret sed quae mendacium cogeret.
Et si qui infirmior malo pressus et
victus Christianum se negasset, fave-
bamus ei quasi, eierato nomine, iam
omnia facta sua tlla negatione pur-
garet ».
§ 2. — Delle calunnie ci' infanticidio e di cene incestuose.
Dopo avere nei capitoli IV, V e VI dell'Apologetico confutato il
pregiudizio che il Cristianesimo non fosse permesso dalle leggi romane,
facendo vedere come le leggi potessero essere benissimo mutate, e mu-
tate furono tante volte attraverso ai secoli, Tertulliano passa a con-
futare le calunnie lanciate contro i Cristiani, d' infanticidio e di cene
incestuose. Queste cose si dicono sempre, ma nessuno mai si cura d'in-
dagare se sono vere. La verità è odiata, e ha nemici da tutte le parti.
— 148 —
Chi ha mai visto a spargere sangue di bambini, e abbandonarsi, dopo
il pranzo e dopo fatti spegnere i lumi da cani lenones tenebrammo
a orgie incestuose? Se i nostri ritrovi son segreti, chi può rivelare quel
che vi si fa? non gli iniziati che hanno interesse a non si tradire;
non gli estranei, appunto perchè non penetrarono mai. È dunque tutto
opera della fama. E qui Tertulliano ha una bella pagina sulla natura
della fama o « si dice ». È antico il motto: fama maliim quo non
aliud velocius iillum (Virgilio). Perchè è un male la fama? perchè ve-
loce? 0 non anzi perchè essa è per lo più menzognera? anche quando
ha del vero, non è mai senza bugia, togliendo, aggiungendo, mutando
dal vero. Ed è di tal natura che non persiste a essere se non in
quanto mentisce, e vive solo fin quando non si arriva alla prova del
fatto vero. Quando si ha il fatto, cessa ogni « si dice « , e rimane la
notizia del fatto. La fama, nomen incerti, non ha più luogo dov' è
la certezza. Ora alla fama uom savio non deve credere. Si sa come na-
scono le dicerie. Hanno principio da qualcuno che è mosso o da ge-
losia 0 da dispetto o da mania di dir bugie; e poi passate di bocca
in orecchio, e via ripetute, nascondono sempre più la verità. Meno male,
che il tempo poi rivela ogni cosa, per felice disposizione della natura
per cui il vero si fa strada. Le accuse sono nient' altro che dicerie, ma
non hanno foudamento di verità. Si soggiunge che noi promettiamo la
vita eterna a chi uccide bambini e commette incesti. Ma anche se tu
credi a questo, dice Tertulliano, io chiedo se tu stimeresti tanto questa
eternità da arrivarci con simili infamie. Tu né vorresti farle queste
cose, né potresti; dunque perchè crederai che vogliano e possano farle
i Cristiani, che sono uomini come te? Si dirà che sono iniziati a tali
cerimonie quando non ne sanno ancor nulla ; ma in tal caso, una volta
conosciute tali infamie, non continuerebbero a parteciparvi, per la stessa
avversione che avrebbe impedito loro d' iniziarsi nel caso che ne fos-
sero informati.
Tale il contenuto dei capitoli VII e Vili dell'Apologetico. Vi cor-
rispondono i medesimi capitoli di Minucio già ricordati dal 28 al 31,
ove con le accuse d' infanticidio e di cene incestuose si confutano anche
quelle di adorazione d'una testa d'asino, o dei genitali di sacerdoti, o
di un uomo crocifisso, o della croce stessa. E siccome di queste accuse
si parla anche nel capitolo 9 dove Cecilie Natale le espone facendo
eco alla voce comune, così è da tener conto anche di questo capo per
taluni riscontri verbali :
149
a) Apolog. VII in. : « quod everso-
■res luminum canes, lenones scilicet te-
nebrarum, libidinum iinpiarum invere-
-cundiam procurent n.
Vili fin.: li candelabra et lucernae
et canes aliqui et o/fulae quae illos ad
^versionem luminum extendant «.
b) Id. Vili : « Veni, demerge ferrum
in infantem, nullius inimicum, nuUius
Teum, omnium filiura, vel ... tu modo
adsiste morienti homini antequam vi-
xit... excipe rudem sanguinem, eo pa-
nem tnum satia, vescere libenter
Nego te velie ; etiamsi volueris, nego te
■posse. Cur ergo alii possint si vos non
potestis?... qui ista credis de honiine
potes et facere ».
e) Id. VII: « Quis talia facinora cum
invenisset celavit?... Si semper latemus
quando proditum est quod admittiraus?
immo a quibus prodi potuitV
d) Ibid. : « Natura famae omnibus
nota est (v. il riassunto precedente)...
quae ne tunc quidem cum aliquid veri
uffert, sine mendacii vitio est Tam-
diu vivit quam diu non probat, siqui-
dem ubi probavit cessat esse et quasi
officio nuiiciandi functa rem tradit et
exinde ,res tenetur, res nominatur. Nec
quisquam dicit verbi gratia: 'hoc Ro-
mae aiunt factum ' aut : ' fama est il-
lum provinciam sortitum ', sed: ' sorti-
tus est ille provinciam', et: ' hoc fa-
ctum est Romae '. Fama, nomen incerti,
locum non liabet ubi certum est «.
Min. Oct. 9, 6 : « canis qui cande-
labro nexus est, iactu offulae ultra spa-
tium lineae qua vinctus est, ad impe-
tum et saltum provocatur. Sic everso
et exstincto conscio lumine impuden-
tibus tenebris etc. n.
Id. 30, 1 : « Illum velim convenire,
qui initiari nos dicit aut credit de caede
infantis et sanguine. Putas posse fieri,
ut tam molle corpus, tam parvulum
corpus fata vulnerum capiat? ut quis-
quam illum rudem sanguinem novelli
et vixdum hominis caedat, fundat,
exhauriatf nemo hoc potest credere
nisi qui possit audere ».
28, 2: " ... nec tanto tempore ali-
quem esistere qui proderet ».
28, 6: « nec tamen mirum, cum
omnium (quoniam, Vahlen) fama quae
semper insparsis mendaciis alitur, osten-
sa veritate consumitur ».
Anche qui si noti che il modo di esprimersi di Minucio intorno alla
fama non solo è conciso, ma chi legge q^mqW ostensa veniate consu-
milur, non lo intende se non quando lo confronta con la pagina di Ter-
tulliano, la quale può servire assai bene di commento.
150 —
§ 3. — Del doversi tali accuse ritorcere contro i Pagani.
I Cristiani non si contentavano di scagionarsi dalle accuse calun-
niose mosse loro, ma le ritorcevano contro gli avversari, facendo ve-
dere come essi, all'ombra della religione, molti infanticidi e incesti
davvero commettevano. Di ciò tratta il capitolo IX dell'Apologetico,^
da confrontarsi con alcuni passi dei capitoli 30 e 31 dell'Ottavio.
Ricordano entrambi i sacrifizi di bambini fatti in Africa in onor di
Saturno, divoratore dei propri figli :
a) Apolog. IX: « cum propriis filiis Od. 30, 3: « Saturnus filios suos-
Saturnus non pepercit, extraneis uti- non exposuit sed voravit ; merito ei in
que non parcendo perseverabat, quos nonnullis Africae partibus a parentibus
quidem ipsi parentes sui offerebant et infantes immolabantur, blanditiis et
libenterrespondebant,etinfantibus blan- osculo comprimente vagitum, ne flebilis
diebantur, ne lacrimantes immolaren- bestia immolaretur ».
turr).
Ma Tertulliano lia maggiori informazioni su questi sacrifizi d' infanti
in Affrica, durati ufficialmente fino al proconsolato di Tiberio, poi vie-
tati ma seguitati a praticare occultamente : et mine in occulto per-
severatur hoc sacrum facinus, perchè nessuna costumanza delittuosa
si può sradicare per sempre, né gli Dei mutano costume.
Oltre questo poi altri sacrifizi umani vanno imputati alla reli-
gione antica. Entrambi i nostri scrittori ricordano i sacrifizi umani fatti
in Gallia in onor di Mercurio, e nella Taurica (Minucio aggiunge anche,
da Cic. Rep., 8, 15, e da Livio, 22, 57, il ricordo di Busiride Egi-
ziano e di antichi riti romani), e l'uso ancor vigente di sacrificare con-
dannati a morte nelle feste di Giove Laziale. E all' infuori della religione,
rinfacciano entrambi agli avversari l'abitudine di esporre i bambini ap-
pena nati 0 ucciderli, o quello più tristo di spegnere la vita appena
iniziata nell'utero materno.
b) Apolog. IX: " conceptura utero Oct. 30, 2: « sunt quae in ipsis vi-
dum adhuc sanguis in hominem deli- sceribus medicaminibus epotis originera
batur, dissolvere non licet. Homicidii futuri hominis extinguant et parricidium
festinatio est prohibere nasci ; nec refert faciant antequam pariant ;> .
ratam quis eripiat animam an nascentem
disturbet ».
Quanto poi al bevere uman sangue, Tertulliano ricorda da Ero-
doto {est apud Herodotum, opinor) alleanze strettesi fra alcuni popoli
col ferirsi a sangue le braccia e bevere gli uni il sangue degli altri ;
- 151 —
ricorda poi Catilina, e alcune genti Scitiche divoratrici dei proprii morti,
e il rito dei sacerdoti di Bellona consistente nel ferirsi la coscia, rac-
cogliere il sangue nel cavo della mano e darlo a bere. Minucio, piìi con-
ciso, non menziona che la congiura di Catilina e Bellona con brevi
cènni. L'uno e l'altro poi fanno menzione dell'uso di dare a bere sangue
umano agli epilettici, ma Tertulliano solo adduce il particolare, che
si raccoglieva a tal fine il sangue scorrente dalle ferite dei delinquenti
sgozzati nell'arena.
In tutto ciò è strano il modo come Minucio mette questi ricordi
in relazione con la menzione fatta avanti delle cerimonie in onor di
Giove Laziale, dicendo (Gap. 30, 5) : ipsum credo docuisse san-
guinis foedere coniurare Catilinam et Bellonam sacrum suum, ecc. ;
quasi che proprio Giove Laziale abbia insegnato a Catilina e ai Bel-
lonari i lor sanguinosi usi; il che è del tutto fuor di proposito.
Infine, sempre intorno alle bibite di sangue, entrambi gli apologeti
ricordano l'avidità con che solevano alcuni acquistare, per cibarsene, la
carne delle bestie uccise nell'arena, dopo che queste s'erano empite le
viscere di membra umane. Ma Tertulliano è più ricco di particolari,
come è più immaginoso ed energico nell'espressione. Confrontisi:
e) Tertull. : « Item illi qui de barena Min. : « non dissimiles ei qui de ha-
ferinis obsoniis cenant, qui de apro qui rena feras devorant inlitas et infectas
de cervo petunt ?... Ipsorum ursorum cruore, vel membris horainum et viscere
alvei appetuntur cruditantes adhuc de saginatas ».
visceribus humanis... Ructatur proinde
ab honiine caro pasta de homine ".
Tertulliano aggiunge un cenno di que' tristi qui libidine fera hu-
manis membris inhiant, quia oivos vorant {^); ma poi tutte due op-
pongono alla perversità pagana l'astinenza cristiana.
d) Tertull. : « Christiani... ne ani- Min. : « nobis bomicidium nec vi-
malium quidem sanguinem in epulis dere fas nec audire, tantumque ab hu-
esculentis habemus, ... propterea suffo- mano sanguine cavemus, ut nec edulium
catìs quoque et morticinis abstineinus, pecorum in cibis sanguinem noveri-
ne quo modo sanguine contaminemur mus ».
vel intra viscera sepulto^».
Dopo di che, il solo Tertulliano ricorda l'uso di tentare i Cri-
stiani con dei botuli cruore distenti, o sanguinacci, mostrando l'as-
surdo di credere avidi di umano sangue costoro che essi sapevano aste-
nersi anche da quello di animali.
(1) Un'eco in Minucio, Oct., 28, 10. . qui medios viros lambunt, libidinoso
ore inguinibus inhaerescunt, homines malae linguae etiam si tacerent.
— 152 -
Venendo all'accusa di incesto con le madri e le sorelle, Tertulliano
e Miuucio, contrapponendo esempi pagani, ricordano entrambi che presso
i Persiani era lecito il connubio con la madre, e Tertulliano solo ne
adduce l'autorità di Ctesia. Poi divergono; perchè Minucio accenna ai
connubi con le sorelle leciti in Egitto e Atene; l'altro racconta dei
Macedoni che si misero a ridere udendo a recitare la tragedia Edipo,
al vedere tutto il cruccio del re Tebano per l'incesto con la madre,
presso loro comunissimo. Di miovo entrambi rilevano la facilità con
cui i pagani si macchiavano d' incesto, per la procreazione di molti
figliuoli illegittimi e l'usuale abbandono di essi, e anche dei legittimi,
alla misericordia altrui, sicché di poi l'amore con tali creature poteva
essere incosciamente incestuoso.
e) Tertull.: « filios e xponit i s snscì- Min.: " etiam nescientes, miseri, po-
piendos ab aliqua praetereunte miseri- testis in inlicita proruere, duna Vene-
cordia extranea vel adoptandos melio- rem promisce spargitis, dum passim li-
ribus parentibus emancipatis. Alienati beros seritis, dum etiam domi natos
generis necesse est quandoque memo- alienae misericordiae frequenter expo-
riam dissipari, et simul error, impegerit, nitis, necesse est in vestros recurrere,
exinde iam tradux proflciet incesti sei- in fllios inerrare ".
pente genere cum scelere. Tunc deinde
quocumque in loco, domi, peregre, trans
freta comes et libido, cuius ubique sal-
tus facile possunt alicubi ignnris filios
jiangere vel ex aliqua seminis portione,
ut ita sparsum genus per commercia
humana concurrat in memorias suas,
neque eas caecus incesti sanguinis agno-
scat ».
Nella diversa disposizione dei pensieri, pur si riconosce l'affinità
dei due scrittori, dei quali Tertulliano è più ricco e compiuto, aggiun-
gendo qui tra le ragioni di figliuoli dispersi anche l'adozione.
Alla corruttela pagana poi opponesi la continenza cristiana la quale
0 si contenta di legittimo matrimonio, o aspira anche alla verginità.
/) Tertull.: u quidam multo secu- Min.: u plerique inviolati corporis
riores totara vim huius erroris virgine virginitate perpetua fruuntur potius
continentia depellunt, sencs pueri ». quam gloriantur ».
Dove non isfugga l'esagerazione del plerique minuciano di fronte al-
l'espressione tertullianea più conforme al vero.
— 153 —
§ 4. — Gli Dei imgani erano in origine uomini.
Nei due capitoli X e XI dell'Apologetico, passa Tertulliaao a ra-
gionare di un'altra recriminazione fatta ai Cristiani, quella che non
venerassero gli Dei e non sacrificassero per gli imperatori ; onde erano
fatti rei di sacrilegio e di lesa maestà. Ora egli dice che i Cristiani
<;essarono dal prestar culto agli Dei pagani dacché conobbero che tali
Dei non esistevano ; e non esser giusto il punirli se non quando tale
esistenza fosse dimostrata. E questa convinzione soggiunge che i Cri-
stiani ricavavano dalle stesse testimonianze pagane, concordi nel lasciar
chiaramente vedere che i pretesi Dei non erano altro che uomini di-
vinizzati. Infatti se ne adducevano i luoghi di nascita, le regioni ove
avevano vissuto e lasciato tracce dell'opera loro, e si mostravano anche
i loro sepolcri. Serva d'esempio per tutti Saturno, cui gli scrittori come
Diodoro e Tallo fra i Greci, Cassio e Nepote fra i Latini attestarono
essere stato uomo. La qual cosa è comprovata anche da prove di fatto,
verificatesi sopratutto in Italia, ove egli fu accolto da Giano, ove il
monte che abitò fu chiamato Saturnio, la città che fondò ebbe pari-
mente nome Saturnia, e anzi tutta l' Italia dopo il nome di Enotria
ricevette quello di Saturnia. Da lui l'origine delle legali scritture e del
conio monetario, onde la sua presidenza dell'erario. Dunque era uomo,
e nato da uomini, non dal cielo e dalla terra. Ignorandosene la pa-
rentela, fu detto esser tìglio di quelli onde tutti possiamo esser figli,
chiamandosi per venerazione il Cielo e la Terra padre e madre, e figli
della .terra denominando il volgo quelli la cui parentela è incerta. Sa-
turno dunque era uomo; e lo stesso si può dir di Giove e di tutto
l'altro sciame di divinità pagane. Si dice che furono tutti divinizzati
dopo morte. Da chi? Bisogna vi fosse un altro Dio più sublime, ca-
pace di regalare la divinità, giacché da sé questi uomini non si po-
tevan certo crear Dei. Ma perchè il Dio Magno avrebbe donato la
divinità ad altri esseri ? Forse per esserne aiutato nel grande compito
di dirigere l'universo? Ma che bisogno vi poteva essere di ciò, se il
mondo o era ah aeterno, come volle Pitagora, o venne fatto da un
essere ragionevole, come disse Platone? Del resto questi uomini si lo-
dano per aver trovato le cose utili alla vita, ma non le hanno create,
perchè già c'erano. Si dirà egli che la divinizzazione fu un premio
alle loro virtù? Ma, a dir vero, anziché virtuosi, erano costoro pieni
di vizi e piuttosto da cacciar giù nel Tartaro che accogliere nel Cielo.
Ma mettiamo anche fossero buoni, o perchè allora non s' è dato lo
— 154
stesso premio a uomini lodatissimi come Socrate, Aristide, Temisto-
cle, ecc.?
Di tutta questa dimostrazione ragionata a fil di logica, Minucio
non ha nell'Ottavio che un punto solo, l'affermazione che i pretesi Dei
erano uomini. E questa si contiene nel cap. 21 del dialogo, il quale fa
seguito alla parte fisolofica del discorso di Ottavio e alla sentenza che
le favole mitologiche erano tutte finzioni poetiche, da spiegarsi secondo
la teoria di Evemero, della quale cita altri rappresentanti antichi come
Prodico, Perseo, lo stesso Alessandro il Macedone. Connettesi con tale
ordine di idee il ricordo di Saturno già uomo. E qui diversi riscontri :
a) TertnW. Apol.X: « Saturnum ita-
que, si quantum litterae docent, ncque
Diodorus Graecus aut Thallus neque
Cassius Severus aut Cornelius Nepos
neque ullus commentator eiusmodi anti-
quitatem aliud quam hominem promul-
gaverunt... ".
Min. Oct. 21, 3: « Saturnum enim...
omnes scriptores vetustatis Graeci Eo-
manique hominem prodiderunt. Scit hoc
Nepos et Cassius in historia; et Thal-
lus et Diodorus hoc loquuntur».
È questo il passo che all' Ebert (1868) e a' suoi seguaci parve e pare
dimostrativo della priorità di Minucio, per la ragione che il Cassius
Severus di Tertulliano in luogo del semplice Cassius (ossia Hemina)
è un errore, e per la presunzione che chi sbaglia copii. Se tale indu-
zione sia giusta, vedremo in seguito. Per ora notiamo solo che Ter-
tulliano aveva fatto lo stesso sbaglio in Ad Nationes, II, 12, scrivendo:
Legimus apud Cassium Severum, apud Cornelios Nepotem et Ta-
citum, ecc.
l) Tertull. ibid. : « ... in qua (Italia)
Saturnus post multas expeditiones post-
que Attica hospitia consedit, exceptus
a lane vel lane ut Salii volunt. Mons
quem incoluerat Saturnius dictus, ci-
vitasquam depalaverat Saturnia usque
nunc est, tota denique Italia post Oe-
notriam Saturnia cognominabatur. Ab
ipso primum tabulae et imagine signa-
tus nummus et inde aerario praesidet ".
e) u ... Si homo Saturnus utique ex
homine, et quia ab homine, non utique
de caelo et terra. Sed cuius parentes
ignoti erant facile erat eorum filium dici
quorum et omnes possumus videri. Quis
enim non caelum ac terram matrem ac
Min.: « Saturnus Creta profugus Ita-
liam metu filli saevientis accesserat et
lani susceptus hospitio rudes illos ho-
mines et agrestes multa docuit ut Grae-
culus et politus, litteras imprimere,
nummos signare, instrumenta conficere.
Itaque latebram suara, quod tuto la-
tuisset, vocari maluit Latium, et urbem
Saturniam idem de suo nomine ut la-
niculum lanus ad memoriam uterque
posteritatis reliquerunt ».
u ... Homo igitur utique qui fugit,
homo utique qui latuit, et pater ho-
minis et natus ex homine. Terrae enim
vel caeli filius {se. est dictus) quod
apud Italos esset ignotis parentibus pro-
ditus, ut in hodiernum inopinato visos
155 —
patrem venerationis et honoris gratia
appellet? vel ex consuetudine huniana,
qua ignoti vel ex inopinato adparentes
de caelo supervenisse dicuntur. Proinde
Saturno repentino utique caelitem con-
tigit dici; nam et terrae filios vulgus
vocat quorum genus inccrtum est ».
d) « Etiam lovem ostendenius tam
hominem quam ex homine, et deinceps
totum generis examen tam mortale quam
seminis sui par. »
e) «Nunc ego per singulosdecurram?
... Otiosum est etiam titulos persequi n.
f) « totum generis examen ... i-
caelo missos, ignobiles et ignotos terrae
filios nominamus'i.
« Eius filius luppiter Cretae excluso
parente regnavit, illic obiit, illic filios
habuit; adhuc antrum lovis visitur et
sepulcrum eius ostenditur et ipsis sa-
cris suis humanitatis arguitur ».
« ...Otiosum est ire per singulos ».
21, 4: « Saturnum principem huius
generis et examinis ».
Per la divinizzazione dopo morte, Miniicio ha considerazioni di-
verse dai ragionamenti di Tertulliano. Ricorda Romolo fatto Dio per
lo spergiuro di Procolo, e il re Giuba per il consenso dei Mauri ; fu-
rono consacrati Dei come si consacrano gli altri re, non per attestare
la divinità loro, ma per onorare la potestà che hanno esercitato in terra.
Queste stesse persone che si divinizzano, dice, non ne vorrebbero sapere,
e sebbene già vecchi declinano quell'onore. Rileva poi l'assurdo di far
Dei esseri già morti o nati destinati a morire. E perchè non nascono ora
pili Dei? Forse s' è fatto vecchio Giove o s' è esaurita Giunone? 0 non è
da dire- anzi che è cessata questa generazione perchè nessuno ci crede
più? E del resto se si creassero nuovi Dei, i quali di poi non potreb-
bero morire, s'avrebbero più Dei che uomini, da non poter essere più
contenuti né in cielo, né nell'aria, né sulla terra.
Tutte queste riflessioni di Minucio sono differenti da quelle che
f^ Tertulliano ; sicché in questo punto non vi possono essere riscontri (').
(') Però confronta :
Ad Nationes 1, XVII fine: « ... qui
deum Caesarera dicitis et deridetis di-
cendo quod non est, et raaledicitis quia
non vult esse quod dicitis. Mavult enim
vivere quam deus fieri.
Min. 21, 10: « Invitis hishoc nomen
adscribitur: optant in homine perseve-
rare, fieri se deos metuunt, etsi iam
senes mdunt ».
— 156
§ 5. — Degli idoli, delle irriverenti leggende intorno agli Dei,
degli scandali -pagani.
Nel capitolo XII Tertulliano passa a considerare che cosa sieno
effettivamente i supposti Dei pagani. E prima parla dei loro simulacri,
i quali son fatti di materia identica a quella dei vasi e strumenti co-
muni, 0 forse dai vasi medesimi artisticamente elaborati. Son dunque
Dei foggiati per mezzo di battiture, di raschiature, di arroventature ;
proprio il trattamento che si fa ai Cristiani, di che questi possono
avere qualche conforto. Se non che questi Dei non sentono i maltrat-
tamenti della loro fabbricazione, come non sentono gli ossequi dei
loro fedeli. Tali statue di morti, cui intendono solo gli uccelli e i
topi e i ragni, non è egli giusto non adorare? Come sembrerà che
offendiamo tali esseri, mentre siam certi che non esistono affatto?
Eiflessioni analoghe fa Minucio nei capitoli 23 e 24. Detto
delle favole mitologiche irriverenti e corrompitrici, nota che le im-
magini di tali Dei adora il volgo, più abbagliato dal fulgore dell'oro
e dell'argento che ispirato da fede vera; e richiama l'attenzione sul
fatto che tali simulacri sono formati dalla mano d'un artista, e se di
legno, forse reliquia di un rogo o di una forca; sono sospesi e lavo-
rati con l'accetta e la pialla, se d'oro o d'argento, magari tolto da
vaso immondo, sono pesti, liquefatti, contusi tra il martello e l'incu-
dine, ecc.
Ecco riscontri:
a) Tertull. Afol. XII: « reprehen-
do... materias sorores esse vasculorum
instrumentorumque communium ... vel
ex isdem vasculis et instrumentis... ».
h) « ... quasi fatum consecratione
mutantes ... ".
e) e Piane non sentiunt has iniurias
et contumelias fabricationis suae dei
vestii sicut nec obsequia ».
Min. 23, 12: ... deus aereus vel ar-
genteus de immundo vasculo, ut acci-
cipimus factum Aegyptio regi (Amasi,
Erodoto, II, 172) conflatur, tunditur
malleis et incudibus figuratur... ».
« ...nisi forte nondum deus saxum
est vel lignum vel argentum. Quando
igitur hic nascitur? ecce funditur, fa-
bricatur, sculpitur, nondum deus est;
ecce plumbatur construitur, erigitur,
nec adhuc deus est; ecce ornatur con-
secratur oratur, tunc postremo deus est,
cum homo illuni voluit et dedicavit».
" ... nec sentit (lapideus deus) suae
nativitatis iniuriam ita ut nec postea,
de vestra veneratione culturam ».
— 157 —
d) u Statuas ....milvi et mures et « ... Quam acute de diis vestrìs ani-
araneae intellegunt.... n. malia muta naturaliter iudicant! mures,
hirundines, milvi non sentire eos sciunt;
rodunt inculcant insident, ac, nisi abi-
gatis, in ipso dei vostri ore nidificant;
... araneae vero faciem eius intexunt et
de ipso capite sua fila suspendunt. Vos
tergetis raundatis eraditis et illos quos
facitis, protegitis et timetis ri.
Si noti qui la maggior quantità di particolari in Minucio, il clie
come deva spiegarsi diremo in seguito. Tertulliano invece è poi solo
nel notare (cap. XIII) che i pagani stessi prendono a gioco {illudttnt)
e offendono le loro divività, non riconoscendo tutti le stesse, e trat-
tando alcuni Dei come i Lari domestici con compre-vendite, pignora-
menti, incanti, tal quale s'usa per le case cui sono annessi, altre volte
tsasformando, poniamo, un Saturno in una pentola e una Minerva in
un mestolo.
P'i nuovo entrambi ricordano, di passata, le strane cerimonie del
culto pagano (Tertull. cap. XIV in., Min. cap. 24, 3) e rilevano
le invereconde leggende dai poeti ripetute intorno agli Dei, auspice
Omero, e l'aver gli Dei combattuto o pei Greci o pei Troiani, e Venere
ferita, e Marte incarcerato, e Giove liberato per opera di Briareo, ecc., ecc.
e) Tertull. : « Quanta invenio ludi-
bria! deos Inter se propter Troianos et
Achivos ut gladiatoram paria congres-
SOS depugnasse, Venerem huraana sa-
gitta sauciatam, quod filium suum Ae-
nean paene interfectum ab eodem Dio-
mede rapere vellet, Martem tredecim
niensibus in vinculis paene consumptum,
lovem ne eandem vim a ceteris caeli-
tibus experiretur, opera cuiusdam mon-
stri liberatum, et nunc flentem Sarpe-
donis casum, nunc foede subantera in
sororem sub commemoratione non ita
dilectarum iampridem amicarum ».
Min. 23, 3 : « hic enim (Homerus)
praecipuus bello Troico deos vestros,
etsi ludos facit, tamen in hominum re-
bus et actibus miscuit, hic eorum pa-
ria composuit, sauciavit Venerem, Mar-
tem vinxit vulneravit fugavit. lovem
narrat Briareo liberatum, ne a diis ce-
teris ligaretur, et Sarpedonem filium,
quoniam morti non poterat eripere,
cruentis imbribus flevisse, et loro Ve-
neris inlectum fiagrantius quara in adul-
teras soleat cum lunone uxore con-
cumbere » .
L'esempio d'Omero indusse altri poeti a irriverenti invenzioni:
f) tt Quis non poeta ex auctoritate
principis sui dedecorator invenitur Deo-
rumV Hic Apollinem Admeto regi pa-
scendis pecoribus addicit, ille Neptuni
structorias operas Laomedonti locat. Est
et ille de lyricis (Pindarum dico) qui
u ... Alibi Hercules stercora egerit,
et Apollo Admeto pecus pascit. Lao-
medonti vero muros Neptunus instituit
(forse: construit) nec mercedem operis
infelix structor accipit. Illic (Vulcanus,
aggiunge l'Ursinus) lovis fulmen cum
— 158 -
Aesculapium canit avaritiae merito, quia Aeiieae arinis in incude fabricatur, cum
avaritiam nocenter exercebat, fulmine caelum et fulmina et fulgura longe ante
iudicatum. Malus luppiter si fulmen il- fuerint quam luppiter in Creta nasce-
lius est, irapius in nepotem, invidus in retur ... ».
artificem » .
Dal contesto di Tertulliano apparirebbe ch'egli attribuisse le leggende
di Apollo pastore presso Admeto e di Posidone operaio al soldo di
Laomedonte ad altri poeti che ad Omero, mentre è noto che già in Omero
vi è un cenno di queste leggende (II. J5., 766 e (P 447). Ma forse
Tertulliano aveva in mente ulteriori elaborazioni di dette leggende forse
in drammi (ad es., per Apollo pastore, l'Alcestide d' Euripide), come
dopo fa espressa menzione di Pindaro. In Minucio invece tutte le ri-
cordate leggende par si attribuiscano ancora ad Omero, il che viene
a essere inesatto per il racconto di Ercole che scopa le stalle d'Augia,
in Omero non menzionato, e per il ricordo delle armi di Enea opera
di Vulcano, tolto da Virgilio non da Omero (').
In connessione col precedente argomento, Tertulliano ricordg, an-
cora le irriverenze contro gli Dei scritte dai filosofi, specie dai cinici
(tra cui pone Varrone, che chiama « il Cinico Komano " e a cui rim-
provera l'aver introdotto ter centos Joves sive Jupitros sine capìtibus),
e quelle peggiori contenute nei mimi (cap. XV) e nella letteratura
istrionica, aggravati dalla circostanza che gli istrioni spesso rappre-
sentano essi stessi la divinità, e, dice: vidimus aliquando castratum
Aitin, illum Deum ex Pessinunte, et qui vivus ardebat Herculem in-
duerat. Di tutto ciò nulla in Minueio. Invece di nuovo vanno di con-
serva nel rinfacciare al paganesimo i sacerdoti corrotti e corruttori.
g) Apol. XV: « ...in templis adul- Oct. 25, 10: dopo ricordati i molti
teria componi, inter aras lenocinia incesti delle Vestali, continua: «ubi
tractari, in ipsis plerumque aedituo- autem magis a sacerdotibus quam inter
rum et sacerdotum tabernaculis sub aras et delubra condicuntur stupra,
isdem vittis et apicibus et purpuris tractantur lenocinia, adulteria medi-
thme flagrante libidinem espungi... iK tanturf frequentius denique in aedi-
tuorum cellulis quam in ipsis lupana-
ribus flagrane libido defungitur ».
Si avverta nel latino di Minucio il meditantiir usato passivamente con
una ripetizione inutile di concetto dopo il condicuntur stupra ; si noti
(0 Salvo se V alibi di Minucio voglia interpretarsi: «presso altri autori».
Ma tale interpretazione ripugna al contesto, perchè poco di poi, ricordato ancora
l'adulterio di Marte e Venere, e i rapporti di Giove e Ganimede, soggiunge : quae
omnia in hoc (scil. Ilomero) prodita ut vitiis hominum quaedam auctoritas pa-
raretur.
— 159 —
pure l'esagerazione del frequentius quam in ipsis lupanaribus che guasta
il concetto espresso dal plerumque di Tertulliano; in terzo luogo si
avverta l'epiteto flagrans attribuito alla libido, in luogo del thure fla-
grante così significativo di Tertulliano. Infine quel defungitur, usato
assolutamente, e con soggetto di cosa in senso di « si sfoga " o in
quello passivo di ^ viene saziata » è tanto poco giustificato da altri
esempi di scrittori latini ('), che fa pensare a un errore del testo. Forse
in luogo di defungitur, va letto: expungitiir.
§ 6. — Dell' adorazione d'ima testa d'asino e del cullo della Croce.
Tertulliano dopo le cose dette, si dispone a venire alla parte po-
sitiva della sua Apologia, ma prima confuta ancora (cap. XVI) le dicerie
sparse sul conto de' Cristiani, che essi adorassero una testa d'asino e
avessero in venerazione la Croce. Quanto alla prima, ne attribuisce
l'origine a Tacito, che avendo narrato nel quinto delle Storie l'esodo
degli Ebrei dall'Egitto, e la sete patita nel deserto, e il fatto che una
fontana era stata indicata da alcuni asini selvatici, aveva soggiunto
che gli Ebrei grati a queste bestie del beneficio ricevuto avevano preso
a venerarle. Di poi la stessa cosa sarebbe stata attribuita ai Cristiani
come setta affine ai Giudei. Eppure, dice Tertulliano, lo stesso Tacito
narra bene che quando Pompeo presa Gerusalemme entrò nel tempio,
non vi trovò alcun simulacro. Piuttosto ai pagani possono i Cristiani
rinfacciare che i giumenti e gli asini intieri venerano insieme colla
dea Epona. Quest'ultimo punto, e solo questo, trovasi anche in Minucio
al cap., 28, 7, onde può riscontrarsi:
a) Tertall. i4;jo^ XVI: « Vos tanien Min. 28,7: « ... vos et totos asinos
non negabitis et iunienta omnia et totos in stabulis cum vestra [^vef] Epona con-
cantherios cum sua Épona coli & \nhis« secratis, et eosdem asinos cum Iside
(cfr. ad Nationes I, XI: « sane vos totos religiose decoratis ".
asinos colitis et cum sua Epona et
omnia iumenta et pecora et bestias quae
perinde cum suis praesepibus consecra-
tis »).
(>) Impersonalmente trovasi usato defangor in Iev.. Adelph., 507: utinam
hic sit modo defunctum, « purché la finisca qui » ; e con soggetto di cosa può
ricordarsi il harbiton defunctum hello di Orazio, C. 3, 2H, 3 « la lira ha finito le sue
battaglie d'amore ». Abbastanza frequente è il defungor usato assolutamente ma con
soggetto personale come in Ter. Phorm., 1022: cupio misera in hac re iam de-
funqier e in Ovid. Am.,2, 9, 24: me quoque qui toties merui sub amore puellae,
defunctum placide vivere tempus erat. Sempre defungi ha senso di « finire la
parte sua, esaurire il proprio mandato ".
- 160 -
Il ricordo degli asini nel culto d'Iside è solo minuciano, e sì
aggiunge ancora menzione di altri culti strani, come quello del bue
Api e di altre bestie venerate dagli Egiziani (forse dal De Nat. Deor.
di Cicerone 1, 82 e 8, 47).
Quanto al culto della Croce, osserva Tertulliano che anche i pa-
gani adorano i loro idoli di legno ; sarà dunque question di linee, ma
la materia è la stessa, sarà question di forma, ma è sempre il corpo
del creduto Dio. Del resto, dice, le immagini in forma di semplice palo-
delia Pallade Attica e della Cerere Farla, che gran differenza hanno
dal legno della croce? poiché ogni palo piantato verticalmente è una
parte della croce. Poi gli statuari, quando fabbricano un Dio, si ser-
vono d'uno scheletro ligneo a croce, tale in fondo essendo la figura
del corpo umano; e un sopporto di legno della stessa foggia usasi pure nei
trofei e nelle insegne militari. Minucio parla di ciò nel cap. 29, 6-8.
Ecco alcuni riscontri :
b) Tertull. : " Qui crucis nos reli-
giosos putat, consecraneus (= correli-
gionario) erit noster. Cum lignum ali-
quod propitiatur, viderit habitus duna
materiae qualitas cadem sit, viderit for-
ma dum id ipsum Dei corpus sit... Di-
xìraus originem deorum vestrorura a
plastis de cruce induci » (allusione a Ad
Nationes I, 12, dove la fabbricazione
degli idoli con uno scheletro ligneo a
forma di croce è ampiamente descritta).
" Sed et Victorias adoratis cum in tro-
paeis cruces intestina sint tropaeorum.
Eeligio Romanorum tota castrensis si-
gna veneratur... Omnes illi imaginum
suggestus in signis monilia crucum
sunt; siphara illa vexillorum et canta-
brorum stolae crucum sunt. Laudo dili-
gentiam. Noluistis incultas et nudas
cruces consecrare ».
e) Ad Nationes I, 12: « Si statueris
hominem manibus expansis, imaginem
crucis feceris ».
Min.: "Cruces... nec colimus nec
optamus. Vos sane qui ligneos deos
consecratis cruces ligneas ut deorum
vestrorum partes forsitan adoratis «.
u Nani et signa et cantabra et ve-
xilla castrorum quid, aliunt quam ìnau-
ratae cruces sunt et ornatae? tropaea
vestra victricia non tantum simplicis
crucis faciem' veruni et adfixi horainis-
imitantur " .
« Signum sane crucis naturaliter vi-
simus in navi cum velis tumentibus
vehitur, cum expansis palmulis labitur;
et, cum erigitur iugum, crucis signum
est, et cum homo porrectis manibus
deum pura mente veneratur ».
Tertulliaiio poi parla ancora della venerazione del Sole attribuita
da alcuni ai Cristiani per l'uso loro di pregare rivolti ad Oriente. Ma
anche questo, dice, non è rimprovero che si possa fare ai Cristiani^
— 161 -
praticando anche i pagani la preghiera al levar del sole. E se i Cri-
stiani fanno festa il giorno del sole (la domenica), fanno ciò per ben
altra causa che la religione del sole : pure i pagani nel di di Saturno
(il sabato) si davano all'ozio e al mangiare, scimiottando, a sproposito,
i Giudei. Di ciò nulla in Minucio.
Infine nell'Apologetico ricordasi la pittura da un miserabile mu-
lattiere messa in pubblico, a Roma, rappresentante una figura umana
con orecchie d'asino, e l'un dei due piedi ungulato, vestito di toga e
con un libro in mano, appostavi la iscrizione: Deus Christianorum
òvoxoitjrrjg. Era un Giudeo l'autore di questo indecente scherzo (ad
Nat. 1, 14); e la gente ci credette e per tutta la città scorreva sulle
bocche queir Omcoeles. Ma di tali mostri, soggiunge, venerausi più
fra i pagani che tra cristiani; che essi hanno accolto tra i loro Dei
esseri con testa di cane e di leone, e corna di capri e d'ariete, e
ci)da di serpenti, alati le spalle o i piedi. Un fuggevole ricordo di
tali mostri è anche in Minucio, che del resto si tace :
d) Tertull. : « UH debebant adorare Min. 28, 7 : « item boum capita et
statim biforme iiumeii, quia et canino capita vervecum et immolatis et colitis,
et leonino capite commixtos, et de ca- de capro etiam et de homine mixtos
prò et de ariete cornutos, et a lumbis Deo^ et leonum et canum vultu deos
hircos et a cruribus serpentes et pianta dedicatis ».
vel tergo alites deos receperunt " .
Solo è invece Minucio a scagionare i Cristiani dell'accusa di ado-
rare sacerdotis virilia; alla quale occasione ritorce contro gli avver-
sari la taccia di impudicizia, ricordando le licenze sessuali onde quei
cinedi si disonoravano.
§ 7. — Del Dio unico e vero.
Ma venendo ornai alla parte positiva della dottrina, Tertulliano
nel cap. XVII della sua opera celebra il Dio unico, creatore del cosmo,
invisibile sebben si veda, incomprensibile sebbene in via di grazia di-
venga presente, inestimabile sebbene coll'umano sentimento si stimi.
E in quanto si vede, si comprende, si stima, Egli è minore dei
nostri occhi, delle nostre mani, dei nostri sensi; ma in quanto im-
menso, a sé solo è noto. Cosi la sua stessa grandezza lo rende noto e
ignoto insieme a noi. Ecco appunto il gran delitto, consistente nel
non voler riconoscere Dio, mentre non si può ignorare. Non lo atte-
stano le sue opere? non lo attesta la stessa anima? la quale sebbene
Sezione VII. — Storia della Filosofìa. H
— 162 -
incarcerata nel corpo, svigorita dalla concupiscenza, fatta ancella di
falsi Dei, pure quando rientra in sé e sente la sua sanità naturale,
esce fuori in esclamazioni, quali: « Dio buono e grande! ",6: « ci
sia propizio Iddio ! « , e : « Dio vede " , e : « a Dio ti raccomando « e
simili ; e queste cose, esclama, non rivolta al Campidoglio, ma al Cielo,
sede naturale del Dio vivo. In Minucio la parte positiva del discorso,
per quel che riguarda la filosofia o teologia razionale, precede la parte
polemica o negativa. Del Dio unico parla Ottavio in principio del suo
discorso, e nel cap. 18, 7 trovansi diversi luoghi paralleli a passi di
Tertulliano. Eccoli:
Min.: « qui (Deus) universa quae-
curaque sunt verbo iubet, ratione dis-
pensai, virtute consummat ».
a) Tertull.: «... deus... totam molem
istam ... verbo quo iussit, ratione qua
disposuit, virtute qua potuit de nihilo
expressit " .
Per il dispensare in confronto col
disponere, vedi Cic. Orat. 1, 31 : inventa
non solum ordine sed etiam momento
quodam atque iudicio dispensare atque
disponere.
b) « Invisibilis est ... incomprehensi-
bilis... inaestiraabilis ".
e) « ... quod immensum est, soli sibi
notus est ».
d) « Anima... cum sanitatem suam
patitur, deum noininat... 'Deus bonus
et raagnus ' et ' quod Deus dederit '
omnium vox est. ludicem quoque con-
testatur illum ' Deus videt ' et ' Deo
commendo, et ' Deus mihi reddet '. 0
testimonium aniraae naturaliter Chri-
stianae! Denique pronuntians haec non
ad Capitolium sed ad caelum respicit».
Su questo tema dell'anima naturalmente cristiana è noto che Ter-
tulliano scrisse più tardi un opuscoletto a parte intitolato appunto
De testimonio animae, dove le stesse idee sono esposte con maggiore
ampiezza ed efficacia.
S 8. — Fonti letterarie del Cristianesimo — Cristo Dio e uomo.
18, 8: « hic non videri potest... nec
comprendi potest... nec aestimari ».
" Immensus et soli sibi tantus quan-
tus est notus ».
« Audio vulgus; cum ad caelum ma-
nus tendunt, nihii aliud quam ' o Deus '
dicunt et ' Deus magnus est ' et * Deus
verus est ' et ' si Deus dederit '. Vulgi
iste naturalis senno est an Christiani
confidentis oratio ? »
I capitoli XVIII e XIX dell'Apologetico sono importanti per le
indicazioni delle fonti letterarie della dottrina cristiana. Ricordati i
primi storici ispirati dall'Ebraismo e i profeti e i libri ebraici tradotti
— 163 —
in greco dai Settandiie per suggerimento di Demetrio Falereo al tempo
di Tolomeo Filadelfo (P metà del 3° sec. av. C), ricordata l'antichità
dei primi scrittori ebraici molto maggiore di qualsiasi memoria greca,
e fatto anche un cenno di altre fonti storiche greche, egiziane, caldee,
fenicie fino a Giuseppe Ebreo, notata la concordia e completezza delle
profezie che prenunziarono gli avvenimenti secondo verità, e hanno
acquistata autorità sicura anche per le cose ancora da venire (cap. XX),
Tertulliano espone nel cap. XXI la dottrina di Cristo uomo e Dio.
La teoria della Trinità divina in unità di sostanza è qui già chiara-
mente formolata, e confermasi l' idea del Xóyog, o parola o ragion
divina artefice dell'universo, con testimonianze di antichi filosofi. Poi
si riassume la storia di Gesù e ricordasi la divulgazione della dot-
trina di lui fatta dagli Apostoli, fino alla persecuzione neroniana. Ecco
dunque, conchiude, qual' è la nostra fede, che noi sosteniamo anche
fra i tormenti : Dewn colimus per Christum. Cristo è uomo ma in
lui e per lui Dio vuol essere riconosciuto e adorato.
Di questa, che è la sostanza del Cristianesimo, Minucio tace
affatto; non nomina neppur Cristo, pur parlando a ogni pie sospinto
de' Cristiani. È questo il lato debole dell'Ottavio. Solo in un punto
avvi una non chiara allusione alle dottrine dell'uomo-Dio, cap. 29, 2,
ove per iscagionare i correligionari dall'accusa di venerare un delin-
quente dice : " molto siete lungi dal vero, se ritenete si creda da noi
deum aut mentisse noxium aut potuisse terrenum, che un Dio o si
rendesse colpevole da meritar supplizio o potesse come cosa terrena
subirlo " ; parole non abbastanza chiare nel testo latino, e che diedero
luogo, a ben disparate interpretazioni. Minucio in questo luogo è rimasto
inferiore a sé stesso, né s'avvide come questa dottrina fondamentale
meritava più ampio svolgimento in una difesa del resto eloquente e
sentita della nuova religione.
§ 9. — Dell'esistenza degli spiriti, buoni e cattivi.
Continuando Tertulliano la esposizione sua, nei capitoli XXII-XXIV
parla dell'esistenza di sostanze spirituali, esistenza ammessa già dai
filosofi e poeti antichi come dal volgo; e, ricordata la caduta di al-
cuni angeli e l'origine dei demoni, parla dell'opera di costoro tutta
rivolta a dannar l'uomo; son essi che eccitano le più strane passioni
e pazzi capricci e corruttele dell'anima; son essi che ingenerano la
fede negli Dei falsi e bugiardi, e, colla loro rapidità di movimenti e
— 104 —
parziale notizia del vero anche futuro, ispirano oracoli e vati, e in tutto
contribuiscono a ingenerare inganni e deviar la mente dal vero Dio.
I miracoli dei maghi son da loro ; da loro spesso i sogni e ogni specie
di divinazione. La più bella prova di ciò, dice Tertulliano, è questa
che se uno invaso da un demone si trovi in faccia a un Cristiano, e
questi dia ordine al demone di parlare, quegli senz'altro si confesserà
quel che è; e così pure quelli che son creduti invasi da un Dio, in
presenza d'un cristiano confessano di essere nient' altro che demoni. Il
nome di Cristo basta ad atterrire questi esseri ; una prova di più che
il nostro è l'unico Dio e vero, e che non esistono gli Dei pagani. Sic-
ché si vede quanto poca regga l'accusa di lesa religione romana, mentre
di vera irreligiosità si macchiano gli avversari coll'adorare i falsi Dei,
e diversi nelle diverse regioni, e altresì coli' impedire a noi il culto
del vero Dio.
Tali pensieri trovansi su per giù anche in Minucio. Cominciando
dal cap. 26, 7, Ottavio discorre degli spiriti mali, degradati dalla
loro primiera innocenza e tutti intenti a perdere anche gli altri. Tale
discorso continua pel rimanente del cap. 26 e per tutto il seguente^
offrendo vari luoghi paralleli a Tertulliano.
a) Tertull. Apolog. XXII: « Sciunt Min. 26, 9: « eos spiritus daemones
daeraones philosophi, Socrate ipso ad esse poetae sciunt, philosophi disserunt,
daeraonii arbitriumexspectante. Quidni? Socrates novit, c{và ad nutum et urbi-
cum et ipsi daemonium a pueriti'a adhae- trlum adsidentis sibi daemonis vel de-
sisse dicatur, dehortatorium piane a bo- clinabat negotia vel petebat ».
no. Omnes sciunt poetae ii,
II demonio socratico è da Tertulliano giustamente detto dehortatorium
a bono ; meno esattamente Minucio gli attribuisce efficacia e positiva
e negativa contro la nota verità storica.
b) « Quid ergo de ceteris ingeniis Min. 27, 4 : « de ipsis (daemoni-
vel etiam viribus fallaciae spiritalis e- bus) etiam illa quae panilo ante tibi
disseram? phantasmata Castorum, et dieta sunt, ut luppiter ludos repeteret
aquam cribro gestatara, et navem e in- ex soranio, ut cum equis Castores vi-
glilo promotam, et barbara tactu inru- derentur, ut cingulum matronae navi-
fatam, ut numina lapides crederentur cula sequeretur n (cfr. e. 7, 3).
et deus verus non quaereretur ? »
Tali esempi di miracoli erano conosciuti volgarmente dai libri relativi
all'arte divinatoria, e in riassunti dottrinali non fa meraviglia di veder
citati or gli uni or gli altri.
165
e) TertuU.: « lussus a quolibet chri-
stiano loquì spiritus ille tam se daerao-
nem confitebitur de vero quam alibi
•dominum de falso n.
d) "Aeque producatur aliquis ex bis
■qui de deo pati existimantur ... Ista
ipsa Virgo caelestis pluviarum pollici-
tatrix, ipse iste Aesculapius medicina-
rum demonstrator... nisi se daemones
confessi fuerint Christiano mentiri non
audentes etc. ... ».
e) « ...vobis praesentibus erubescen-
ies. Credite illis, cura verum de se lo-
quuntur, qui mentientibus creditis. Ne-
mo ad suum dedecus mentitur, quin
potius ad honorem ".
/") " ... de corporibus nostro imperio
•excedunt inviti et dolentes ».
.... sciunt pleraque pars vestrum ipsos
daemonas de se met ipsis confiteri,
quotiens a nobis tormentis verborum
et orationis incendiis de corporibus
exiguntur » .
« Ipse Saturnus et Serapis et lup-
piter... vieti dolore quod sunt eloquun-
tur ... ».
« ... nec utique in turpitudinem sui,
nonnullis praesertim vestrum adsisten-
tibus mentiuntur. Ipsis testibus esse
eos daemonas credite fassis ».
" ... adiurati per deum verura et so-
luni inviti miseri corporibus inhorre-
scunt et... exsiliunt ».
Un altro riscontro ancora notasi volgendo l'occhio al cap. XXVII di
Tertulliano ove si riprende il discorso degli angeli e dei demoni.
« Inserti mentibus imperitorum o-
dium nostri serunt occulte per timorem ;
naturale enira est et odisse quem ti-
meas et quem oderis infestare si possis ».
g) « Licet subiecta sit nobis tota vis
daemonum et eiusmodi spirituum, ut
nequam tamen servi metu nonnunquam
contumaciam miscent, et laedere ge-
stiunt quos alias vereiitur. Odium enim
etiam timor spirat ».
In Tertulliano sono i demoni clie temendo i Cristiani, appunto per ciò
cercano di offenderli, perchè il timore partorisce odio. In Minucio si
fa che i demoni insinuino nei pagani l'odio contro i Cristiani per mezzo
del timore. Ma ciò, si noti, è meno naturale, perchè i pagani non ave-
vano nessuna ragione di temere i Cristiani. Li odiavano invece senza
conoscere la loro dottrina; ma ciò non ha a che fare col timore. Non
a proposito dunque Minucio fece sua quest'osservazione psicologica del-
l'odio tìglio del timore.
Infine a riguardo della varietà politeistica, nel cap. XXIV Ter-
tulliano ricorda le bestie venerate in Egitto ; e qui è da fare un raf-
fronto con Minucio cap. 28, 8.
h) Tertull. XXIV: « Aegyptiis per- Min.: « nec eorum (Aegyptiorum)
missa est tam vanae superstitionis pò- sacra damnatis instituta serpentibus,
testas avibus et bestiis consecrandis et crocodilis, belluis ceteris et avibus et
capite damnandis qui aliquem huius- piscibus, quorum aliquem deum si quis
modi deum occiderint^. occiderit etiam capite punitur ».
— 166 —
_^ 10. — Se Roma dovesse 'pro'prio la sua grandezza
alla religione tradizionale.
Una delle ragioni che i pagani opponevano più frequentemente-
alle censure dei loro Dei fatte dai seguaci del Cristo, era questa ch&
a buon conto Roma doveva la sua grandezza alla religiosità tradizio-
nale e al rispetto degli Dei e delle cerimonie istituite in loro onore.
Di questa idea appunto si fa interprete Cecilio Natale presso Minucio
nel suo discorso in difesa del paganesimo, capitoli 6 e 7. I Cristiani
dovettero ribattere queste ragioni, mostrando che Roma se era grande
non doveva nulla ai falsi Dei. Tertulliano svolge questo punto nel ca-
pitolo XXV dell'Apologetico. Con ironia comincia a chiedere se Dei
quali Stercolo e Mutuno e Larentina hanno potuto promuovere l'im-
perio; poiché, dice, non è da supporre che Dei forestieri, come la Gran
Madre, favorissero Roma, a detrimento dei loro fedeli indigeni. Del
resto, soggiunge, molti Dei romani furono prima re ; da chi ebbero la
podestà regia? Forse da qualche Stercolo. E il potere di Roma già
era, molto prima che si costituisse il culto ufficiale, e che di idoli
greci ed etruschi fosse inondata la città. Ma poi tutta la storia ro-
mana è prova di irreligiosità piuttostochè di religiosità. Guerre e
conquiste di città come si fanno senza ingiuria agli Dei, senza distru-
zione di templi e stragi di cittadini e di sacerdoti, e rapine di ric-
chezze sacre e profane? E come può essere che gli Dei delle città
vinte tollerino poi d'essere adorati dai conquistatori? Non possono dunque
essersi fatti grandi per merito della religione quelli che crebbero col-
l'offenderla o crescendo l'offesero.
Anche Ottavio in Minucio, cap. 25, svolge questi pensieri, ricor-
dando le scelleratezze compiute da Romolo in poi, e mostrando la im-
probabilità che i Romani siano stati aiutati dai loro Dei vernacoli come
Quirino, Pico, Tiberino, Conso, Pilunno, Volunno, Cloacina, il Favor
e il Pallor, la Febbre, Acca Laurenzia e Flora ; tanto meno li aiuta-
rono gli Dei forestieri come Marte Tracio, Giove Cretese, Giunone o
Argiva 0 Samia o Punica che dir si voglia. Diana Taurica, la madre
Idea, 0 le non divinità ma mostruosità egiziane, (ricordi attinti a Ci-
cerone e Seneca, v. ediz. Waltzing, pag. 185). Ecco qualche riscontro
con Tertulliano:
a) Tertull.: «Tot igitur sacrilegia Min. 25,6: « totiens ergo Romanis
Eomanorum quot tropaea, tot de deis impiatum est quotiens triumphatum,
quot de gentibus triumphi, tot manu- tot de diis spolia quot de gentibus et
biae quot manent adhuc simulacra capti- tropaea ».
vorum Deorum ».
- 167
b) « Omne regnum vel imperiuin
bellis quaeritur et victoriis propagatur.
Porro bella et victoriae captis et eversis
plurimum urbibus Constant. Id nego-
tium sine deorum iniiiria non est. Eadem
strages moenium et templorum pares
caedes civium et sacerdotum, nec dissi-
miles rapinae sacrarum divitiarum et
profanarum ».
e) Tertull. e. XXVI : « Videte igitur
ne ille regna dispenset cuius est et orbis
qui regnatur et homo ipse qui regnat...
Regnaverunt et Babylonii ante ponti-
fices et Medi ante XVviros et Aegyptii
ante Salios et Assyrii ante Lupercus,
et Amazones ante Virgines Vestales ".
« ... civitates proximas evertere cum
templis et altaribus ... disciplina com-
raunis est. Ita quicquid Romani tenent
colunt possidenti audaciae praeda est:
tempia omnia de manubiis, i. e. de
ruinis urbium, de spoliis deorum, de
caedibus sacerdotum. Hoc insultare et
inludere est.... adorare quae manu ce-
peris, sacrilegium est consecrare non
numina ».
Min. 25, 12: « ante eos (Romanos)
deo dispensante diu regna tenuerunt
Assyrii, Medi, Persae, Graeci etiam et
Aegyptii, cura pontifices et arvales et
salios et vestales et augures non ha-
berent nec puUos caveas reclusos quo-
rum cibo vel fastidio reip. summa re-
geretur ».
.i^ 11.
Bel culto verso gì' Imperatori.
Per non volere i Cristiani sacrificare agli idoli, erano tacciati sì
di irreligiosità, ma non potevano essere processati per questo, essendo
ciascuno libero di avere, come gli piaccia, favorevoli o sfavorevoli gli
Dei. Formale accusa invece si moveva loro per non volere sacrificare
in onore dell' imperatore divinizzato, e chiamavan questo lesa maestà.
Di ciò parla Tertulliano nel cap. XXVIII. La cosasi capisce, dic'egli;
voi avete più paura e usate furbescamente più riguardi a Cesare che
a Giove stesso in Cielo. In fondo avete ragione; perchè un vivo vai
più d'un morto. Ma commettete voi in questo colpa d'irreligiosità,
dando la preferenza a una dominazione umana; e più presto si sper-
giura da voi per tutti gli Dei che per il solo genio di Cesare.
A questo punto è a notare una lieve somiglianza col discorso di
Ottavio presso Minucio, là dove rimprovera i pagani del prestar culto
divino ad un uomo, e dell' invocare un nume che non e' è ; pure, dice,
è per loro più sicuro spergiurare per il genio di Giove che per quello
del re.
a) Tertull. e. XXVIII: « citius de-
nique apud vos per omnes Deos quam
per unum genium Caesaris peieratur ».
Min. 29, 5: « et est eis tutius per
lovis genium peierare quam regis ».
— 168 —
«^ 12. — Delle "preghiere cristiane e dei rapporti fra Cristiani.
Segue in Tertulliano un gruppo di capitoli bellissimi, dal XXIX
al XXXIV, in cui con calorosa eloquenza si fa vedere quanto più
onesti ed efficaci voti facessero i Cristiani pregando per la salute del-
l' imperatore il Dio uno e vero, e a chi solo può dare chiedendo per
lui lunga vita, securo imperio, casa tranquilla, forte esercito, senato
fedele, popolo probo, mondo quieto; e ciò non con apparati di culto
esterno, ma con sincerità d'anima e innocenza di vita (cap. XXX).
I Cristiani, dice, hanno imparato dal loro Maestro a pregare anche per
i nemici e i persecutori (cap. XXXI); e nel far voti per la diutur-
nità dell'impero, sanno di ritardare quel cataclisma che minaccia al-
l'orbe universo la fine (cap. XXXII). Ma non possono chiamare Dio
r imperatore senza derisione di lui e ingiuria al vero Dio (cap. XXXIII
e XXXIV). Perchè dunque saranno qualificati come «nemici pubblici»?
Forse perchè si astengono dalle licenziose feste pubbliche celebrate a
solennizzare qualche lieto avvenimento della casa imperiale? A buon
conto, non dai Cristiani, ma dal novero dei Komani escono e i Cassii
e i Nigri e gli Albini, cioè i ribelli all'autorità imperiale; i quali
pure avevan preso manifesta parte alla feste pubbliche e ai pubblici
voti per la salvezza dell' imperatore (cap. XXXV). La vera sudditanza
e fede dovuta all'autorità sta nei buoni costumi e nei rapporti d'onestà
quali noi Cristiani serbiamo con tutti (cap. XXXVI). Amando noi i
nostri nemici, chi possiamo ancora odiare ? Inibita a noi la vendetta,
chi possiamo offendere? Quando mai i Cristiani pensarono a vendi-
carsi neppure del volgo che li malmenava, non rispettando nemmeno
i morti? Eppur quanto facimente avrebber potuto preparare le loro
vendette in segreto, o anche dichiarare aperta guerra, tanto numerosi
essi già sono in tutte le città, nelle isole, nei municipi, nei campi
militari, nel senato stesso e a corte ! Potevano anche senz'armi pugnare,
ritirandosi in qualche angolo remoto del mondo e lasciando dietro sé
una spaventosa solitudine. Eppure ci avete chiamati « nemici del ge-
nere umano», anziché « dell'errore umano » ! (cap. XXXVII). Che ra-
gion vi era di non considerare la nostra setta come una faciio licita,
dal momento che non facciamo nulla che turbi la società, e produca
divisioni, attriti, violenze? Una repubblica sola noi riconosciamo, il
mondo. Ai vostri spettacoli rinunziamo, perchè ne conosciamo l'origine
dalla falsa religione. In che v'offendiamo, se abbiamo altri gusti e
piaceri? (cap. XXXVIII). L'unità della fede e della speranza ci unisce
— 169 —
€ ci atfratella. Ci aduniamo a pregare e a leggere i libri santi; ivi
ci esortiamo a far bene, e ci rimproveriamo se manchiamo ai nostri
doveri. Si contribuisce un tanto al mese per alimentare i poveri e so-
stenere le spese delle sepolture e dei derelitti. Il nostro mutuo amore
dà noia agli avversai'!, perchè essi si odiano, noi siamo pronti a mo-
rire l'un per l'altro, quelli ad uccidersi l'un l'altro. Ci riconosciamo
fratelli, perchè abbiamo lo stesso padre Iddio, e come si mescolano le
nostre anime, così mettiamo in comune le sostanze. Tutto è da noi
accomunato, salvo le mogli. Le nostre cene sono parche e denominate
con parola significante « amore », e lì si prega prima di mangiare come
dopo, e si canta, chi sa farlo, in onor di Dio. Che male e' è, o a chi
torna di danno tutto ciò, da parlare di factio illicita ì (cap. XXXIX).
A questo punto, il dialogo di Minucio offre qualche possibilità di
riscontro con l'Apologetico. Giacché, dopo confutata l'accusa di cene
incestuose, Ottavio nel suo discorso prende subito a celebrare l' inno-
cenza dei costumi cristiani, e qua e là il suo pensiero corre parallelo
a quel di Tertulliano.
a) TertuU. e. XXXIX, fin.: « haec
coitio Christianoruin merito damnanda
si quis do ea queritur eo titillo quo de
factionibus querela est. In cuius perni-
^ieni aliquando conveninius? Hoc su-
mus congregati quod et dispersi, hoc
universi quod et singuli, neniinem lao-
dentes, neniinera contristautes ».
b) « Sed eiusmodi vcl maxime dile-
■ctionis ©peratio notam nobis inurit pe-
nes quosJam. Vide, iuquiunt, ut invicem
se dilie^ant; ipsi onim invicem oderunt;
■et ut prò alterutro mori sint parati;
ipsi enim ad occidendum alterutrum pa-
ratiores erunt. Sed et quod fratres nos
vocamus, non alias opinor, insaniunt
quain quod apud ipsos (mine sanguinis
nomen de affectione simulatum est. Fra-
tres autem etiam vestri suraus... at
quanto dignius fratres et dicuntur et
habentur qui unum patrem Deum agno-
verunt, qui unum spiritum biberunt san-
ctitatis, qui de uno utero ignorantiae
eiusdem ad unam lucem exspiraverunt
veritatis ».
Min. 31,6: « ... nec factiosì (cosi
l'Herald; il cod. ha: 'fastidiosi') su-
mus, si omnes unum bonura sapimus
eadem congregati quiete qua singuli...».
u .... sic mutuo, quod doletis amore
diligimus, quoniam odisse non novimus,
sic nos, quod invidetis, fratres vocamus,
ut unius dei ]iarentis homines, ut con-
sortes fidei, ut spei coheredes. Vos enim
nec invicem adgnoscitis, et in mutua
odia saevitis, nec fratres vos nisi sane
ad parricidium recognoscitis ».
— 170 —
Altri riscontri parziali:
e) Tertull. e. XXX: « ei CDeo) offero
opimam et maiorem hostiam ... oratio-
nem de carne pudica, de anima inno-
centi, de spirita sanato profectam ».
d) Tertull. e. XXXVIII : « Aeque spe-
ctaculis vestris in tantum renuntiamus
in quantum originibus eorum, quas sci-
mus de superstitione conceptas, cum et
ipsis rebus de quibus transiguntur /irae-
tersumus. Nihil est nobis dictu, visu,
auditu cum insania circi, cum impudi-
citia theatri, cum atrocìtate arenae, cura
xysti vanitate ".
Min. 32, 3: « qui innocentiam colit
Deo supplicat, qui iustitiam Deo libat...
qui hominem periculo subripit, opimam
(il cod. ha optimam) victimam caedit ».
Id. 37, 11 : « nos... merito malis vo-
luptatibus et pompis et spectaculis ve-
stris abstinemus, quorum et de sacris
originem novimus, et noxia blandimenta
damnamus. Nam in ludis circensibus
(cosi leggo io, il cod. ha: currulibus)
quis non horreat populi in se rixantis
insaniam ? in gladiatoriis homicidii di-
sciplinami? in scenicis etiam non minor
furor et turpitudo prolixior; nunc enim
mimus vel exponit adulteria vel mon-
strat, nunc enervis histrio amorem dum
fingit infigit ».
§ 13. — Bei disastri pubblici non imputabili ai Cristiani
e della loro innocenza di vita.
I capitoli XL e XLI dell'Apologetico contengono la confutazione
dell'accusa che delle pubbliche calamità fossero causa i Cristiani, come
s'andava già fin d'allora vociferando, e si seguitò a dire per molte ge-
nerazioni. Tertulliano ricorda molti cataclismi, isole scomparse, terre-
moti e maremoti, e il diluvio, e l' incendio di Sodoma e Gomorra, di-
sastri avvenuti tutti avanti al Cristianesimo. E col distruggersi dell»
città, dice, si distruggevano anche i templi degli Dei; prova che non
veniva da loro ciò che anche a loro accadeva. Bensì il Dio unico e
vero non poteva essere propizio a chi ne disconosceva i favori. Del
resto, i mali ora sono minori di prima, e ciò è dovuto alle preghiere
dei Cristiani che disarmano l' ira divina. Che se il nostro Dio per-
mette i disastri anche a danno de' suoi cultori, ciò non ci stupisce nò
sgomenta, aspirando noi a vita più alta e migliore. Di tutto questo in
Minucio non v' è parola.
Altro titolo d' ingiurie contro i Cristiani era il ritenerli alieni
dagli affari e disutili al commercio locale. Tertulliano dedicò a questa
argomento i capitoli XLII e XLIII, dove fa vedere l' insussistenza di
questo rimprovero. Vivevano bene i Cristiani come gli altri, serven-
dosi e dei mercati e delle botteghe e delle officine e dei bagni pub-
— 171 —
blicì. Che se si astenevano da certi usi, se non si coronavano di fiori
la testa, se non intervenivano agli spettacoli, se non sovvenivano i
templi pagani coi loro contributi, avevano bene ragione di farlo. E del
pari certo quattrini non ricevevano da loro né i lenoni, né i sicari,
né i magi, né gli aruspici, né altri tali ; ma in compenso i Cristiani
eran tutte persone innocue da non dar ombra a nessuno.
Qui, rispetto all'uso di portar corone di fiori in capo, si può con-
frontare :
a) Tertull. e. XLII: « ...uon amo
capiti coronam. Quid tua interest, em-
ptis nihilominus floribus quomodo utar?
Puto gratius esse liberis et solutis et
undique vagis. Sed etsi in coronam
coactis, nos coronam naribus novimus,
viderint qui per capillum odorantur ».
Min. e. 38, 2 : « quis autem ille qui
dubitat ¥ernis indulgere nos floribus,
cum capiamus et rosam veris et lilium
et quicquid aliud in floribus blandi co-
loris et odoris est ? bis enim et sparsis
utimur, mollibus ac solutis, et sertis
colla complectimur. Sane quod caput
non coronamus, ignoscite ; auram bo-
nam floris naribus ducere non occipiti©
capillisve solemns haurire ».
1 due capitoli che seguono in Tertulliano, il XLIV e il XLV,
sono rivolti a segnalare l' innocenza dei Cristiani, proveniente dal se-
guire essi una legge non umana ma divina, e dal considerarsi come in
presenza di Dio sempre, di Dio scrutatore, giudice e vindice.
b) Tertull. e. XLIV: «Tot a vobis
nocentes variis criminum elogiis recen-
sentur; quis illic sicarius, quis nianti-
cularius,. quis sacrilegus aut corruptor
aut lavantium praedo, quis ex illis etiam
Christianus adscribitur? aut cum Chri-
stiani suo titulo off'eruntur, quis ex illis
etiam talis quales tot nocentes? De
vestris semper aestuat career, de vestris
semper metalla suspirant, de vestris
semper bestiae saginantur, de vestris
semper munerarii noxiorum greges pa-
scunt. Nemo illic Christianus nisi piane
tantum Christianus, aut si et aliud iam
non Christianus ».
e) Id. XLV : « quid perfectius, pro-
hibere adulterium, an etiam ab oculo-
rum solitaria concupiscentia arcere ? »
XLVI: « Christianus uxori suae
soli masculus nascitur ».
Min. 35,6: u...de vestro numero
career exaestuat, Christianus ibi nullus
nisi aut reus suae religionis aut pro-
fugus ».
Id. ibid. : « vos, enim adulteria prò-
hibetis et facitis, nos u.roriòus nosLris
solummodo viri nascimur ... ».
172 -
§ 14. — Delle dottrine filosofiche antiche
0 diverse dalle cristiane o dai libri safUi ispirate.
Pur vinti da tanta copia di fatti e bontà di ragioni, non si ar-
rendevano gli avversari de' Cristiani, e, a corto d'altri argomenti, fini-
vano con dire che in sostanza le massime cristiane non erano cosa
nuova, ma erano già state professate e praticate dai filosofi. Di ciò
Tertulliano nel capitolo XLVI, dove istituisce im eloquente confronto
tra le massime e la vita pagana da una parte e i precetti e costumi
cristiani dall'altra, per dimostrare la superiorità dei secondi. Qui un
riscontro con Minucio:
a) Tertull. e. XLVI : «... licet Plato Min. e. 19, U: «Fiatoni... in Ti-
adfirmet factitatorem universitatis ne- inaeo deus est ipso suo nomine mundi
que inveniri facile et inventum enar- parens, artifex animae, caelestium ter-
rari in omnes difficile. Cfr. Plat. Tim. renorumque fabricator, quem et inve-
p. 28 C: « TOP fièv oìv noirjxrjv xcà nire difficile praenimia et incredibili
naréga roìióe tot) navxòg sìjqeIv re (q- potestate (cfr. 26, 12: ' Plato qui inve-
yop, xal evQÓvra slg nàvxug àdvi'uxop nire Deum negotiura credidit... '), et
Xéyeiv ». cum inveneris Ì7i publicum praedicere
impossibile praefatur ".
Non può negarsi, riconosce Tertulliano (cap. XLVII), che i filosofi
antichi hanno espresso molte cose vere, ma queste son derivate dalla
fonte dei nostri profeti. E queste stesse verità sono involute e com-
mescolate a ipotesi e opinioni disparatissime, sicché poi questi filosofi
sono in completo disaccordo gli uni cogli altri. Tale varietà d'opinioni
pur troppo venne anche introdotta nella setta cristiana, sicché bisognò
prescrivere ai nostri adulteri, quella essere regola di verità la quale
venga a noi trasmessa da Cristo per mezzo de' suoi compagni. Per queste
adulterazioni della verità, insinuate dagli spiriti dell'errore, certi prin-
cipii già si trovano tra i pagani, come il giudizio finale delle anime,
le pene dell' inferno e il soggiorno delizioso degli Elisi, ma tali prin-
cipii in quanto hanno del vero, sono di origine nostra.
b) Tertull.: " quis poetarum, quis Min. 34, 5: « animadvertis philoso-
sophistarum qui non omnino de prò- phos eadem disputare quae dicimus,
phetarum fonte potaverit?... » non quod nos simus eorum vestigia
« Unde haec ... nonnisi de nostris sa- subsecuti, sed quod illi de divinis prae-
cramentis? Si de nostris sacramentis, dictionibus profetarum umbram Inter-
ut de prioribus, ergo fideliora sunt no- polatae veritatis imitati sint».
stra magisque credenda, quorum ima-
gines quoque fidem inveniunt " .
— 173 —
§ 15. — Della resurresione finale e del fuoco eterno.
Una delle credenze cristiane più combattute e derise dagli av-
versarli, era quella della resurrezione finale dei corpi e del ritorno delle
anime in que' corpi che già avvivarono. A questo dogma dedica Ter-
tulliano il cap. XLVIII, adducendo la ragione della divina onnipo-
tenza, che come ha dal nulla creato il mondo, così può far risuscitare
i corpi morti. Non è quotidianamente sotto gli occhi nostri il segno
della resurrezione nell'alternativa della luce e delle tenebre, nel tra-
montare e rinascere delle stelle, nel rifarsi delle stagioni e dei prodotti
della natura? Se a Dio fosse piaciuta altresì l'alternativa della morte
e della resurrezione, chi l'avrebbe impedito? Volle invece che alla
condizione presente di vita passeggera, si contrapponesse un'altra vita
eterna, e a questa passassero tutti risorgendo coi corpi, per vivere
un'eternità di premio o di pena secondo i meriti di ciascuno. E il fuoco
eterno che aspetta i dannati, è di natura ben diversa dal nostro ; come
altro è il fuoco che serve agli usi umani, altro quello che apparisce
nei fulmini del cielo o nelle eruzioni dei vulcani, perchè questo non
consuma quello che brucia, e mentre disfa, ripara. Tali principii se
sono professati da filosofi e da poeti, si tollerano e si lodano; perchè
noi Cristiani dobbiamo esserne derisi e anche puniti? Infine queste
credenze sono utili, perchè allontanano dal mal fare colla paura dei
divini castighi, e. alla peggio, non fan male a nessuno (e. XLIX).
Anche Minucio mette in bocca al suo Ottavio alcune considera-
zioni sulla fine del mondo e la risurrezione dei morti, dedicandovi tutto il
capo 34 e parte del 35. Sulla fine del mondo ricorda le opinioni
degli Stoici e degli Epicurei e anche di Platone circa la conflagrazione
finale dell'universo, e giustifica così la credenza cristiana. Per la ri-
surrezione pure cita Pitagora e Platone, ma solo per dimostrare che i
saggi pagani in questo vanno in qualche modo d'accordo coi Cristiani.
Ricorre anch'egli all'argomento dell'onnipotenza divina e alla possibi-
lità che rinasca dal nulla quello che dal nulla ebbe origine, come
accenna pure ai segni di risurrezione dati dalla natura, e alle condi-
zioni del fuoco eterno. Qui alcuni riscontri:
a) Tertull. e. XLVIII: « sed quo- Min. e. 34, 9: « quis tam stuHus
modo, inquis, dissoluta materia exhiberi aut brutus est, ut audeat repugnare,
potest? Considera temetipsum, 0 homo, hominem a Deo ut primum potuisse
et fidem rei invenies. Recogita quid fingi, ita posse denuo reformari ? Sicut
fueris antequam esses. Utique nihil; de nihilo nasci licuit, ita de nihilo li-
— 174 -
meminissea enim si quid fuisses. Qui
ergo nihil fueras priusquam esses, idem
iiihil factus cum esse desieris, cur non
possis rursus esse de nihìlo eiusdem
ipsius auctoris voluntate qui te voluit
esse de nihilo? Quid novi tibi eveniet?
Qui non eras factus es ; cura iterum non
eris fles. Et tamen facilius utique fies
quod fuisti aliquando, quia aeque non
difficile factus es quod nunquam fuisti
aliquando ».
b) Ibid. : « Lux cotidie iuterfecta
resplendet et tenebrae pari vice dece-
dendo succedunt, sidera defuncta vive-
scunt, tempora ubi finiuntur incipiunt,
fructus consummantur et redeunt, certe
semina non nisi corrwpta et dissoluta
fecundius surgunt, omnia pereundo ser-
vantur omnia de interitu reformantur ».
e) Tertull. ibid. : « Noverunt et phi-
losophi diversitatem arcani et publici
ignis. Ita longe alius est qui usui hu-
mano, alius qui iudicio Dei apparet,
sive de caelo fulmina stringens, sive de
terra per vertices montium eructans:
non enim absumit quod exurit, sed dum
erogat reparat. Adeo manent montes scra-
per ardentes, et qui de caelo tangitur,
salvus est, ut nullo iam igni decine-
rescat. Et hoc erit testimonium ignis
aeterni, hoc exemplura iugis iudicii poe-
nam nutrientis. Montes uruntur et du-
rant. Quid nocentes et Dei hostes ? »
cere reparari? porro difficilius est id
quod non sit incipere, quam id quod
fuerit iterare. Tu perire et Deo credis
si quid oculis nostris hebetibus sub-
trahitur ? »
Min. ib. 11 : « in solacium nostri
resurrectionem futurara natura oranis
meditatur. Sol demergit et nascitur,
astra labuntur et redeunt, flores occi-
dunt et revirescunt, post senium ar-
busta frondescunt, semina nonnisi cor-
rwpta revirescunt ».
Id. e. 35, 11: « Illic sapiens ignis
membra urit et reficit, carpit et nutrit.
Sicut ignes fulminura corpora tangunt
nec absumunt, sicut ignes Aetnaei men-
tis et Vesuvi mentis et ardentìum ubi-
que terrarum flagrant nec erogantur,
ita poenale illud incendium non damnis
ardentium pascitur, sed inexesa corpo-
rura laceratione nutritur ».
16. — Bella remtenza dei Cristiani ai tormenti.
Eccoci all'ultimo capitolo dell'Apologetica, dove il grande scrit-
tore africano giustifica l'atteggiamento dei Cristiani, esultanti di essere
perseguitati e di soffrire anche la morte per la confessione di Cristo.
Tale atteggiamento era oggetto di vive censure; eran considerati i
Cristiani come gente disperata e perduta. Pure gli antichi avevano ce-
lebrato invece come eroi gloriosi alcuni uomini che avevano patito,
senza scomporsi, i più atroci dolori, quali un Mucio Scevola, un Attilio
Eegolo, ecc. Perchè han da stimarsi pazzi i Cristiani che fan lo stesso?
— 175 —
Del resto, conchiiide Tertulliano, fate pure, o buoni governanti, con-
tentate la plebe tormentandoci, condannandoci, uccidendoci; codesta
crudeltà non servirà che ad aumentare il nostro numero; il nostro
sangue è seme; il nostro esempio e l'ostinazione che ci rinfacciate, fa
scuola ; perchè chi ci vede e ammira, sente di dover ricercare che cosa
•ci sia sotto, e conosciuto vi si converte, e convertito desidera patire
alla sua volta per redimere la sua vita anteriore e ottenere l'eterno premio.
Di analogo argomento, della resistenza dei Cristiani al dolore e
■della lotta loro contro le minaccie e i tormenti dei carnefici, discorre
pure Ottavio in Minucio (capitoli 35, 8-9 e 37, 1-6). Anche per lui
il soffrire non è castigo, è milizia, e non è vero che Dio abbandoni chi
soffre, anzi lo assiste e a sé trae. Che bello spettacolo per Dio quando
il cristiano scende in lizza col dolore e le minacce e le torture, e
•contro re e principi difende a testa alta la libertà della sua fede, non
•cedendo che a Dio, vincitore anche di chi lo condanna e uccide. Glo-
rioso ritiensi colui che tormenti ha sostenuto con costanza ; ma altret-
tali e peggiori soffrono col sorriso sulle labbra i fanciulli e le don-
nicciuole cristiane, evidentemente perchè li aiuta Iddio. In manifesta
affinità di pensieri, non mancheranno riscontri di parole:
a) Tertull. e. L: «... Victoria est... Min. 37,1: « vicit qui quod con-
pro quo certaveris obtinere n. tendit obtinuit".
b) Ibid.: « Haec desperatio et per- Ibid. 3: « vos ipsos calamitosos vi-
<litio penes vos in causa gloriae et fa- ros fertis ad coelum, Mucium Scaevo-
mae vexilluin virtutis extollunt. Mucius lam, qui cum errasset in regem peris-
dexteram suam libens in ara reliquit: set in hostibus nisi dexteramperdidisset.
o sublimitas animi! Empedocles totum Et quot ex nostris non dextrara solum
sese Catanensium Aetnaeis incendiis do- sed totum corpus uri, cremari, sine ullis
navit: o vigor mentis! Aliqua Cartagi- einlatibus,pertulerunt,cum dimittiprae-
nis conditrix rogo se secuiidum matri- sertim haberent in sua potestate ! Viros
inonium dedit : o praeconium castitatis ! cum Mucio aut cum Aquilio aut Ee-
Regulus ne unus prò multis hostibus gulo Comparo? pueri et mulierculae
viveret, toto corpore cruces patitur: o nostrae cruces et tormenta, feras et
virum fortem et in captivitate vieto- omnes suppliciorum terriculas inspirata
rem! etc. n. patientia doloris inludunt ».
§ 17. — Osservazioni e conclusione.
Messoci sotf occhio ordinatamente e nel modo più compiuto pos-
sibile il materiale di raffronto fra Tertulliano e Minucio, possiamo
risolvere il problema, quale dei due abbia avuto sott'occhio l'opera
dell'altro.
— 176 —
A questo fine chi ci ha seguito fin qui voglia con noi fare due
osservazioni. La prima è che in molti luoghi si trova la stessa ma-
teria trattata con ampiezza e originalità di vedute da Tertulliano, e
accennata brevemente da Minucio; ad es. al § 1 e, come già s'è os-
servato, a tutta una teoria tertullianea sulla natura del male morale
e sull'atteggiamento del malvagio, teoria addotta per mostrare che non
era un male l'esser cristiano, corrisponde in Minucio un cenno fuggevole
della stessa sentenza; così al § 2 (^, la natura della fama o diceria
è rilevata con minuziosa analisi da Tertulliano, ed è, in frase inci-
dente, come per transenna, e con parole per sé sole non chiare, toccata
da Minucio ; lo stesso dicasi al § 6 ^, sullo scheletro ligneo a forma
di croce adoperato nel fabbricare gli idoli ; e al § 13 è, sull'essere
i delinquenti in massima parte pagani e d'altri brani ancora. In tutti
questi casi si ha egli a pensare che Tertulliano, visto il breve cenno
minuciano, n" abbia preso occasione per ampliare e a volte costruire
una teoria intiera basata sull'osservazione psicologica? o non si pre-
senta anzi spontanea l' ipotesi che Minucio abbia conosciute e fatte sue
le spiegazioni tertullianee, riassumendole dov' e' credeva opportuno? A
chi non parrà questo secondo processo ben più naturale del primo?
Non è questo il modo comune di lavorare in opere letterarie, quando
non si tratta di amplificazioni rettoriche e luoghi comuni? Chi potrà
credere il rapporto inverso, se tenga conto dell' ingegno vigoroso, del
ragionamento serrato e a fìl di logica di Tertulliano, in comparazione
dei discorsi alquanto rettorici da Minucio messi in bocca agli inter-
locutori del suo dialogo?
La seconda osservazione che noi vogliamo si faccia, ci conferma
neir ipotesi della priorità di Tertulliano ; e questa riguarda i passi dove
Minucio* presenta lo stesso pensiero e la frase tertullianea, ma o in
luogo meno opportuno per la concatenazione delle idee, o con aggiunta
od uso di parole che alterano il concetto esagerandolo. Fin dal primo
riscontro segnalato al § 1 t^, il cenno del non volere i pagani udire
pubblicamente i Cristiani desiderosi di difendersi, vien fuori poco op-
portunamente come argomento del non essere essi Cristiani in angulis
garruli. Così al § 3, già s' è notata la stranezza del derivare dalle
cerimonie di Giove Laziale gli usi sanguinarli di Catilina e di Bellona.
Nello stesso § 3, il riscontro / ci dà un esempio di esagerata espres-
sione in quel plerique sostituito al quidam di Tertulliano; come al
§ 4 ^, è fuor di squadra il frequentius. Inesattezze pure riscontrammo
al § 5 /, dove è attribuita ad Omero una leggenda che non gli ap-
partiene, e al § 9 (2, ove del demonio socratico si parla men corret-
— 177 —
tamente che in Tertulliano. Ma il passo più significativo è al § 9 ^,
ove poco a proposito, come già s' è rilevato, Miuucio fece sua l'osser-
vazione psicologica del timore che partorisce odio. Tali difetti del-
l'esposizione minuciana sono una evidente conferma della priorità ter-
tullianea ; è nella natura delle cose che l' imitatore non afferrando con
precisione i concetti dello scrittore che gli serve di modello, alteri i
rapporti delle idee e le renda in modo difettoso; mentre è ben più
raro, se non impossibile, che un imitatore, prendendo le mosse da un
lavoro altrui, ne emendi tutti i difetti, raggiungendo una precisa coe-
renza e spontaneità, quale spicca in Tertulliano,
Vi sono però due luoghi che paiono far contro la nostra tesi. Uno
è al § 5, è e d, ove a una semplice parola o proposizione tertullianea
(§ 5, 6: consecratione ; d: statuas . . . milvi et mures et araneae in-
telligunt) corrisponde in Minucio una descrizione più ampia e ricca
di particolari. Ma, se ben si guardi, ciò non vuol dir nulla contro la
tesi che sosteniamo. Già prima si può pensare che Minucio, come per
altre parti del suo dialogo prese da Cicerone e da Seneca, cosi per
questa abbia attinto ad altra fonte oltre l'Apologetico, desumendone
sia la descrizione dell' idolo che finche vien lavorato non è Dio e lo
diventa appena è consacrato dall'uomo, sia quella dei topi, delle ron-
dini, dei ragni che rodono e fanno il nido e le ragnatele nelle statue
dei templi. Ma può anche darsi che qui s'abbia a fare con una sem-
plice amplificazione del pensiero suggerito dall'espressione di Tertul-
liano, amplificazione non contenente altro che osservazioni semplicissime
e di dominio comune. Tanto più è probabile che tale lavoro si deva
attribuire a Minucio, quanto che la caratteristica del suo stile, cioè
l'uso degli asindeti trimembri con omeoteleuto, si trova qui più volte :
funditur fabricatur sculpitur; plimbatur construiturerigitiir; ornatur
consecratiir oratur ; rodiint inculcant iiisidoit; tergetis mimdatis era-
ditis, ecc.
L'altro punto che deve qui discutersi riguarda il fatto già segna-
lato al § 4, «, pel quale 1' Ebert e molti altri conchiusero senz'altro
per la priorità di Minucio, vale a dire l'errore commesso da Tertul-
liano completando in Cassius Severus il nome dello storico Cassius
così letto da lui nelle sue fonti. Pur riconoscendo che Tertulliano ha
qui commesso un errore, era proprio necessario di supporre che l'in-
dicazione di quelle fonti storiche. Diodoro e Tallo Greci, Cassio e Cor-
nelio Romani, egli l'avesse presa da Minucio? Si noti che il discorso
si aggira intorno alla spiegazione euemeristica degli Dei pagani, e si
ricercano le vicende di Saturno e di Giove per conchiuderne che co-
io
Sezione VII. — Storia della Filosofia.
— 178 —
storo in origine erano uomini. Ora questa tesi non era solo degli apo-
logeti cristiani, ma da secoli era di dominio comune in molte scuole
filosofiche. Può dunque ben darsi che in qualche libro euemeristico del
primo 0 del secondo secolo dell'era volgare già si citassero Diodoro
Siculo e Tallo, Cassio e Cornelio Nipote, e anche Varrone, a conferma
della dottrina ; può essere che la citazione di quei nomi fosse diventata
come un luogo comune; tant' è vero che un secolo dopo Tertulliano,
ancor la ripete con poche varianti Lattanzio ('). Questo è l'unico punto
in cui ritengo vera l' ipotesi di una fonte comune anteriore a Tertul-
liano e Minucio. Il che se si ammette, l'errore di Tertulliano non dice
più nulla a favore della priorità di Minucio e contro la tesi inversa
da noi propugnata. Da questa stessa fonte euemeristica potrebbero sup-
porsi derivati i particolari minuciani che sopra avvertimmo non tro-
varsi in Tertulliano, come pure ne derivarono le tradizioni simili a quella
che si legge nel De origine gentis Romanae (1, 2) e nei breviari sto-
rici concernenti le origini di Roma (^).
Sia dunque lecito di conchiudere che 1' Ottavio di Minucio è po-
steriore all'Apologetico; di non molto forse, se al tempo della sua
composizione era ancora sì viva la memoria dell'oratore Frontone da
ricordarlo nel modo che fanno i due interlocutori del dialogo (cap. 9 : Cir-
tensis noster, e cap. 31: Froiito tuus). Non andarono forse errati quelli
che supposero composto il dialogo nel primo o al più nel secondo de-
cennio del terzo secolo, come certo l'Apologetico è degli ultimi anni
del secondo.
(') Tnst. 1, 13 : omnes ergo non tantum poetae sed historiarum quoque ac
rerum antiquarum scriptores hominem fuisse consentiunt [Saturmim}. Qui res eius
in Italia gestas prodiderunt, Graeci Diodorus et Thallus, Latini Nepos et Gas-
sius et Varrò. . .
(2) V. il Minucio del Waltzing, i)ag. 204.
XV.
DEL CONCETTO DELLA STOEIA DELLA PEDAGOGIA
COME PARTE INDUTTIVA DELLA SCIENZA DELL'EDUCAZIONE.
Comunicazione del prof. Giacomo Tauro.
Attenendomi strettamente ai limiti di tempo concessimi, mi per-
metto di esporre, per sommi capi, le idee principali che sono involte
nella comunicazione che ho l'onore di presentai'e al Congresso, allo scopo
di addivenire alla formulazione di alcune proposte che mi sembrano
importanti per l'avvenire dell' insegnamento dell' Enciclopedia pedago-
gica negli Istituti superiori.
Io intendo dimostrare la necessità dello studio della storia della
Pedagogia e della Legislazione scolastica comparata, come parte in-
duttiva della Scienza dell'Educazione: idea che già venne propugnata
in Italia da un nobile spirito troppo presto rapito alla Scienza ed al-
l' insegnamento : da Pietro Siciliani.
La- storia della Pedagogia non è un ornamento della vera e
sostanziale Pedagogia, come alcuni vorrebbero; ma, come la storia
della tìlosofia — e 1' ha dimostrato qui ancor ieri l' illustre professore
Alessandro Chiappelli nella sua dotta comunicazione — è la introdu-
zione alla filosofia, percliè narra l'evoluzione storica di questa, e ne
prepara la più sicura formula odierna, così la storia della pedagogia
è parte organica ed integrante della Scienza dell'Educazione, ne è la
parte introduttiva, perchè l'educazione è un fatto necessario della con-
vivenza sociale, la quale ha, per caratteristica fondamentale, la stori-
cità, essendo compresa in un continuo divenire, in modo che il presente
è figlio del passato e padre dell'avvenire e non si può comprendere
se rimane staccato dai precedenti da cui è uscito-
Lo stato attuale dell'educazione non può essere inteso, se non si
conoscono gli stadi anteriori, attraverso i quali essa è passata, e le
cause ed i fattori che hanno prodotto il suo sviluppo.
— 180 —
Ma la storia della Pedagogia potrà a giusta ragione aspirare a
divenire la parte induttiva della Scienza dell'Educazione, quando, sul
fondamento della dottrina dell'Evoluzione, verrà considerata come la
storia degli elementi dei gradi evolutivi del fatto educativo dagli strati
più bassi dell' istinto educativo presso gli animali ed i selvaggi ai
gradi più alti del fatto etico dell'educazione attuantesi metodicamente
nella forma più evoluta dell'educazione stessa, che è la scuola.
Infatti il concetto generale di educazione da una parte è una
derivazione della filosofia pratica, dall'altra è la conseguenza della
generalizzazione dei concetti parziali dell'educazione nelle varie epoche
e presso i diversi popoli.
L'etica filosofica indica e lumeggia il fine dell'esistenza umana
dal quale il fine della educazione deriva. Presso i diversi popoli nelle
varie epoche esistono concetti parziali dell'educazione che insieme riu-
niti, collegati e confrontati, danno origine ad un concetto generale del
contenuto dell'educazione stessa.
Il fine dell'Educazione quindi vien determinato deduttivamente,
il contenuto induttivamente.
In qual modo, in quali confini, sotto quali aspetti, la storia del-
l'educazione può determinare il concetto ed il contenuto dell'Educa-
zione ?
Vi sono diversi modi d'intendere la storia della Pedagogia, secondo
il significato attribuito alla parola Pedagogia, la quale può essere va-
riamente intesa.
Il significato più ristretto attribuitole è quello di sistema e quindi
Storia della Pedagogia equivale a storia di sistemi pedagogici. Ma, poi-
ché nel sistema si deve distinguere la parte formale dalla parte mate-
riale 0 reale, e vi sono sistemi elaboratamente svolti nella parte formale
e sistemi formalmente evoluti, dobbiamo convenire in questo: che i
primi rappresentano il perfezionamento logico del pensiero rispetto ad
un oggetto; gli altri possono essere sempre formalmente elaborati da
dotti e da eruditi, ordinando secondo certe forme riassuntive prospet-
tiche 0 sistematiche, le idee pedagogiche di qualche pensatore. Di
questi lavori sono esempio il libro recente del prof. A. Pinloche di
Parigi sul Pestalozzi e quello riassuntivo del nostro Valdarnini sul
Gioberti. Solamente dalla seconda metà del secolo XVIII — ne aveva
però dato già prima l'esempio il Comenius, come ha recentemente di-
mostrato il nostro Faggi — s' incominciò ad introdurre nell' insegna-
mento universitario e nella compilazione dei libri il tentativo di ridurre
l'Enciclopedia del sapere pedagogico risultante da cognizione filosofiche,
- 181 —
scolastiche e politico-sociali, a forme sistematiche. E Federico Herbart
in Germania, il Rosmini ed il Rayneri in Italia tentarono per primi
di dare ordinamento sistematico alle cognizioni che cadono nel terri-
torio dell'educazione e della forma più scientifica di questa che è la
scuola. Si possono avere storie dell'ima e dell'altra specie di sistemi
pedagogici. Vi possono cioè essere storie di sistemi di Pedagogia ela-
borati e svolti dai loro autori e storie di sistemi di Pedagogia non
formalmente elaborati, ma accennati in lavori monografici. Questi ul-
timi possono assumere il nome di dottrina. Così accanto alla storia dei
sistemi di Pedagogia noi possiamo avere la storia delle dottrine peda-
gogiche. Ma le dottrine possono essere o del tutto svolte o appena
e fugacemente accennate. Nel primo caso la storia della Pedagogia si
limiterà all'esposizione delle dottrine pedagogiche, nell'altro abbraccerà
anche quello delle idee. Ma, poiché le idee non cascano dal cielo, ma
ogni dottrina, ogni idea non rappresenta che l'ombreggiatura di un
fatto, così dietro la storia delle dottrine pedagogiche risiederà sempre
quella dei fatti educativi. Quindi nella storia della Pedagogia noi pos-
siamo comprendere la storia dei sistemi di Pedagogia, la storia delle
dottrine pedagogiche, quella delle idee educative e finalmente la storia
del fatto dell'Educazione.
Insomma, come l'educazione è fatto, costume, bisogno domestico
e sociale, e può dare origine ad un'arte, ad idee, a dottrine, a pre-
cetti, a sistemi, così la Storia della Scienza dell'Educazione può com-
prendere 0 tutti i gradi del fatto e del concetto dell'Educazione, o
solamente alcuni di essi. La più ampia comprensione che può esser
data alla storia della Pedagogia è quella la quale studia l'Educazione
in tutti' i suoi aspetti, come fatto e come concetto, come idea e come
dottrina, e mostra i rapporti che intercedono fra i diversi gradi del-
l'osservazione e dello studio del fatto dell'Educazione. Un tal concetto
è il più ampio, ma anche il più comprensivo, il più organico, perchè
rappresenta l'educazione come un vero organismo. La storia della Pe-
dagogia, secondo il nostro modo di vedere, è la storia dei fattori,
degli elementi del fatto educativo, fatto naturale e necessario che
segue quello della riproduzione ed è istintivo negli animali e nei sel-
vaggi e si trasforma gradualmente in fatto cosciente ed etico negli
uomini, ed assume contenuto, ambito e processi diversissimi, fatto
eminentemente sociale e storico, indispensabile ad ogni convivenza sociale
e clie dà origine, per cause diverse e molteplici, ad una serie di istituzioni,
fra le quali, prima fra tutte, la scuola. Ma la storia della Scuola è sol-
tanto la storia di una forma dell'educazione, che certamente è la più
- 182 —
evoluta, ma non è la sola, né la fondamentale. La storia degli isti-
tuti, delle leggi, dei fatti scolastici, quella insomma che vien deno-
minata la storia della Pedagogia praticata, non è soltanto la storia
di una parte della Pedagogia, contro la quale si eleva la Pedagogia
professata, ma è anche la storia di una forma del fatto dell'Educa-
zione, che è andata acquistando man mano importanza in virtù della
socializzazione del servizio educativo. Ma, come la storia della Scuola
non è tutta la storia della Pedagogia, ma solo una piccola parte, così
la stessa non si può intendere, senza la storia delle altre forme non
che degli altri elementi del fatto educativo.
La scuola si fonda su presupposti economici che non possono essere
trascurati, come in fondo ad ogni sistema di educazione vi sono veri
presupposti economici. E per questo riguardo la storia della Scuola in
particolare e quella dell'Educazione in generale, sono subordinate alla
storia economica, essendo le condizioni economiche l' inevitabile sotto-
strato di ogni convivenza sociale ed il propulsore recondito di ciascun
fatto e quindi di ogni progresso umano.
L'obbietto della storia della Pedagogia, intesa , in senso lato, è
adunque, secondo noi, lo studio dello sviluppo di tutta la vita sociale,
in ordine al fatto della formazione degl'individui. E solamente così
intesa la storia della Pedagogia dà un' idea esatta dell'organismo del-
l'Educazione, come fatto e come concetto.
Un concetto integrale dell'Educazione può, secondo noi, essere
indotto dalla storia deireducazione. soltanto quando la storia è con-
siderata come un organismo di fatti gli uni dagli altri svolgentisi.
La storia dell'Educazione rifatta dalla dottrina dell'evoluzione
può, nello studio dello svolgimento del fatto educativo, ricercare i
principi ed il concetto generale dell'educazione, che in tal modo di-
venta un corollario dell'evoluzione dell'Educazione stessa di cui i
limiti vengono indicati dalla dottrina dell'evoluzione, come per primo
intuì in Italia un poderoso intelletto: Andrea AngiuUi ; e svolse in
Germania, nell'armonia d'una dottrina filosofica genialmente rinnovata,
un illustre pedagogista. Gustavo Adolfo Lindner, ed in Francia accettò
primo Alfredo Espinas ed illustrò poi un dotto antropologo, il com-
pianto Carlo Letourneau e svolge ora in America, fra gli altri, il prof. Ira
Howerth dell'Università di Chicago.
Il Letourneau, con l'esempio d'un libro importantissimo, mostrò
come noi. per mezzo della storia e della preistoria, quale ci viene ri-
velata dalla etnografia comparata, possiamo risalire sino alle origini
della Pedagogia ed osservare lo svolgimento del fatto dell'educazione
- 183 -
nella serie delle razze umane, seguendo l'ordine gerarchico della loro
classificazione, che corrisponde abbastanza bene alle serie evolutive
delle epoche sociologiche.
Ognuna di queste epoche ha avuto la sua maniera d' intendere
l'educazione; ed è mediante lo studio di queste, che noi possiamo per-
venire, con processo induttivo, alla formazione d'un concetto generale
dell'Educazione, alla luce della dottrina scientifica dell'evoluzione che
illumina la storia del mondo.
Ma, per ottenere una completa e precisa constatazione e descri-
zione dei fatti educativi, non basta l'osservazione storica del passato:
occorre l'osservazione diretta ed immediata del presente come anello
di congiunzione tra il passato e l'avvenire. E quindi necessario com-
plemento della storia delle istituzioni scolastiche è lo studio della
Legislazione scolastica comparata, complemento della storia della Edu-
cazione, l'osservazione comparativa dell'evoluzione dell'educazione presso
i diversi popoli, e complemento della storia delle dottrine pedagogiche,
lo studio delle varie correnti della Pedagogia contemporanea nelle
diverse nazioni.
Così il passato si termina nel presente, i fatti superati si legano
con gli attuali ed innanzi allo studioso si presenta la visione integrale
della realtà passata e presente del territorio dell'educazione, che è il
campo di osservazione, dal quale si possono, con processo induttivo di
astrazione e di generalizzazione, ricavare i principi generali della Edu-
cazione. E però alla storia della Pedagogia, integrata nella storia del-
l'Educazione e con quella della scuola, si unisce, come necessario
complemento, la statistica — come rappresentazione reale del pre-
sente — cioè, l'osservazione reale dello stato attuale, per mezzo soprat-
tutto della legislazione scolastica comparata. La statistica — ben dice il
Lindner — rappresenta le linee d' incontro del passato col presente e
rende possibile una completa e retta idea dell'attuale stato dell'Edu-
cazione. La statistica — questa più nobile forma dell'esperienza peda-
gogica — allarga lo sguardo da un unico avvenimento su tutto l'ambito
del territorio dell'Educazione e ne risulta quindi una esperienza con-
centrata. E la storia e la statistica vengono rischiarate e completate
dalla pedagogia etnografica, la quale studia le condizioni delle diverse
razze barbare e semi-civilizzate sparse sulla terra, facendoci in questo
modo conoscere ampiamente, con la diversità di queste, gli stadi che
furono progressivamente trascorsi dai popoli civili e porgendo lume a
quel nuovo ramo della Pedagogia che si propone di alleviare le miserie
- 184 —
di quegl' infelici, nei quali si manifestarono segni evidenti di arresti
di sviluppo, cioè, della Pedagogia riparatrice.
Alcune deviazioni della natura fìsio-psichica dell'educando, le quali
possono essere corrette soltanto da forme speciali di educazione, non
possono essere comprese senza 1' esame dei gradi del fatto evolutivo
dell'educazione nelle diverse razze umane. Senza questo esame minuto
e scrupoloso, né la vera natura del fatto educativo viene intesa, ne
vengono poste basi solide e granitiche ad una qualsiasi dottrina scien-
tifica dell'educazione.
E però è nello studio dell'evoluzione dell'educazione nelle diverse
razze umane, il fondamento induttivo della dottrina scientifica del-
l'Educazione. Di qui l'importanza dello studio della evoluzione del-
l'Educazione, fatto col sussidio dell'etnografia comparata, della storia
della scuola, delle dottrine pedagogiche e della legislazione scolastica
comparata .
Ho proceduto sin qui per larghi e sommari cenni nell'intento di
dimostrare l' importanza ed il valore della storia della Pedagogia. Ma
lo scopo propostomi con la presente comunicazione non era tanto teo-
rico quanto pratico.
Non si tratta soltanto di dichiarare il valore teorico della storia
della Scienza dell'Educazione, quanto di mostrarne l' importanza pra-
tica negl' insegnamenti superiori, affinchè nei principali Atenei delle
varie nazioni civili sia dato all'enciclopedia pedagogica nelle varie sue
parti (filosofia dell' Educazione, storia della Pedagogia, legislazione sco-
lastica comparata, pedagogia emendatrice, antropologia pedagogica, ecc.)
il posto che le spetta e che occupa nelle due terre classiche della
Pedagogia: l'America del Nord e la Germania.
Termino quindi la mia relazione, presentando alcune proposte pra-
tiche, nella speranza che vorranno esser prese in considerazione dagli
autorevoli membri della Sezione, cui ho l'onore di appartenere:
1° Riconosciuta l'importanza della storia della Pedagogia in sé
e come parte induttiva della Scienza dell' Educazione, si fanno voti
affinché nelle principali Università del Eegno siano istituite cattedre
speciali di storia della Pedagogia. Ad illustrare questa proposta in un
Congresso internazionale si ricorda a titolo d'onore che la prima cat-
tedra di storia della Pedagogia nelle Università europee venne isti-
tuita nel 1879 in Inghilterra all'Università di Cambridge, di cui fu
incaricato il prof. Roberto Herbert Quick, noto per un dotto libro
« Saggi sui riformatori dell'Educazione »,
- 185 —
2° Riconosciuta l'importanza dello studio delle legislazione sco-
lastica comparata, come necessario complemento della Storia della Pe-
dagogia, si fanno voti affinchè si istituiscano nelle capitali dei principali
Stati civili, che ancora non l'hanno, uffici internazionali di Legisla-
zione scolastica comparata, con speciali ritiste per la esposizione delle
leggi scolastiche che si vanno emanando nelle diverse nazioni.
3° Ricordato che uno dei primi Musei di Educazione ed Istru-
zione venne fondato in Roma, per opera e merito di Ruggiero Bonghi,
e che dopo di esso furono poi istituiti nelle Capitali delle altre nazioni
civili Musei consimili, dovunque fiorenti, i quali esercitarono impor-
tantissime funzioni, si fanno vivi voti, affinchè sia ricostituito nella
Capitale del Regno italiano il Museo Pedagogico, ideato dalla mente
geniale del compianto Ruggiero Bonghi.
4° Si fanno voti affinchè i Governi promuovano con i mezzi più
acconci gli studi di storia della legislazione scolastica comparata e
permettano agli studiosi quello scambio internazionale di notizie e di
informazioni scolastiche che tanto giova agli studi positivi intorno alla
dottrina della scuola ed ai miglioramenti che si possono introdurre
negli ordinamenti scolastici delle varie nazioni.
5° Ed infine si fanno voti che in ogni nazione vengano istituite
— ad imitazione p. es. : della Francia per merito di Gabriele Com-
payré e degli Stati Uniti per merito del prof. Nicola Murray Butler
della Columbia University — collezioni popolari di monografie consa-
crate ai grandi educatori di tutti i tempi e di tutte le nazioni non
solo per far rivivere nella loro fisionomia morale, nel loro pensiero e
nelle loro azioni, nelle loro teorie, come nei loro metodi, tutti coloro
che potentemente hanno contribuito a promuovere l'Istruzione e l'Edu-
cazione dell' umanità, ma anche, affincliè, dal confronto di pensieri di
diversi tempi, venga meglio preparata la soluzione dei problemi peda-
gogici che si presentano all'alba del secolo XX.
XVI.
LA FILOSOFIA A NAPOLI DOPO G. B. VICO
(1750-1850).
Comunicazione del prof. Giovanni Gentile.
1. Nel 1743 A. Genovesi cominciò a pubblicare in Napoli i suoi
Elementa meiaphysicae. Nel 1744 morì G. B. Vico. Questi aveva avuto
due profonde intuizioni fondamentali : una intorno alla potenza costrut-
tiva dello spirito, per cui anticipò il principio del soggettivismo kan-
tiano; l'altra intorno al concetto dell'assoluto come sviluppo nella
natura e nel pensiero, per cui anticipò il principio della nuova me-
tafisica dimostrata dalla Logica di Hegel. Ne' suoi Elementi di meta-
tìsica il Genovesi invece si mostra seguace di un incoerente sincretismo,
in cui la monadologia leibniziana s'accoppia con l'empirismo di Locke.
Cos'i la tradizione del grande pensiero di Vico è spenta sul nascere,
e finita con l'uomo che nella solitaria meditazione del diritto, anzi di
tutto lo spirito come vive nella storia, aveva attinto una forza spe-
culativa che lo pose al di sopra e fuori del tempo suo, episodio so-
lenne nella storia del pensiero italiano. GÌ' interpetri del pensiero di
Vico non furono né i suoi coetanei, né i suoi immediati successori
nella filosofia italiana in genere e napoletana in ispecie. La vera inter-
petrazioue cominciò in Germania col Jacobi ('), dopo Kant, e fu com-
piuta in Italia in quel fervore di pensiero nuovo, che venne suscitato
dall'hegelismo, da Bertrando Spaventa (^).
(') Vedi lo scritto Von den góttlichen Divgen und ihrer Ojfenbarung (1811),
in Werke, Leipzig, 1816, III. 352. Sul kantismo vichiano cfr. specialmente Tocco,
Descartes jiujé par Vico in Revue de mtHaphysique eù de morale del luglio 1896,
pp. 568-72, e gli scritti da me citati nel Discorso premesso agli Scritti filosofici,
di B. Spaventa, Napoli, 1901, p. lxxxv.
(8) Vedi gli Scritti cit., pp. lx.\xivlxxxix, 139-45, 303 e segg.
— 188 —
2. Tra Vico e Spaventa — i cui primi scritti cadono attorno
al 1850, — per tutto un secolo, e' è un' interruzione nello sviluppo del-
l'idealismo iniziato dalle opere di Vico; nella quale il pensiero napo-
letano si appropria ed elabora per conto suo la moderna filosofia eu-
ropea. Questo movimento, che riempie tutto il secolo che va dalla
metà del secolo XVIII alla metà del XIX, può essere designato dai
nomi dei due pensatori che aprono e chiudono tale periodo. Dal Ge-
novesi al Galliq)pi. E cosi appunto s' intitola la monografia, nella quale
ho cercato d' illustrare tutti gli studi speculativi piìi notevoli di cotesto
periodo (').
Può recar meraviglia, che la ricerca sia cosi limitata dentro i
brevi confini di spazio accennati dai nomi stessi del Genovesi e del
Galluppi, e corrispondenti ai confini del reame di Napoli. Ma chi ponga
mente alle condizioni d'Italia per tutto il tempo del dominio borbo-
nico, alle profonde differenze civili e politiche e letterarie, in una pa-
rola, storiche, tra la meridional parte e il resto della penisola, troverà
ovvia e storicamente esatta la linea da me tracciata intorno ai pen-
satori che ho studiati e considerati come formanti una speciale serie
storica a sé.
3. Pel carattere generale della loro filosofia questi pensatori co-
stituiscono una continuata corrente di empirismo, a cominciare dal
Genovesi stesso, in cui ben presto il principio critico dominante nel-
l'empirismo lockiano corrode ogni concetto metafisico, fino ad Ottavia
Colecchi (1773-1847), filosofo abruzzese pochissimo noto — benché i
suoi scritti consacrati all' interpretazione di Kant, quelli specialmente
relativi alla filosofia pratica, possano ancora esser letti con profitto —
il quale, pur combattendo la « filosofia dell'esperienza " del Galluppi dal
punto di vista del kantismo, insiste tuttavia su talune correzioni ch'ei
vorrebbe apportare alla Critica della ragion pura in un senso deci-
samente empirico-oggettivo.
Ma tutti questi empiristi si potrebbero dividere in due genera-
zioni {-): una di ideologi e l'altra di criticisti; e tra mezzo a queste
un grappo di seguaci della filosofia scozzese e di eclettici. Tra gì' ideo-
logi scrittori come Melchiore Delfico (1744-1835), Pasquale Borrelli
(■) Studi di letteratura, storia, filosofia, pubbl. da B. Croce, voi. I (Napoli,
Edizione della Critica, 1903).
P) Due generazioni, se si bada alla data di pubblicazione delle opere di
questi filosofi e al tempo dell'influenza da essi esercitata; giacché perla nascita
due degli ideologi furono piìi giovani dei criticisti.
189
(1782-1849) e Francesco Paolo Bozzelli (1786-1864) meritano certa-
mente di esser posti accanto agl'ideologi contemporanei francesi, ai
Cabanis, ai Destutt de Tracy, coi quali essi formano quasi una sola
famiglia, rispecchiandone spesso il pensiero pur senza ripeterlo. Anzi
il Borrelli e il Bozzelli stanno, l'uno per la sua genealogia del pen-
siero (com'ei chiamava la sua filosofia dello spirito) e per la sua cri-
tica di Kant, e l'altro pel suo tentativo di morale intellettualistico-
utilitaria, al di sopra dei francesi ; il cui valore nondimeno fu giustamente
rivendicato nella storia della filosofia dall'ottima monografia del pro-
fessore F. Picavet su Les ìdéologues pubblicata nel 1891. Una pari
rivendicazione in prò' dei confratelli italiani vuol essere in parte
il mio lavoro, mercè una larga notizia e uno schiarimento delle loro
dottrine, onde ci son rimasti documenti notevolissimi in libri ed opu-
scoli estremamente rari, nelle riviste del tempo e in manoscritti an-
cora inediti.
4. In mezzo alle due generazioni alcuni pensatori levano la voce
contro le tendenze materialistiche, palesi o nascoste, proprie del pen-
siero speculativo di questi ideologi, traendo autorità e argomenti dalla
filosofia del senso comune del Reid o dall'eclettico spiritualismo del
Cousin e della sua scuola. Non hanno nessuna originalità di dottrine :
ma con le loro esposizioni e coi loro commenti di molti libri francesi,
eco, per quanto fioca, di celebri filosofie europee, valgono a suscitare o
promuovere un moto di studi e di partecipazione al lavoro filosofico
straniero, onde a poco a poco si ringagliardisce la fibra del pensiero
napoletano, e si prepara una scuola di veramente alto e libero filoso-
fare: da cui uscirà l'estetica di Francesco De Sanctis e la metafisica
e la storia della filosofia di Bertrando Spaventa. Per questa parte la
mia monografia studia molti mediocri, testimoni di cotesta preparazione
al risveglio filosofico posteriore.
5. Nella seconda generazione campeggiano due figure principali:
P. Galluppi e 0. Colecchi: due kantiani, di cui si può dire che la
vita speculativa si consumi tutta nella meditazione del criticismo. Ed
entrambi riescono per due vie opposte al medesimo risultato, che è di
accettarlo sostanzialmente e di farne penetrare profondamente lo spirito
nella filosofia del loro paese. Il Galluppi combatte sempre, o quasi
sempre, un Kant immaginario con le armi del Kant reale; e il Co-
lecchi combatte con le armi stesse un immaginario Galluppi, o almeno
un Galluppi che non è il vero, poiché non vede di lui che la dichia-
rata opposizione al kantismo, e non scorge mai il valore intrinseco
delle dottrine da lui professate. Dalla curiosa situazione di questi due
— 190 —
pensatori, che genera altre false posizioni nella lilosotìa italiana suc-
cessiva, nascono, com'è agevole pensare, due conseguenze: 1" che la
scuola dei galluppiani continuerà a combattere Kant e tutta la filo-
sofia tedesca posteriore, sempre meglio conosciuta in grazia dell' influsso
francese già accennato; 2° che la scuola del Colecchi e dei tedescheg-
gianti continuerà per un pezzo a disconoscere il vero valore del pen-
siero del Galluppi e di quella filosofia italiana, che da lui prende le
mosse — ossia della rosminiana e giobertiana.
6. Se da queste ricerche si sottrae la parte clie concerne il Ge-
novesi e il Galluppi, si può dire che esse scoprano una regione presso
che sconosciuta nel campo della filosofia moderna. E poiché anche del
Genovesi e del Galluppi questo studio analitico della serie in cui essi
rientrano, pone sotto una luce in parte nuova e in parte più chiara
il significato e il valore, può pure affermarsi, che l' insieme di queste
ricerche colmi una lacuna nella storia della filosofia italiana, anzi della
europea. Vico, infatti, e l' interpetrazioce di Vico, i due termini al
cui intervallo coteste ricerche si riferiscono, non sono due capitoli della
storia della filosofia italiana, ma due capitoli della storia della filo-
sofia europea; ed è difetto gravissimo quello che può notarsi in pro-
posito in tutte le recenti storie straniere della filosofia moderna. A. Ge-
novesi, M. Delfico, P. Borrelli, F. P. Bozzelli, P. Galluppi e 0. Colecchi
sono nomi ai quali, una volta conosciuti gli scritti a cui sono legati,
devesi pur trovare un posto, e non degl' infimi, nel quadro degli ultimi
tentativi dell'empirismo naturalistico e materialistico del secolo XVIII
e delle feconde discussioni suscitate dalle Critiche di Kant in ogni
paese civile.
XVII.
IL MOMENTO STORICO DELL' EDUCAZIONE FISICA.
Comunicazione del i)rof. Michelangelo Jerace.
Non qui, in questo Consesso di dotti, dove si è dato convegno la
parte più eletta del pensiero delle nazioni civili, io dirò della Ginna-
stica che formò la Venere di Milo e Y Apoxlométios, e che fece le sue
prove a Maratona e alle Termopili, a Salamina ed a Platea; come non
dirò della Ginnastica del Camjìo dì Marte, che temprò i legionari
conquistatori del mondo.
Già in una mia relazione, che ho avuto l'onore di presentare a
questo Congresso, ho trattato diffusamente delle origini della educa-
zione fisica e della evoluzione storica della Ginnastica educativa in
Italia.
Sembrava vaglieggiaraento astratto il pensiero maturato dalla mente
poderosa di Francesco De Sanctis, ma il convincimento che la Ginna-
stica educativa avesse in sé i migliori elementi di utilità individuale
e sociale, portò, di poi, la sua efficacia in una gioventù fiera e rigo-
gliosa ; e l'azione clie si svolge nel Piemonte attorno a Rodolfo Obermann,
il ginnasiarca ardente, e al Ricardi di Netro, l'apostolo tenace del-
l'educazione fisica, in uno slancio mirabile di fede patriottica, segna il
principio della nostra evoluzione educativa.
Agli apostoli dell'azione si uniscono, in nobile gara, gli apostoli
dell' idea, e uomini egregi e pedagogisti insigni, come Lorenzo Valeri,
Felice Romani, l'abate Aporti, il Rayneri, il Boncompagni ed altri, de-
dicano i primi loro scritti a fecondare il germe della nuova disciplina.
Trent'anni or sono la Ginnastica era considerata come arte peri-
colosa da istrioni : la tenacia e l'amor patrio di uomini valorosi ne
hanno fatto una istituzione educativa; la storia le ha dedicato una
delle più belle pagine del risorgimento nazionale — poiché nelle pa-
lestre si agguerrirono i primi soldati dell' Indipendenza. La pedagogia
- 192 —
le ha dato il primo posto tra le leggi educative che reggono la scuola ;
la scienza ne ha formato la base del benessere umano.
Molto si è fatto, dunque, perchè l' istituzione ebbe interpreti sa-
pienti e tenaci.
Ornai la Ginnastica non è il privilegio di un solo Stato, ma il
bene comune di tutti i popoli di moderno incivilimento. Essa affra-
tella le genti d'ogni paese, nelle feste marziali della giovinezza, e diffonde
il suo vigore benefico su tutta l'umanità; rompe i confini tra Stato e
Stato, tra nazione e nazione, e tutti abbraccia in un amplesso di amore
e di pace.
Il pensiero che un voto solenne parta da questo alto Consesso a
riaffermare l'importanza sociale della educazione fisica nel benessere
delle nazioni e nella solidarietà umana, ha dato appunto argomento a
questa brevissima comunicazione.
Ma l'educazione fisica subisce in questi ultimi tempi come una
crisi febbrile, nel presentimento di una fatale evoluzione. E questa crisi,
donde si sprigionano con violenza inusitata gli sforzi, che sembrano
di una vitalità esuberante, di adolescenti e di adulti, in una promi-
scuità ripugnante al senso educativo e morale, caratterizza il momento
storico.
L'ultimo periodo, che ha per buona fortuna tutti i caratteri di
un periodo di transizione, svolge e precipita principio ed azione in uu
tra volgimento turbinoso dello spirito educativo, senza alcuna finalità
determinata, ma con effetti evidenti e sempre più esiziali alla causa
della educazione.
È un succedersi incalzante di tours de force, di gare strepitose,
di corse sfrenate, di lotte atletiche insane, in cui le leggi educative e
fisiologiche son travolte da un insaziabile spirito di conquista.
Non dà salute e non dà vigoria il movimento cieco e brutale che
con tanta vuota seduzione turbina attorno alla forze fittizie e nevro-
tiche della crescente generazione.
La coltura della forza per la forza, lo afferma un grande fran-
cese — il Demeny — è cosa insignificante, quando non diviene addi-
rittura nociva ed immorale : la forza non è tutto, l' idea che la dirige
è per lo meno importante quanto la forza stessa: questa, senza l'idea,
è il muscolo senza il cervello.
L'educazione fisica , dev'essere meglio compresa; è il complemento
necessario dell'educazione intellettuale e morale, ma essa non dev'essere
coltivata esclusivamente. Pochi atleti non renderanno giammai alle
nazioni i servigi di una popolazione feconda, disciplinata, resistente
— 193 —
alle fatiche, allenata al lavoro, sicura nella sue forze e sostenuta da
un ideale d' intelligenza e di moralità.
È anche il pensiero d'un pedagogista italiano — il De Dominicis —
che la frase spenceriana : « pensiamo prima a fare dell'uomo un buon
animale », sia senza senso; il buon animale umano è l'uomo buono,
è il buon e colto cittadino.
Un fisiologismo astratto non riuscirebbe meno nocevole dell'asce-
tismo: e se questo ci toglieva alla terra e alla carne, quello ci con-
sacrerebbe alla massa dei muscoli e alla forza isolata e bruta.
E del resto, quanti buoni animali non piegano la loro forza bru-
tale alla resistenza della forza, non meno potente, dello spirito!
L'educazione fisica e la Ginnastica educativa son divenute oggetto
di aride e facili affermazioni teoriche, assottigliando in un vano ten-
tativo di dilettantismo sportivo ciò che dev'essere la scuola educatrice
di disciplina morale e materiale, nella quale si esprima l'anima della
patria e si fecondino, coi germi del patriottismo, sentimenti umanitari,
e, con la resistenza della fibra, si prepari l'uomo per la società.
Gli sports atletici hanno arrecato grave danno alla causa della
educazione fisica, ingenerando falsi convincimenti e con essa confon-
dendosi, mentre non ne rappresentano che la degenerazione.
Già il Kipling, il poeta imperialista inglese, si scagliò con una
requisitoria violenta contro le esagerazioni sportive. Giunge ultima,
come un monito, grave e solenne, la parola del filosofo ottuagenario —
Erberto Spencer — il quale, agitato da un nuovo convincimento, col
coraggio che gli conferiva la sua autorità, dettò un fiero e pungente
testamento filosofico. Un testamento che sconvolge tutto un passato e
condanna, con sincerità patriottica, quello che, da lui stesso incorag-
giato, fu finora il maggior vanto della sua patria : l' indirizzo educa-
tivo, già portato ad esempio dai maggiori scienziati e letterati : il De-
molins in Francia, il nostro Mosso in Italia.
Tra i segni da cui apparisce questa decadenza lo Spencer pone
principalmente il culto àeìV atletismo, la risurrezione degli sports bru-
tali, il dominio della boxe ; tutte queste manifestazioni di istinti bar-
barici che s' impongono e trionfano su quelle che sono le vere conquiste
della civiltà; conquiste formulate nelle recenti opere, sull'educazione
fisica, dei più competenti scienziati e pedagogisti : 1' Harvey nella stessa
Inghilterra; il Cooreman e il Lefebure nel Belgio; il Demeny, il La-
grange, il Merey e il Tissié in Francia ; il Tòrngren, il Balck edil Kumlien
in Isvezia; il Nawroth in Germania; il Fraguas in Ispagna; il Valletti,
il Mosso, il Baumann, il D'Alfonso, il De Dominicis ed altri in Italia.
Sezione VII. — Storia della Filosofia. 13
— 194 —
Questi valorosi, che rappresentano la maggiore autorità scientifica e tec-
nica, ci richiamano, con lo Spencer, alle sane leggi della educazione
fisica, tra i confini della civiltà e della temperanza.
S'impone, dunque, la necessità di porre argine all'invasione delle
ultime tendenze, costringendo nel loro àmbito naturale e razionale le
diverse forme di attività fisiche, sicché l'azione educativa, nell'equi-
librio dell'anima col corpo, ne scaturisca e si delinei netta e definita
e da tutte le altre si distingua per i suoi essenziali caratteri, che dalla
scienza e dalla pedagogia traggono la loro incontestata superiorità.
Alla scuola e alla Ginnastica scolastica principalmente è commesso
questo alto compito di rigenerazione: poiché — è anche il vaticinio
del De Dominicis — é vano sperare che possa oggi attuarsi l'educa-
zione fisiologica senza l'opera diretta della scuola e senza tener conto
delle altre forme di coltura necessarie all'uomo e al cittadino. Solo la
scuola ha virtù di persistenza: essa guida l'uomo al suo perfeziona-
mento individuale, non solo, ma anche alla sua destinazione nel mondo.
Voi, 0 Signori, che avete il dominio intellettuale e morale delle
masse, stringetevi in una valida cooperazione di energie per diffondere
e fecondare questo principio, perché nella scuola sia dato all'educa-
zione fisica il posto che la storia le ha assegnato, tra i fattori di ci-
viltà e di grandezza, ed avrete aggiunto una delle più fulgide pagine
alla storia dell'umanità.
XVIII.
Di due documenti inediti, relativi al medico e filosofo ebreo
Jacob Mantino, messi in rapporto con lo scritto pubbli-
cato SUL Mantino stesso dal dott. David Kaufmann nella
REVUE DES ÉTUDES JUIVES.
Comunicazione del comm. Vittore Eavà.
Il dottore David Kaufmann ha pubblicato qualche anno addietro,
nella Eevue des études juives (') una memoria interessantissima sul-
l'illustre medico e scrittore Jacob Mantino, vissuto in Italia nel se-
colo XVI.
In questo scritto il Kaufmann dice:
" Il parati aussi avoir été autorisé (Mantino) à faire des con-
férences médicales à l'Université de Bologne. Ceci parati résulter
du texie de la dédicace de Leon l'Africaia ».
Leone Africano, ebreo battezzato, compose a Bologna un vocabo-
lario arabo-spagnolo che si conserva autografo nella biblioteca del-
l'Escurial; e una nota araba scritta in line al volume è così tradotta,
secondo la versione fattane dal Derembourg, che vide il codice (-) :
<* La traduzione di questo libro è stata terminata dall'umile ser-
vitore che l'ha composta, Giovanni Leone di Granata, un tempo chia-
mato Al-Hazan figlio di Mohammed, pesatore pubblico di Fez, alla
fine di gennaio dell'anno 24 dell'era cristiana, che corrisponde al-
l'anno 930 dell'era musulmana. E ciò nella città di Bologna in Italia,
per uso del dotto professore, dell' illustre medico Jacob figlio di Si-
mone Israelita ».
Sebbene il padre del nostro medico si chiamasse Samuele, molte
circostanze alle quali accennano così il Derembourg come il Kaufmann,
farebbero ritenere che l'opera fosse stata scritta appunto per il Man-
(') Voi. 27, p. 29 e segg. e p. 207 e segg.
(") Revue des études juives, voi. VII, p. 284.
— 19G -
tino ; ma uon mi pare che il titolo di professore dato da Leone al suo
amico (se pure la parola araba traducesi jìrofessore proprio nel senso
ora usato), indichi in alcun modo che maestro Jacob sia stato auto-
rizzato nel 1524, o precedentemente, a insegnare nell' Università di
Bologna.
Ciò mi parrebbe anzi da escludere, poiché gli stipendii dei let-
tori erano pagati dal Comune, e deliberati dal Senato bolognese; e
nei così detti Partitorum, che si conservano nell'Archivio di Stato di
Bologna, nessuna deliberazione trovasi sotto la data del 1524 o degli
anni precedenti, che al Mantino si riferisca.
IlMantino peraltro fu lettore pubblico nell'archiginnasio bolognese,
ma solo qualche anno dopo. Di questo non fanno menzione né il Kaufmann
né gli altri biografi del dotto ebreo; e trattandosi di un fatto abba-
stanza singolare e notevole per quei tempi, tenuto conto della fede
religiosa della persona, nonché dell' importanza dello Studio di Bologna,
ho ritenuto non privo d'interesse il darne notizia al Congresso, por-
tando a sua conoscenza il testo dei due deliberati del Reggimento Bo-
lognese che comprovano ciò senza dubbio alcuno.
Il primo suona così:
« 29 febbraio, sabato — espose il Vicelegato la mente e inten-
zione del Papa eh' é di provvedere di una lettura ordinaria in medicina
nell'archiginnasio di Bologna, colla provvisione e il salario consueto il
maestro Jacob Mantin ebreo come consta per breve di Sua Santità al
sopra detto legato dato nella città di Orvieto il 7 febbraio dell'anno
presente, ecc.
« E parere a lui potersi soddisfare ampiamente la volontà di Sua
Beatitudine anche con minore onere della stessa città di Bologna ove
si provveda il detto maestro Jacob almeno di un qualche salario ; vo-
lendo perciò, ecc. essere pronti ed ossequenti alla volontà, cioè agli
ordini di Sua Santità, per comando della quale il detto maestro Jacob
tradusse anche dall'ebraico in latino il Vecchio Testamento ovvero Bibbia,
ed essi con 14 fave bianche e 5 nere gli assegnarono, persuadendo che
così si dovesse fare il detto Reverendissimo, una provvisione annua di
lire 400 della corrente moneta sugli introiti delle tasse di mercatura
della città di Bologna, ecc.
« da pagarsi alla prima distribuzione da spedirsi, e da continuarsi
a bene placito del vicelegato e de' 40, e se non in quel tempo in cui
lo stesso maestro Jacob risiedesse in Bologna » (').
(') Vedi nell'archivio di Stato di Bologna, Partitorum, voi. XVII.
- 197 —
La seconda deliberazione è testualmente del tenore che segue :
« 6 aprile 1528 — essendo stato ordinato che le lire 400 di prov-
visione da darsi al maestro Jacob Mantin ebreo per ordine del Papa
descritto nella tabella, sì ordina che nelle distribuzioni di ogni 3 mesi
sii posto de' dottori che prima tal partito non aveva ottenuto, e sii
soddisfatto così, ecc. e si dii il mandato di riscuoterle nella prima
prossima distribuzione che oggi si ordina, ecc. ed in cui si paghino
anche gli aumenti ai dottori, ordinato li 27 luglio 1526 che fu ag-
giunto alli loro salari » (') .
Da questi documenti risulta pertanto che il Mantino fu bensì chia-
mato, ma solo nel 1528, a insegnare nell'archiginnasio di Bologna; ed
esercitò effettivamente l'ufficio, poiché con la seconda deliberazione dei 40
ordinavasi il pagamento della retribuzione che era condizionato alla
effettiva dimora di maestro Jacob in Bologna.
Non può più sussistere pertanto ciò che in altro pimto della mono-
grafìa scrive il Kaufmann, e cioè che nei primi mesi del 1528 il Man-
tino avrebbe lasciato Bologna per le condizioni politiche dì quel tempo
per fissare la sua dimora a Venezia, dopo aver fatta breve permanenza
a Verona protetto dal vescovo dì quella diocesi. Il Kaufmann deduce
ciò da una deliberazione del Consiglio dei X, datata appunto 23 gen-
naio 1538, con la quale si concede al Mantino, per due mesi, di por-
tare la berretta nera, secondo l'usanza veneta in luogo del cappello
giallo imposto agli ebrei per distinguerli dai cristiani. Senonchè le de-
liberazioni del Consiglio dei X sono registrate secondo l'anno di stile
veneto, che incominciava col primo marzo ; e quindi la precitata con-
cessioue deve intendersi fatta il 28 gennaio non del 1528, ma del 1529
secondo l'era volgare.
Ciò del resto risulta chiaramente da alcuni passi della delibera-
zione stessa e dalla successione cronologica dei documenti.
Nella citata deliberazione è detto: » e perchè le prime patente
non hanno avuto lo integro effecto per esser stato el dito fisico as-
sente a Bologna, e nuovamente qui venuto come ora è sta riferito, ghe
siano prorogate le patente per ì doi mesi •>.
Se si trattasse dunque del 23 gennaio 1528, dovrebbe esìstere
.una prima concessione, anteriore; ma di questa non vi è traccia.
Troviamo invece fra i documenti (riportati in appendice allo scrìtto
del Kaufmann) una deliberazione del Consiglio dei X del 22 no-
(') Partitorum, voi. XVII.
— 198 —
vembre 1528, con la quale si concede a maestro Jacob di poter por-
tare la baretta negra per dot mesi, abitando perà in ghetto: e ciò:
Ad requisitionem et instantiam efflcacem Reverendi episcopi de
Auranges oratoris Regis cristianissimi.
Il Kaufmann registra questa deliberazione come posteriore all'altra,
ma invece è anteriore ed è evidentemente la prima delle concessioni.
Essa invero essendo fatta per due mesi, aveva bisogno di riconferma
nel gennaio 1529; e tale riconferma è quella appunto segnata 23 gen-
naio 1528, ma secondo lo stile veneto.
Questa seconda concessione essendo pur essa bimestrale, scadeva
circa alla fine di marzo 1529, e sotto la data del 17 marzo 1529 tro-
viamo una nuova deliberazione del Consiglio dei X che proroga al
Mantino il permesso, e questa volta per quattro mesi.
Giova pure notare che mentre nella concessione del 23 gennaio 1528
(stile veneto) non si accenna ad alcun raccomandante, quella invece
del 28 novembre 1528 è raccomandata nientedimeno che dal vescovo
d' Grange oratore del Re cristianissimo. Gra è evidente che una sì po-
tente raccomandazione occorresse per una prima concessione piuttosto
che per una conferma.
Il Kaufmann, del resto, ha preso equivoco sia per non essere stato
avvertito del modo con cui computavansi gli anni nelle citate delibe-
razioni, sia per un errore materiale di copiatura del documento, che
gli fu indicato come scritto a carta 14^ del Registro 51 (4) mentre
invece queste carta 14^ non esiste ; ed il documento è scritto a carta 146
del volume 51, cioè dop)o la deliberazione del 23 novembre 1528, che
trovasi segnata a carta 128 del registro stesso.
In questo modo ogni contraddizione cessa.
Maestro Jacob nel 1528 era a Bologna lettore pubblico nell'ar-
chiginnasio, e si trasferiva a Venezia solo al principio del 1529.
Poiché Jacob Mantino fu veramente uomo di grandissimo valore,
protetto da tre pontefici ('), e tenuto in alto pregio da insigni perso-
naggi del suo tempo (^), sembravami valesse la pena di far conoscere
due documenti importanti che lo riguardano, e di rettificare in un punto
la monografia del Dr. Kaufmann, la quale rimane non pertanto, a mio avviso,
il lavoro più notevole pubblicato fin qui intorno a questo dotto Ebreo.
(>} Leone X, Clemente VII, Paolo III.
(^) Ercole Gonzaga, Andrea Gritti, Guido Rongone, Teodoro Trivulzio.
XIX.
BEN-STDA.
Comunicazione del prof. H. P. Chajks.
Ueber wenige Ereignisse von weltgeschichtlicher Bedeutung fliessen
die Quellen so diirftig, vvie liber das Leben und den Tod Christi. Wenn
man von den evangelisclien Berichten absieht, die doch dem Historiker
in gewissem Sinne als Partei- und Tendenzschriften gelten miissen,
haben wir eigentlich Nichts, das aiif grossere Beachtung Anspruch er-
heben kònnte. Zeitgenossische ròmische Quellen schweigen sich aus,
spàtere beschàftigen sich mehr mit der Bewegung, als init der Per-
sonlichkeit, die sie eingeleitet hat. Josephus (Ant. XVIII, 3, 3) mit
seinem Zeugnisse iiber Jesus ('), komnit der ernsten Forschung kaum
in Betracht. Es ist daher sehr begreiflich, dass jene Mànner, die
der Geschichte des ersten Christentums ihre Arbeit weihen, mit gros-
serem oder geringeren Eifer und Erfolg das Gebiet der talmudischen
Literatur durchsucben, in der Voraussetzung, dass eine àhnliche, dem
Schosse des Judentums entstammende Erscheinung, doch nicht ohne
Spuren im jiidischen Schrifttume der alteren Zeit geblieben sein kònne.
Nun freilich muss man an die Beniitzung des genannten Quellen mit
gròsster Vorsicht herantreten.
Der Talmud ist nicht das Werk eines Menschen, auch nicht einer
Periode. Es ist in diesen Schriften die Gedankenarbeit von Hunderten
in Jahrhunderten niedergelegt worden. — Wir finden Mànner ver-
treten, die alter als Jesus oder scine Zeitgenossen waren, aber auch
solche, die zieralich fiinf Jhdte spater und in Landern lebten, die das
Christentum kaum den Namen nach kannten. — Ausserdem ist jenes
(') Die Literatur hieriiber bei Schiirer « Gesch. des jud. Volkes im Zeitalter
J. Chr.» (3 Aufl. I. Bd. § 17, Anh. 2, S. 544 ff). Ant. XX. 9. 1 wird iibrigens
Jacobus als " àóeXfpòv ^hjooP tot keyov/néyov XQiaToP n erwahnt.
— 200 —
Sclirifttum uicht von einheitlichem Charakter; man teilt es gemeinig-
lich in die Halacha und die Aggada. Die erstere, die das religiòs-ri-
tuelle Leben zìi regelii hat, ist — wie ein geistvoller Gelelirter treffend
betonte — niclit so selir ein Codex, eine Gesetzsammlung, als viel-
mehr eine Sammlung von Protocollen der gelehrten Gesellschaften jener
Zeit. Die Aggada ist eine Collection von Legeuden, vielfach aber
von Stellen, die den Character unserer Predigten tragen. Nun wird es
wol lieutzutage keinem Mensclien beifallen, die Produkte eines noch so
gefeierten Kanzelredners als Geschichtsquellen anzuseben, iim so zu-
zriickhaltender muss man jenen des Alterturas gegeniiber sein, die, so
unschàtzbar ihr culturliistorischer Wert auch sein mag, ftìr die Ge-
scbichte niir àusserst vorsichtig verwertet werden konnen. Wir diirften
immerhin sictierer aiiftreten konnen, insoweit wir halachischen Boden
unter den Fiissen haben; hier fiihlen wir iins doch halbwegs frei von
jener Atmosphàre der phantastischen Ausschmiickung und Tendenz-
malerei, die nim einmal im Wesen der Predigt liegt. AUerdings
mtissten wir aneli — annàhernd wenigstens — vom Alter jener Mittei-
liingen unterriclitet sein, das daun niclit allzusehr vom Zeitalter, das
ims beschàftigt, entfernt sein darf.
In der Tat glaiibte man, in àlteren tannaitischen Berichten (die
tannaitische Zeit etwa 2**=^ Jhdt. a. Chr.-2*'^^ p. Chr.) NachricMen
entdeckt zu haben, die — einigermassen maskirt — doch auf Jesus und
seinen Tod Bezug haben. Jene Stellen, die von dem Manne handeln,
der unserem Aufsatze den Namen gegeben hat, soUen sich angeblich
mit keinem Anderen als Christus beschàftigen. Aufgabe dieser kiirzen
Studie ist es nun, die Nichtidentitàt der beiden Mànner — teilweise
nach dem Vorgange Anderer — nachzuweisen, und hierauf die Person
zu bezeichnen, die mòglicher- ja wahrscheinlicherweise unter « Ben-Stda »
gemeint sei.
I.
Im Tractate Sabbath p. 104'' findet sich eine Controverse zwischen
Eliezer (b. Hyrkanos) und seinen Collegen. «^ Wenn Jemand Buch-
staben leicht in seine Haut einritzt — kann das schon als Schreiben auf-
gefasst werden, das sich Samstags verbietet ? » . Die Collegen stellen
es in Abrede, da die Schrift sich sebr bald verwische. Eliezer kommt
ihnen jedoch mit einer Tatsache: «Hat nicht ben Stda Zaubersprii-
che auf diese Weise aus Aegypten gebracht « (folglich kann eine ge-
wisse Dauerhaftigkeit nicht geleugnet werden). Antwort: « Er war ein
— 201 —
Besessenei- (0 und kann ims nicht als Beweis gelten " . Schon die Amoràer
(Gesetzeslehrer) des dritten Jahrhiinderts erklaren diese Stellen als auf
Jesus beztiglich (-), sind aber in arger Verlegenheit mit dem Namen,
den sie durcli gradezii iinmògliche Deutungen als » Sohn der Treiilo-
sen " herauskriegen. — Ohne uns davon beeinfliissen zu lassen, miissen
wir einfach die urspriingliche Quelle fragen : Kann an Jesus als « ben
Stda » gedacht werden ? Sehen wir uns zunàchst die (ib.) genannten
Lehrer an. Einer der Tràger unserer Discussion ist Eliezer b. Hyrkanos
(bliihte ca 50-110) ('), ein Zeitgenosse also der apostolischen Jiinger.
Aber nicht nur ihr Zeitgenosse war er, wir konnen ihm auch Verbin-
dungen — fast freuiidschaftlicher Natur — mit den ersten Christen,
die sich eben noch nicht vom Judenturae losgelòst haben, nachweisen. —
Tosiphta ChuUin II (ed. Zuckermandel p. 503, z. 18 f., auch Par.) wird
uns berichtet, dass Eliezer von den romischen Behòrdeu (wol unter
Domitian?) wegen Hinneigung zum Christentum angeklagt wurde.
Er weist wol diesen Vorwurf energisch zuriick, erwàhnt aber — seinen
Jungern gegeniiber — seinen Verkehr mit Jacob aus dem Dorfe Se-
kanja ('), der ihm einen Bibelvers im Namen Jesu erkliirte (^). Inte-
ressant ist — was meines Wisseiis noch nicht hervorgehoben wurde —
(>) Das hebr. Wort sòtóh wird hier wol als « Verruckter, Besessener >»
zu fassen sein. Hilufìg im Talmud als Gegensatz des piqeacli-Normalmenscli. Vgl.
auch CliuUin 49^. Der Sinn wiire also, der Mann hat es mit Hilfe von Mitteln
vermocht, die nicht jedem zur Verfiigung stehen. Verriickte erklarten sie fur von
Geistern Besessene vgl. Joh. X, 20 « éaifióviov è'/h xal fAaiyerai n. MK. I, 23
uév nrevfiaxi dxnf^t'cQTw n (hiezu b. Sanh 65^). Unsere Stelle findet sich mit Ab-
weichungen noch jor. Sabb. XII, 5, Tos. Sab. XI (12) p. 126, z. 3 ff.
i^) Die Stelle fehlt in unseren Ausgaben, findet sich jedoch in Eabbinowicz
« Variae lectiones in Mischnam et in Talmud babyl.». Bd. Sabbath a. 1.
(») Ueber ihn s. die Handbucher; iiber scine Jugend Aboth di R. Nathan,
VI, b. Gittin p. 56 beweist, dass er ura 66-70 in Jerusalem lebte.
(*) Wir kOnnen hier nicht auf die Identificirung dieser Pers6nlichkeit uns
einlasscn; beachtenswert ist der Bericht (Gittin 57*J dass die Einwohnerschaft
dieses Ortes die Zerstorung der heiligen Stadt nicht gehorig betrauerte. Die Chri-
sten verhielten sich bekanntlich der Revoluzion (66-70) gegeniiber, mehr ablehnend,
wol weil Jesus die ZerstOrung der Stadt prophezeite (Mt. 24, 2). Sie verliessen
auch Jerusalem, um nicht ani Kampfe teilzunehmen vgl. Eusebius hist. eccl. III,
5 (2-3).
{^) In seinem Testamento (Berakoth p. 28) verbietet wol Eliezer eben des
wegen, der Jugend freic Hand in der Bibellecture zu lassen. Sie solite sich vielmehr
an die Erkliirung der Meister halten, um nicht von christ. Deutungen sich fangen
zu lassen. Beachtenswert ist noch, dass um jene Zeit bereits in den Lehrhàusern
gegen christl. Propaganda Stellung genommen wurde vgl. Tosiphta Jadaim II (683,
Z. 18 f.).
— 202 -
dass manche Ausspruche Eliezers mit gewissen evangelischen Sàtzen
sich ganz auifàllig beruhren (^). Ist es nun — fragen wir — menschen-
moglich, dass ein so gearteter Mann, der wol die Geschichte Christi
aiis ersten Quellen kennen mochte, diesen mit einer ruhigen Selbstver-
stàndlichkeit (oline polemische Absicht wolgemerkt, da im intimen Kreise
der Schule) als àgyptischen Winkelzauberer hingestellt bàtte? Wir ant-
worten klipp und klar : Nein. — Und dann : Was hat Jesus in Aegypten
zu suchen (^)? Man verweist freilich in der Regel auf (Mt. I, 13 f.),
die Flucbt nach Aegj^pten. Aber selbst nach diesem Berichte kam Jesus
noch als Kind zuriick (v. 20), ausserdem kònnen wir es als sicber hin-
stellen, dass man in àltesten christlichen Kreisen von dieser Reise nichts
wusste (^). Sie felilt in alien anderen evangelischen Schriften und ver-
dankt ihre Entstehung nur dem Bibelverse (Hosea, 11, 1): Aus Ae-
gypten rief ich meinen Sohn.
Die zweite Stelle, in der ben Stda erwàhnt wird, fìndet sich To-
siphta Sanhedrin X (ed. Zuckerm, 431, z. 4 ff.) (*) und ist von gros-
serem Belange. Hier handelt es sich direct um einen Verfiihrer (mésith),
der das Volk zum Abfall verleitet. Um eine rechtsgiiltige Zeugen-
aussage iìber seinen Verrat zu bekommen, liess man — einmal seinen
Aufenthalt ausgekundschaftet — zwei Gelehrte dem Mésith in seiner
nachsten Nàhe auflauern, damit sie uber sein Tun und Reden genaue
Rechenschaft abzulegen in der Lage seien {^). « So — fiigt die
(') IchmSchte nur folgende hervorheben : 1) Berakoth p. 29^ sein Gebet: " Es
geschehe Dein Wille im Himmel, gib Wolgefallen den dich Furcbtigen " (vgl. Mt, VI,
9 f., besonders Lue. II, 14). — 2) Sota p. 48^ : « Wenn Jemand Brot im Korbe hat und
fragt was werde ich raorgen essen, so ist er einer der Kleinglàubigen n (vgl. Mtth. VI,
11, bes. 31). — 3) Aboth II 6; « Die Ehre deines nachsten sei dir so wert wie deine
eigene . . und tue Busse einen Tag vor deinem Tode » (dh. jeden Tag vgl. Mtth. XXIV,
42 ff.). — 4) Man diirfe niemals einen Menschen mit beiden Hànden von sich stos-
sen : « die Linke stosse ihn weg, die Rechte ziehe ihn heran n (vgl. Sanh. 107'' wo es
direct auf Jesus gedeutet wird, die richtige LA. Eliezer findet sich in der Mekilta und
Jalkut). Ich sehe hier eine schone Parallele zu dem, freilich in anderem Sinne ge-
brauchten, Satze von der " Linken, die nicht wissen soli, was die Rechte tut »
(Mtth. VI, 3). V. noch Briill « MebÒ Ha-Misna " I, p. 274.
(^) Aegypten galt den Juden als Vaterland der Zauberei, darum mochten sie
wol den Aegyptier ben Stda als Zauberer hingestellt haben vgl. Menahoth p. 85^
(^) Die Kindheitsgeschichte bei Matthàus zeigt sehr spate Ziige, die vielleicht
erst dem 2*®" Jhdt. angehoren vgl. z. B. Soltau « Die Geburtsgeschichte Jesu
Christi". 1902.
{*) Parallelstellen: jer. Sanh. VII, 16, b. p. 67^ uncensurirte Ausgabe, wo
direct Christus substituirt wird.
(^) Aehnlich liesse sich vielleicht das Vorgehen Judas' erklàren. Er war vora
Synhedrion beauftragt, iìber Jesus, dessen Vertrauen er sich erschleichen konnte,
Bericht zu erstatten.
- 203 —
Quelle hinzu — machte man es auch dem ben Stda in Lydda, man
liess ihm dm-ch zwei Gelehrte auflauern sind steinigte ihn hierauf».
Auch dieser Bericht kann unmòglich auf Jesus Bezug haben. — Dieser
wurde — nach den evang. Mitteilungen (Mt. XXVI, 36 u. Par.) nicht
in Lydda (^) sondern in einem Vororte Jerusalems gefangen genom-
men; ausserdem nicht von den jiid. Behorden nach jiid. Rechte ge-
steinigt, sondern vom ròmischen Procurator zur Kreuzigung verurteilt.
In der Tat haben schon Derenbourg (Essai sur l'histoire, etc.
p. 468 s.) und M. Joél (Blicke, etc. II,, p. 55 f.) — aus freilich an-
deren Griinden — betoni, dass wir es mit Christus nicht zu tun haben
kònnen ; trotzdem findet man die Identificirung noch in spàteren Hand-
biichern (vgl. Levy, Nhb. Wb. s. v., auch Kohut 'Aruk completum VII,
s. V. u. s.). Die Ursache wird wol hierin zu suchen sein, dass sie
keine andere Person ausfindig machen konnten, die unseren Angaben
entsprechen wtirde. Vielleicht werden wir hierin gliicklicher sein.
II.
Zunachst mussen wir die Punkte feststellen, die sich aus unseren
Berichte fiir die Characterisirung des Mannes und seiner Zeit ergeben.
1) Er galt als Zauberer, d. h. also er muss Wunder getan haben,
2) er war aus Aegypten oder lebte in Aegypten, 3) er war ein Ver-
fiihrer d. h. er suchte auf die Menge einen (politischen oder religiò-
sen) Einfluss auszuiiben. 4) Er wird ein — wol àlterer — Zeitgenosse
Eliezer's gewesen sein, da letzterer augenscheinlich von einer Erscheinung
jiingsten Datums spricht; lebte ùbrigens auch in Lydda, dem Wohnorte
Eliezers (*).
Es ist klar, dass falsclie Propheten, Verfiihrer und dergl. in einer
Zeit am besten gedeihen mussen, die das bedruckte Volk zu Aufstàn-
den geneigt findet. Sie kommen eben dem unter sothanen Umstànden
sich miichtig entwickelnden, messianischen Glauben geschickt entgegen.
Fiir uns wi'u-de sich also die Epoche der sich vorbereitenden grossen
Revoluzion {^Q) empfehlen. Wirklich erzàhlt uns Josephus (Ant.
XX, 159, b. jud. II, XIII, 4 ed. Niese, § 258 s.) Folgendes : « Es
(') Lydda an der Strasse von Jope nach Jerusalem, eine eigene Toparchie
b. j. n, 20, 4.
{^) Eliezer batte sein Collesr in Lydda vgL b. Sanh. p. Z2b, dorthin wurde
scine Leiche ùberfuhrt (ib. p. (38^). Er musste also uber die Verhàltnisse sehr gut
unterrichtet gewesen sein.
— 204 —
entstand ausserdem eine neiie Gattung von Uebeltàtern, an Hiinden
wol reiner (als die Sikarier) an Gedanken aber verbrecherischer. Ver-
fiihrer und Betriiger, die nnter dem Vorwande gòttlicher Sendung
Neuerungen und Umwiilzungen bezweckten, das Volk zu (relig.) Ra-
serei zu bewegen suchten, es in die Wiiste lockten, wo ihnen Gott
Zeichen (Wunder) der Befreiung zeigen wiirde " . Also Vei-fiihrer und
Wunderfcàter ! Unter diesen konnen wir jedoch einen Mann entdecken,
der noch genauer in die Schilderung unserer Quellen hineinpassen
wiirde. Ich meine den àgypischen Pseudopropheten. Jos. (Ant. ib.
Vili, 6, 6, b. ib. XIII, 5) bericMet: " Eine gròssere Plage noch verursachte
den Juden « ó Alyimciog xpevdoTiQo(fi)Trj(; y> . Es war namlich ein Betrii-
ger in's Land gekommen, der sich das Ansehen eines P?^opheten ver-
schafft und gegen 30,000 Betrogener uns sich gesammelt batte. Br
vereinigte seine Scbaaren in der Wf/sle (fx T*~g sQìjniag), suchte in
Jerusalem einzudringen, wurde jedoch vom Procurator geschlagen. Er
selbst entfloh, wàhrend die meisten seiner Anhànger niedergemacht
wurden. Er galt seinen Verehrern als Prophet, denjenigen aber, die
nicht an seine Sendung glaubten, vermoge seiner Zeichen jedenfalls als
Zauberer (Piinkt 1), er war aus Aegypten (Punkt 2), verfiihrte das Volk
zu Aufstànden (Punkt 3) und war Zeitgenosse Eliezer's (Punkt 4) ! —
Ich weiss freilich, dass noch immer einige Schwierigkeiten zu losen
l)leiben. — Zunàchst, dass nach Josephus der Mann entkommen konnte,
wàhrend Tos. Sanh. von der Hinrichtung ben Stda's berichtet C).
Ich mochte nun hieriiber folgende Verniutung aussprechen : Ben Stda
entrann wol der Gefahr nnter Felix (52-60), wurde jedoch nachtrag-
lich von den judischen Behòrden austindig gemacht und hingerichtet
(66-70). Wir miissen uns nàmlich denken, dass er im Geheimen in der
Zwischenzeit sein Wesen weiter getrieben habe, bis ihn endlich die Ne-
mesis traf (^). Mòglicherweise findet sich eine Spur auch in N. T. In
der Parusierede (Mtth. XXIV, 24 f.) wird vor falschen Propheten ge-
warnt. « Wenn man euch sagt: Sieh', er ist in der Wiiste [erinnern
wir uns, dass der Aegypter in der Wiiste jene Truppen sammelte] so
geht nicht hin; sieh', er ist in geheimen Kàmmerchen — glaubt nicht » .
Das heisst also, dass der Prophet sich verborgen hielt und im « ge-
(») Auch Act. ap. XXI, 38 bestàtigt, dass der Aegypter noch einige Jahre
spàter von den Komern gesuchtwurde Paulus wird namlich vom romischen Haupt-
mann mit jenem Pseudopropheten verwechselt.
(2) Schiirer (P p. 576, 33) bemerkt mit Recht zu den Worten des Jos. (Ant.
XX, 8, 6) ó cfè JiyvTJTiog . . avròg dcpavijg èyèvexo " ohne Zweifel glaubte das Volkan
ein wunderbares Entkommen und hoffte auf Riickkehr ». So war es auch spàter
mit den Pseudomessiassen David Alroy und Sabbathai Zewi.
— 205 —
beimeli Stiibclien » sein Werk fortsetzte. Interessant ist aiich Mtth. ib.
V. 6 wo mit Riicksicht auf die Pseudochhstiisse von « Krieg imd Kriegs-
geschrei " gesprochen wird. Wir wissen, dass Felix unserem Mann eine
regeirechte Schlacbt lieferte (^).
Noch bleibt uns eine zweite Verlegenbeit. Hatten die Juden um
diese Zeit noch das Recht der Justificirung ? Job. XVIII, 31 sagt:
« Wir diirfen keinen mehr binricbten », auch j. Sanb. p. 18* berichtet,
dass 40 Jabre vor der Zerstorung des Tempels " die Urteile iiber Leben
und Tod von Israel genommen wurden " . Wie konnte also « ben Stda »
(gegen 66) gesteinigt d. b. nacb jtid. Recbt abgeurteilt werden ? Die
Antwort ist einfacb folgende : Die Juden liessen sicb jene Beschrankiing
natiirlicb nur so lange gefallen, als sie in Jerusalem die ròmiscbe
Herrschaft anerkannten. Wàbrend der ersten, siegreicben Phase der
Revohizion, als die romischen Soldaten niedergemetzelt wnrden und das
frerade Jocb — wenn aucb nur fiir kurze Zeit — abgescbiittelt wurde
(vgl. b. j. II, XVII. 10, auch ib. 2, 3), haben die Empòrer sicherlich
das jus gladii in vollem Ausraasse wieder eingefiihrt. So liesse sich
eventuell aucb die Steiniguug des Stephanus (Act. ap. VII, 57 f.) er-
klàren (^), wenii die Zeit stimmen wiirde. So hatten wir denn die
Hindernisse so ziemlich iiberwunden und diirfte der Gleichsetzung :
ben Stda, = ip£vóoTTQO(prjTrjg Alyvmioc. nichts Ernstes mehr im Wege
stehen (*). Wie verlieren biemit endgiltig eine Mitteilung iiber Chri-
stus — ohne das wir's eigentlich bedauern mussten. Denn es bàtte un-
sere Begriffe entschieden eher verwirrt als geklàrt, wenn ein Mann wie
Eliezer, Zeitgenosse der apostolischen Generation, von Jesus als einem
erstbesten Schwarzkiinstler gesprochen batte.
(•) Dass sich die Parusierede auf die Zeit des grossen Krieges beziehe, glaube
ich Markus-Studien p. 73 f. wahrscheinlich gemacht zu haben.
(2) Hiernach wird Schiirer (IP, p. 208 f.) teilweise zu berichtigen seia. Auch
spàter unter Bar-Cochba, als die Juden einer momentanen Selbststandigkeit sich
erfreuten, scheinen sie das alte Gerichtsverfahren wieder eingefiihrt zu haben (vgl.
die aus dieser Zeit stainmende Mischnah Sanh. XI, 4 und nieine Bemerkungen
REJ. n° 77, p. 40, 6).
(») Noch einige Worte uber den Namen. Fiir std wird sich aus dem semi-
tischen Sprachgute eine Bedeutung schwerlich er niitteln lassen (vgl. Kohut, VII,
s.v. der an Stata denkt.). Doch gibt es auch eine zweite LA stra, fiir die sich Schorr
(Hechaluz, IX, 24) aus freilich unsinnigen Grundoi entschliesst. Doch ist nicht
za leugnen, dass wir str leichter erklilren kOnnten ; es tindet sich diese Wurzel
im Aram.-Talmudischen in mehrfacher Bedeutung (Seite; schlagen, Lohn); in
unseren Ausgaben jer. Berakoth p. 2= fìndet sich segar ein n. pr. bar Str (freilich
lehnt Kohut, VI, s. v. diese LA ab, so auch schon Frankel Introd. in talm.
hieros. p. 126'').
XX.
IL RIORDINAMENTO DEGLI STUDII NEL PIEMONTE
PROMOSSO NEL SECOLO XVIII DA DUE ILLUSTRI SICILIANI.
Comunicazione del prof. Salvatore Eomano.
Carlo Denina, nella Histoire ms. de Victor Amédée II Due de
Savoie et Roi de Sardaigne, relativamente allo stato della cultura in
Piemonte, alla fine del secolo decimosettimo, scrive:
« Non vi erano alla fine del secolo XVII che pochissime persone
mediocremente istruite nelle belle lettere e nelle scienze.
« In tutto ciò che pubblicavasi in genere di eloquenza o di poesia,
non eravi che ampollosità e concettini. Alcuni reputati uomini intel-
ligenti e colti, non si occupavano che di alchimia e di astrologia. Benché
r Italia avesse ammirato Galileo, la Francia Cartesio, l' Inghilterra
Bacone, non si conosceva comunemente in Piemonte che la filosofia
scolastica, né v'erano che cattivi peripatetici.
li Anche i magistrati, allorquando dovevano fare qualche arringa
0 stendere qualche parere ragionato, dovevano ricorrere ai Gesuiti ».
Parlando quindi della pubblica istruzione dice: « L'Università di
Torino era stata fondata l'anno 1405 da Ludovico di Savoia, principe
di Acaia, e trapiantata poi ora a Savigliano, ora a Moncalieri e a Ca-
rignano, a cagione di guerre o di altri disordini che travagliavano la
capitale. Ristabilita quasi 150 anni dopo da Emanuele Filiberto, essa
era ancora decaduta allo estremo dopo il regno di Carlo Emanuele I.
Si conosceva che le guerre di questo principe e le infelicità civili che
seguirono la morte di Vittorio Amedeo I avevano di assai contribuito
a tal decadimento ; ma poiché il regno pacifico di Carlo Emanuele II
e la tranquilla reggenza della vedova di lui, che non lasciò di prov-
vedervi, non ebbero virtù di ristorarla, si poteva credere agevolmente
che altre cagioni mantenessero quello stato di languore e decadimento.
Alcuni l'attribuivano a una società celebre che reputavasi generalmente
- 208 —
contraria a ogni stabilimento letterario che non le appartenesse ; e in-
teressata per massima a serbare l' ignoranza e il mal gusto nella na-
zione » (0-
Sì poco floridi erano adunque gli studi nel Piemonte quando, al
cominciare dell'ottocento, il Duca Vittorio Amedeo II diveniva Re di
Sicilia. Recossi egli nell'ottobre del 1713 nell' isola, per prendere pos-
sesso del novello reame, e venne solennemente incoronato nella Matrice
di Palermo; ma, dopo essere ivi rimasto alquanti mesi, tornò a Torino.
Quivi egli condusse alcuni illustri Siciliani, tra cui il celebre architetto
Filippo Jurava, il cav. Giuseppe Orosio, abilissimo uomo di Stato, e
i due dottissimi giureconsulti e letterati Nicolò Pensabene e Francesco
D'Aguirre. A questi ultimi commise di fargli qualche proposta per il
riordinamento degli studi generali; e il D'Aguirre, adempiendo dili-
gentemente tale incarico, addì 4 aprile 1715 gli presentò un'opera
manoscritta intitolata Della fondazione e del ristabilimento degli studi
generali in Torino. Quest'opera, della quale a lungo parla il Vallauri
nella Storia delle Università in Piemonte, affermando che servì di
norma nella compilazione delle costituzioni dell'Università del 1729, e
che si potrebbe anche ai giorni nostri consultare con grandissimo van-
taggio (2), era rimasta manoscritta nella Regia Università di Torino, ed
ora il Municipio di Salemi, patria di Francesco D'Aguirre, l' ha fatto a
sue spese pubblicare.
Vittorio Amedeo fu molto soddisfatto delle proposte del D'Aguirre,
e volle ch'egli stesso le mettesse in atto nominandolo a tal fine Regio
Avvocato fiscale dell'Università, ed ordinandogli che provvedesse alle
cattedre, col chiamarvi dotti professori dalle varie regioni italiane e
anche dall'estero. E ben diciotto, uomini tutti chiarissimi, ne chiamò il
D'Aguirre, facendo venire da Malta il teologo Bencini ; da Padova, il Pa-
sini, professore di sacra scrittura; dalla Calabria, il chiarissimo umanista
Bernardo Lama ; da Modena, il Tagliazzucchi, docente di eloquenza ; da
Roma, il Rigoletti, pel greco; da Parigi, il medico Rohault; da Pi-
perno, il canonico Campiani. Aveva anche invitato Gian Vincenzo Gra-
vina, che aveva aderito ed erasi messo in viaggio ; ma sventuratamente
giunto a 'Roma vi morì la notte del 6 gennaio 1718, come Pietro Me-
tastasio scrisse al D'Aguirre.
La novella Università inaugurossi il 17 novembre 1720 e Fran-
cesco D'Aguirre, che oltre ad esserne Avvocato fiscale, ne fu anche
(») Cfr. Filippo Cordova, / Siciliani in Piemonte nel secolo XVIII, p. 24.
{^) Cfr. Vallauri, Storia delle Università in Piemonte, libro II, cap. 9.
— 209 —
nominato Censore, lesse in quel giorno un pregevole discorso, di cui
si fa menzione negli Ada Athenei 1720-1721.
In quell'anno medesimo pubblicavasi la Costiiuzione universitaria,
e con essa s' istituiva un Magistrato della riforma, il cui capo col ti-
tolo di Conservatore, rappresentava l'Università, ne garentiva i diritti,
ne giudicava le cause. Questo importantissimo ufficio venne conferito
a Nicolò Pensatene, palermitano, ch'era stato sino allora reggente del
supremo Consiglio per gli affari di Sicilia, residente a Torino.
Frattanto il Re. seguendo i consigli e mettendo in atto le sapienti
proposte del D'Aguirre, prescrisse che non solo a Torino, ma benanco
in tutti gli altri popolosi comuni del regno, s' istituissero scuole di
grammatica e di umane lettere, a norma del regolamento che darebbe
il professore di letteratura latina dell'Università torinese. Ordinò altresì
che nelle principali città si fondassero pubbliche scuole di letteratura,
di filosofia e di teologia, pure dipendenti dall' Università, e che a
corona dell'editìzio dell'insegnamento secondario s'istituisse il Col-
legio delle Provincie. « Questa bella istituzione, di cui non offrono
esempio le altre provincie italiane, scrive il Vallauri, fu pure effetto
di un consiglio, dato al Re dal conte D'Aguirre ; il quale, quando pure
non avesse coi Piemontesi altro merito, dovrebbe, per questo solo, essere
da loro eternamente ringraziato » (').
Parlando Carlo Botta di questi Collegi nella sua Storia d' Italia
continuata da quella del Guicciardini, scrive : " S'informarono in questa
eletta Casa, si ammaestrarono e da essa alla luce del mondo letterario e
scientifico uscirono i primi intelletti di cui d'allora in poi il Piemonte
siasi vantato e si vanti. La più grande diffusione dei lumi in tutte le
terre subalpine, transalpine o oltremarine da quell' illustre emporio prin-
cipalmente si deve riconoscere. Tanto fu il grido a cui esso salì, che
anche dai paesi esteri i solleciti padri i lor figli vi mandavano " ('^).
La Costituzione universitaria, della quale ho fatto cenno, fu com-
presa nel Codice Vittoriano, che vide la luce nel 1723, e che fu poi base
alle rinomate Regie Costituzioni di Carlo Emanuele III, il quale volle che
di queste si componesse la terza parte. Dessa precorse quell'ordinamento
di studi, che ottanta anni più tardi in Francia parve superbo concetto
del genio di Napoleone I. Nel Piemonte ebbe vigore per tutto il se-
colo XVIIT e sino alla metà del secolo XIX, ed ebbe virtù di elevare
questa nobilissima e patriottica regione italiana a tale altezza di ci-
viltà e di sapere da renderla centro della unificazione politica d' Italia.
(') Op. cit., libro III, cap. 3.
(») Cfr. Botta, op. cit., Parigi, 1832, tomo Vili, p. 121.
1 A
Sezione VII. — Storia della Filosofia. ^^
XXI.
DI UN FRAMMENTO DI ANASSIMANDRO.
Comtinicazione del prof. Francesco Orkstano.
( Sunto). Il prof. Orestano comunica alla Sezione i risultati de' suoi
studi sul frammento di Anassimandro : e^ &v 6t rj yévsaiq è'<Tu rolg ovai,
xaì TTjv (fd-oQctv eig tavxà yCveadai xaià xqsmv. Sióóvai yàq avrà
tCdiv xcà óixrjv àXk^Xoig T^g ccdixiaq xatèc tr]v lov xqóvov tà^iv. Intrat-
tenendosi maggiormente sulla seconda metà del frammento, egli osserva
come la tradizione del concetto in essa racchiuso da Aristolele e Teo-
frasto a Simplicio è interrotta; e che, mentre quasi tutti i doxografì
greci intermedi ed anche quelli posteriori a Simplicio tramandano in
vario modo il concetto della prima metà del frammento, tacciono tutti
del rimanente, cioè, delle ragioni di giustizia cosmica che deteimine-
rebbero il ritorno delle cose al fondo comune donde sono generate. Po-
tendosi da ciò desumere che Simplicio, ai cui tempi era già andato
perduto il nsqì (pvaewg di Anassimandro, abbia attinto la notizia della
dottrina di Anassimandro direttamente ed esclusivamente da Aristotele
e Teofrasto, che ebbero sott'occhio il testo di Milesio, l' intero fram-
mento, quale si trova in Simplicio, può presumersi autentico o almeno
trasmesso in forma abbastanza fedele e attendibile.
Il prof. Orestano esamina quindi le varie edizioni del Commen-
tario di Simplicio limitatamente al frammento in discorso e si ferma
specialmente sulla quistione se la parola c(XXì]Xoig faccia o no parte
integrante del testo autentico, concludendo affermativamente. Esamina
inoltre e confuta tutte le altre correzioni del testo proposte da vari
autori, ammettendo che il frammento vada letto cosi com'è e facendo
soltanto delle riserve per la parola yctQ.
Dopo una rassegna critica delle varie interpretazioni pivi impor-
tanti sinora proposte, il prof. Orestano viene ad esporre la sua inter-
pretazione della seconda metà del frammento. Ciò che nella metafisica
- 212 -
distingue Anassimandro da Talete è l'aver meditato non soltanto sul-
l'origine, ma anche sulla fine delle cose. Osservando le vicende della
vita e della morte, del nascere e del perire, del principiare e del finire
di ogni cosa, Anassimandro intuì l'esistenza di un ordine universale, di
una giustizia cosmica immanente regolatrice del corso dell'essere in-
finito. La chiave del frammento sembra all'Orestano il xarà r?)»' rov
IQÓvov rà^iv. Un'esistenza particolare eterna, una individuazione senza
limiti di tempo appariva al Milesio come una violazione di giustizia
cosmica. Era già abbastanza ingiusta la separazione di una vita par-
ticolare dalle altre, la individuazione che sottrae campo ad infinite
altre possibilità dell'essere. Le cose individue debbono quindi darsi
vece nell'ordine del tempo : ciascuna avrà la sua durata, avrà la sua
particella di tempo, quella pai-ticella di dominio individuale, ch'è ap-
presa da Anassimandro in senso poetico, come avverte Simplicio, quale
un'ingiustizia. A questa interpretazione induce, secondo l'Orestano, il con-
cetto di ccTisiQov in Anassimandro. L'aTr^^or devesi infatti intendere
come qualitativamente indeterminato, ma non quantitativamente ed
estensivamente infinito. Che il concetto d'infinito in Anassimandro si
applica principalmente al tempo, alla durata infinita MV Httsiqov e
alla successione dei mondi che ne originano.
XXII.
LIBRI DI METODICA E DI PEDAGOGIA
PUBBLICATI IN SlClLIA NEL 1700 E NELLA PRIMA META DEL 1800.
Comunicazione del prof. Salv.\tore Romano.
Dei non pochi libri ed opuscoli, clie furono pubblicati in Sicilia
nel periodo di tempo sopra indicato, alcuni meritano speciale men-
zione, 0 per il loro contenuto o perchè giovarono non poco a diffon-
dere la cultura, specie nelle classi medie ed inferiori del popolo
siciliano.
Il più antico è un libriccino, messo a stampa nel 1728 dall'edi-
tore Gramignani di Palermo, col titolo / uantaggi della scuola pub-
blica sopra la privala, dimostrati in una lettera di risposta, al signor
conte N. N. da Ottavio Piceno. Questo libriccino è oramai rarissimo ;
ma, per fortuna, ne esiste un esemplare nella Biblioteca comunale di
Palermo, che fu esumato per caso nel 1870 da una Commissione d'in-
segnanti (di cui facevo io parte) incaricata di scrivere una Monografia,
e presentarla al settimo Congresso pedagogico italiano, che si tenne
a Napoli nel 1871.
Nella detta Monografia fecesi un breve riassunto della lettera del
Piceno, ed Emanuele Celesia, che fu segretario generale del Congresso,
ed allora scriveva la sua Sloria della Pedagogia Italiana, Io riportò
in questa sua opera. Da essa poscia, quasi con le stesse parole, lo
hanno trascritto gli autori dei tanti compendi di storia di pedagogia,
venuti fuori in quest'ultimo ventennio.
Il Piceno, dopo di avere, come si era proposto, dimostrato con
solidi argomenti e con l'autorità di Quintiliano e di altri dotti i mol-
teplici vantaggi della scuola pubblica sulla privata, espone concetti di
metodica e di pedagogia davvero eccellenti, e dà a quel savio padre
di famiglia, relativamente alla educazione dei figlioli, consigli che
sarebbe bene seguissero molti signori ed uomini politici dei tempi nostri.
214 —
Quattro anni dopo che il Piceno aveva pubblicato il detto libric-
cino, Francesco Caugiamila (uomo dotto e benemerito cittadino, che
la propria ricca libreria diede in dono alla città di Palermo, a fine di
fondare una pubblica biblioteca) mise in luce un Ragionamento sulla
utilità e necessità della buona educazione delle fanciulle e deW Isti-
tuto dei Collegi della Sacra Famìglia.
Cominciavano in quel tempo a sorgere in Sicilia per privata bene-
ficenza i Collegi di Maria (pii istituti di educazione che tuttora sussi-
stono, essendosi conformati agli ordinamenti scolastici odierni) aventi
per scopo precipuo, come leggesi nel loro statuto, il gratuito insegna-
gnamento delle fanciulle nei lavori donneschi, nella istruzione let-
teraria elementare e nell'aritmetica, senza trasandare la educazione
morale e religiosa cristiana. Or a fine di promuovere la fondazione
di questi provvidi istituti in tutti i Comuni siciliani, facendone cono-
scere la utilità, il Cangiamila nel 1732 pubblicò il libro suddetto. Ed
il suo civile e patriottico intento fu raggiunto, perchè i Collegi di
Maria si moltiplicarono ed il numero delle fanciulle che presero a
frequentarle, crebbe di molto.
Allo stesso nobile fine mirò un altro dotto siciliano, Pier Do-
menico Soresi, mettendo a luce nel 1774 un opuscoletto col titolo
Saggio sopra la necessità e la facilità di ammaestrare le fanciulle.
Né altro intendimento ebbe Carlo Santacolomba eh' era uno dei
più colti membri dell'Accademia del Buon Gusto, quando nel 1775
diede fuori un libro col titolo L'educazione della gioventù civile, pro-
posta ai figliuoli del R. Conservatorio del Buon Pastore. È oppor-
tuno ricordare che a Palermo nel 1565 era sorta, per opera dell'As-
sociazione detta di S- Dionisio, una Pia Casa pei fanciulli dispersi.
Di essa nel 1617 erasi fatto un Orfanotrofio di artigianelli, deno-
minandolo del Buon Pastore e dandogli sede dov'è oggidì il Regio
Conservatorio di Musica. Altro riordinamento aveva avuto questa Pia
Casa nel 1747, in virtù del quale alcuni dei fanciulli che vi erano
ricoverati avean avviamento alle lettere ed altri alla musica tanto
strumentale che vocale; se non che a breve andare l'insegnamento
musicale prevalse, e divenne un Conservatorio di musica.
Or il Santacolomba, essendone rettore, credette opportuno pubbli-
care per le stampe il sopra indicato libro, eh' è un vero trattato di
pedagogia, diviso in dieci capitoli. Egli, infatti, prima ragiona dotta-
mente della necessità di dare ai giovani, dotati essendo di ragione, di
libertà e di passioni, una buona educazione ed una conveniente cul-
tura ; poscia tratta dello studio delle lettere umane, e della pulitezza
— 215 —
dei costumi, che ci fa compagnevoli nella civile società ; in fine discorre
del modo di bene ammaestrare la classe dei musici per renderla utile
al paese. Non essendosi questo libro più ristampato, è divenuto ra-
rissimo.
Più importanti delle opere didattiche e pedagogiche suddette, e
di altre che per amore di brevità tralascio di ricordare, sono al certo
quelle scritte verso la fine del settecento da Giovanni Agostino De
Cosmi ; ma son troppo note, facendosene menzione in ogni storia di
pedagogia, sicché me ne passo, solo avvertendo che il metodo normale,
da lui introdotto in Sicilia, diede occasione a far pubblicare parecchi
libretti che aveano in mira il diffondere e commentare il detto metodo.
Nei primi anni dell'ottocento un voto del Parlamento siciliano,
promosse la pubblicazione di parecchi lavori pedagogici importanti e
al tempo stesso curiosi. È noto che l'anno 1812 l'antichissimo Par-
lamento siciliano, composto di tre Bracci, ecclesiastico, baronale o mi-
litare e demaniale si riunì a Palermo per l'ultima volta. Esso, dopo
di aver votato una nuova Costituzione, e di avere abolito i feudi, le
giurisdizioni baronali e i diritti angarici, fece un Appuntamento, l'ar-
ticolo primo del quale è il seguente:
« Colui che presenterà al nuovo Parlamento un piano di educa-
zione e d' istruzione pubblica che sarà dal medesimo riconosciuto il
più utile e della più facile esecuzione riceverà un premio di onze
quattrocento (L. 5098) «.
La speranza di guadagnare un premio, veramente cospicuo in quel
tempo, ed anche il desiderio di far cosa utile alla patria, spinsero non
pochi dotti siciliani a scrivere questo Piano di educazione e d'istru-
zione pubblica; e sebbene poi il nuovo Parlamento, nei tre anni di
vita fortunosa che ebbe, non abbia avuto agio di occuparsi di questo
affare, i lavori di alcuni dei concorrenti al premio andarono alla stampa.
Di recente, in una seduta della Società Siciliana per la Storia
Patria, ne ho esaminato parecchi, che sono riuscito a trovare. Il che
oramai non é cosa facile, essendosene allora stampato un numero
limitatissimo di esemplari, ed avendo la polizia borbonica, dopo i tu-
multi del 1820 e dopo la restaurazione del 1849, dato la caccia ad
ogni genere di libri che contenevano, o essa credeva che contenessero,
idee contrarie alla monarchia regnante.
In generale gli autori di questi lavori, che sono Santo Lisi, Ste-
fano Termini, Giuseppe Emanuele Ortolani, Domenico Parisi, Luigi
Papanno, Ignazio Roberto, manifestano idee progressiste, e talvolta
ultra progressiste, anzi addirittura utopistiche. Tutti propongono che
— 210
la istruzione, mai scompagnata dalla educazione morale e religiosa,
sia impartita ai fanciulli e agli adolescenti di tutte le classi sociali;
ed uno (più degli altri spinto nelle idee liberali) vorrebbe che vi fossero
obbligati a cominciare dal sesto sino al ventesimo anno. Si mostrano inoltre
caldi fautori dell'educazione civile e patriottica, da impartirsi per mezzo
di un catechismo politico, ed anche con pubbliche conferenze; ed a
complemento di essa credono necessaria l' istruzione militare. Danno
poi importanza grandissima all'insegnamento dell'agricoltura, che vo-
gliono sia impartito nei Seminari di agricoltura da istituirsi in ogni
capoluogo di distretto, ed anche per mezzo di Campi agrari. Peccato che
tante buone proposte non siano state attuate !
Ma se inattuate rimasero le proposte dei sopra nominati peda-
gogisti, miglior fortuna ebbero quelle di altri, che pochi anni dopo
scrissero libri ed opuscoli di metodica con il lodévole intento di dif-
fondere in Sicilia, specie nelle classi sociali inferiori, V istruzione ele-
mentare, per mezzo del metodo d' insegnamento, detto lane astriano.
Primo a scrivere su detto metodo fu Niccolò Scovazzo, quegli che
l'introdusse in Sicilia, ed apri a Palermo nel 1819 la prima scuola
lancastriana.
Vari sono gli opuscoli da lui pubblicati e più notevole quello
intitolato: Sopra il metodo di mutuo insegnamento applicato al di-
segno lineare, alla lingua italiana ed al progresso dell'aritmetica,
Palermo 1835. Al tempo stesso in Catania veniva in luce un libretto
col titolo : Cenni sui progressi in Catania dalla scuola di mutuo
insegnamento, sul disegno lineare, geografia ed aritmetica; ed a Cal-
tanissetta un altro di Michelangelo Vita, detto: Estratto delle materie
più interessanti contenute nel sistema di Bell e Lancaster.
Mi passo dal ricordarne tanti altri in seguito pubblicati a Pa-
lermo ed in altre città siciliane, essendo il metodo lancastiano stato
in uso in Sicilia fino al 1860, quando le scuole di ogni grado furono
ordinate a norma della legge Casati.
E qui metto punto, perchè i libri didattici e pedagogici, d'allora
in poi, ed anche la maggior parte di quelli pubblicati alcuni anni
prima in Sicilia, nulla hanno di speciale dei libri congeneri andati alla
stampa nelle altre regioni d' Italia.
XXIII.
I SALMI MESSIANICI.
SAGGIO DI UNA EDIZIONE CRITICA DEL TESTO EBRAICO.
Comunicazione di Salvatore Minocchi.
Io desidero, in queste poche pagine, di pubblicare alcune ricerche
sul testo originale del Libro dei Salmi, fatte l' anno scorso durante il
mio libero insegnamento di Lingua e Letteratura Ebraica nel K. Isti-
tuto di Studi Superiori in Firenze. Esse qui son limitate ai piti ce-
lebri salmi, cioè a quelli messianici II, XLV, LXXII, CX; e dietro
questi esempi si potranno con risultati somiglianti estendere a tutti
gli altri salmi.
Forse i lettori avrebbero voluto, che dei quattro salmi, così inte-
ressanti per la storia delle origini del Cristianesimo, io avessi dato
loro un largo commento critico e. storico. Mi duole, che ragioni indi-
pendenti dalla mia volontà mi costringano a restare nei limiti della
critica del testo ; è, nondimeno, anche necessario, eh' io faccia qui un
accenno di carattere storico. Nella mia prima edizione dei salmi tra-
dotti in italiano (1895) per buone ragioni mi parve bene di mante-
nere anch' io V opinione comune fra i critici, che i tre salmi, II, XLV
e LXXII, fossero dai loro autori indirizzati a qualche principe o re
del popolo d' Israele, e solo in maniera tipica e rappresentativa si
potesse cercarvi un senso intimamente messianico. Un ulteriore studio,
più sicuro di sé e più libero dal pregiudizio dell'opinione comune,
mi ha persuaso oggi, che questi tre salmi furono espressamente com-
posti, non per glorificare un re qualsiasi in Israele, ma solo e bensì
per esaltare il regno messianico e la figura del re Messia e Figlio
di Dio.
Siffatta conclusione, del resto, non ha in sé nulla di strano, mentre
ha tanto di ragionevole. Infatti i critici, pur rimanendo fermi nella
loro generica ipotesi di un re israelita, persiano, o greco, voluto, cele-
— 218 -
brare nei tre salmi, sono incertissimi poi nel riuscire a determinare
la persona storica dalla quale ciascuno di quei salmi è integrato; e
non riescono mai bene nel loro intento, più o meno probabile, se non
a patto di ammettere che i tre salmi abbiano, in processo di tempo,
subito adattamenti o rifacimenti relativi a un loro senso messianico
acquisito dipoi.
In particolare, quanto al salmo II, io posso vantarmi, per crederlo
interamente messianico, della validissima testimonianza del Cheyne,
che ha la stessa opinione. Il salmo LXXII è riferito da molti (Hitzig,
Reuss, Olshausen, Cheyne) a qualche re greco del III-II secolo, o
asmoneo (Duhm) del II-I secolo av. Cristo: ma di esso, non pochi
versi, e dal moderato Baethgen (vv. 8-11) e dall'arditissimo Duhm
(vv. 5-11), sono dichiarati come una posteriore aggiunta, poiché non
si può dar loro che un senso puramente messianico. Il salmo XLV è
anch' esso certamente dell' epoca greca, e ne dà argomento, se non
altro, r apparentissimo grecismo del verso 2 ; ma neanche qui è stato
possibile ai critici di trovare una persona storica alla quale possa
venir applicato, senza gravissime difficoltà d' interpretazione. Si com-
prende bene, che quest'inno epitalamico presenti, al pari degli altri
e più degli altri, non lieve difficoltà ad esser preso esclusivamente in
senso messianico ; ma tale difficoltà sparisce, se bene si considera che
il poeta salmista descrive e celebra il Messia, non secondo la perfetta
idea spirituale, che post eventum ne acquistò il mondo cristiano, ma
sulla regale immagine, ancor ricinta di un nebuloso splendore terreno,
che ne avevano al suo tempo gli Ebrei, e che pareva anzi tratta dalle
parole stesse dei Profeti. Di tal guisa questi salmi diventano invece
documenti preziosi per tracciare la storia dell'idea messianica nel
popolo d' Israele, che ho cercato appunto di svolgere, secondo le varie
sue fasi evolutive, nella mia Storia dei Salmi, in corso di pubbli-
cazione negli Sludi religiosi di Firenze.
Circa il salmo CX, nessuno dei critici oggi lo ascrive a David,
né a' suoi tempi — come già credette 1' Ewald — e le ragioni di ciò
sono ampiamente descritte nell'ultimo capitolo della mia Storia dei
Salmi] è invece comune sentenza, che il salmo celebri le vittorie e
il trionfo del Gran Sacerdote e principe d'Israele, Simone, fratello
di Giuda Maccabeo, specialmente da che l' illustre esegeta cattolico
J. Bickell scoprì nei primi suoi versi l'acrostico del nome stesso di
Simone. Io pure non saprei dire a chi meglio possa convenire il salmo,
escluso Simone ; tuttavia non sono persuaso che il salmo intenda proprio
parlar di lui. Comunque ciò sia, resta sempre certo per me, che il
— 219 —
poeta, se pur ha inteso di celebrare un principe terreno, lo ha glo-
rificato espressamente qual precursore e tipo del Messia; e quindi il
carattere messianico del salmo ci offre in ogni modo la via di inten-
derne il senso più pieno e più profondo.
Io mi ristringerò, dunque, a stabilire con precisione, fin dove è
possibile dallo stato presente del testo massoretico, la redazione pri-
mitiva originale dei quattro salmi messianici. Noi non abbiamo sinora
che una sola edizione critica dei salmi, quella a tutti nota del Well.
hausen, che fa parte della Biblia policroma edita da Paolo Haupt-
È ben noto anche, però, che l' opera del celebre critico tedesco è
riuscita assai minore della fama e dottrina dell' autore, non meno che
delle esigenze stesse del tema ; sia per mancanza di preparazione, sia
perchè non son maturi ancora i tempi per sì arduo lavoro. Non starò
qui a ripetere il severo giudizio dato dai critici sull'edizione del
Wellhausen, il cui primo difetto pare a me la mancanza di genialità
e di originalità, che tutti riconosciamo negli altri libri del grande scrit-
tore. Ma non posso qui tacere di uno, forse in pratica il più grave di
tutti ; e si è, che il Wellhausen nell' edizione sua non ha tenuto conto
delle esigenze ritmiche del metro, ormai sicuramente rintracciato nella
poesia ebraica originale.
Le dotte e pazienti ricerche del P. Gietmann S. J., del Bickell
soprattutto e del Ley, continuate oggi dal prof. Grimm dell'Univer-
sità cattolica di Friburgo in Svizzera, e da tanti altri valorosi ebraisti,
hanno in modo così chiaro dimostrata la ragion d' essere e gli effetti
certi del ritmo metrico nella poesia degli antichi Ebrei, che più non
è lecito di dubitarne. Questo ritmo, quanto alla sua forma generica
e sostanziale, resulta da un regolare numero di accenti o contro accenti
musicali, di cui vanno dotate in poesia le parole del verso, e che
spesso combina col loro stesso accento tonico ; ecco ciò che è provato
e indubitabile. Ma le incertezze cominciano e le difficoltà, quando ci
attentiamo di procedere, coi vari sistemi determinati dai critici, a
stabilire in pratica, verso per verso, il computo delle sillabe musicali,
e il valore di quelle propriamente accentuate, dalle altre prive di
accento musicale; computo spesso difficile, talvolta impossibile — donde
le varietà d' opinione fra' singoli critici — perchè non conosciamo con
precisione la pronunzia musicale degli Ebrei, anzi neanche la usuale
della lingua ebraica prima dei Maccabei ; e perchè non abbiamo schia-
rimenti di sorta sulle licenze poetiche e su le modificazioni che in
genere poteva subire il ritmo o la parola nell'uso del poetare, di
carattere così popolano, come erano i cori e le poesie degli antichi Ebrei.
- 220 -
È chiaro già che il presente mio lavoretto non ha veruna pretesa
di stabilire un sistema di ritmo, piuttosto che un altro; esso non ha
che r intento di proporre alcuue mie ricerche sullo stato presente del
testo, di fronte al primitivo origiuale. E però, pur tenendo ferma in
massima la questione degli accenti ritmici, non entrerò in verun modo
a dimostrare in pratica eseguito da questi salmi un sistema ritmico,
piuttosto che un altro. Mentre, infatti, io non potrei non tributare
elogi vivissimi ai dotti già nominati, che hanno spinto cosi in avanti
lo studio profondo della poesia biblica, io credo tuttavia che abbian
corso pericolo di traviare, allorché bene spesso hanno forzato il testo
ebraico a seguir le regole del loro ritmo, piuttosto che facilitare la
retta intelligenza del testo con la cauta determinazione del metro.
Troppo spesso il testo ebraico ci offre indizi di un rimaneggiamento
posteriore, troppo spesso la poesia biblica ci dà argomento di lacune
e di guasti irreparabili, da poter noi presumere di correggerne i difetti
col letto di Procuste del nostro sistema ritmico. Per mia parte debbo
confessare, che, usando di questo metodo di rispetto al ritmo, ma
ancor più di rispetto al testo tradizionale, mi son trovato più facil-
mente in grado di giungere al miglior risultato possibile dal punto
di visita critico.
Finalmente debbo avvertire, che tutto quanto sarò per dire più
0 meno certo o probabile, tutto ciò non ha che un puro valore critico
soggettivo, e che non perciò io intendo dare alle mie affermazioni e
conclusioni un qualsiasi valore religioso, in quanto esse riguardano
un libro sacro e inspirato, circa il cui testo sola è competente a dir
l'ultima parola la Chiesa docente. Tutte queste ricerche sono mie
personali, e non hanno altro valore che quello di esercitazioni critiche
sui documenti poetici degli antichi Ebrei, giunti a noi esclusivamente
fra i libri della Bibbia.
Salmo LXXII.
Esso è composto, secondo me, di otto strofe, ciascuna di quattro
versi, ogni verso constante di tre accenti ritmici. La prima strofa
(vv. 1-2) suona:
221
Tralascio le vocali masovetiche, le quali non rappresentano sempre
la genuina pronunzia antica. In questa strofa non vi è quasi veruna
modificazione da fare, ed essa procede con regolarità ed armonia
perfetta. Solo una certa esigenza di pronunzia ritmica vuole che
•^iiaa^,^ sia ridotto dal plurale al singolare, come esige anche il pa-
rallelismo dei versi, e come portano le antiche Versioni (LXX, Hier.).
Di più occorre mettere il nome proprio di Jahvé in luogo di Elohim,
comune in questo libro o gi'uppo particolare di salmi. — La pronunzia
ritmica probabilmente ha da essere : Jaìivéh mispatekà lemalktén, —
Wesddkalekd leben-mdlk: — Jadìn 'ammekd besddk, — We dniyekd
bemispdf. Salvi sempre i tre accenti che appariscono in ciascun verso,
rimane incerto se i musici ebrei cantassero, per esempio, mispatdk o
mispatkdj o in ambedue le maniere indifferentemente, ecc. Donde la
necessità di non spingere tropp' oltre le determinazioni sillabiche del
ritmo, se si vuol rimanere in un terreno critico sicuro. Per parte mia,
preferisco di non trascrivere la pronunzia musicale, che in sostanza
noi non conosciamo bene.
Seconda strofa (vv. 3-4): io credo di poter fare, per render mi-
gliore il ritmo, una lieve trasposizione di DJ?':' nel secondo verso; nel
quale poi tolgo il 2, preposizione che urta un poco la sintassi, e che,
per me, è derivata dall' aver fatto cadere in altri manoscritti la pa-
rola np*T2Ì nel 3° verso (come hanno i LXX), dove rendesi tosto ne-
cessaria la preposizione.
ote Dnn i«^^
arS npiis; mrnji
|V2K isnb r^trr
La posizione di DJ?S nel secondo verso sta bene in correlazione
con ^iW^ del primo, e chi ha pratica del parallelismo poetico ebraico
non tarderà a riconoscere che i due versi sono molto più ben fatti
ed eleganti che nel testo tradizionale. In fine del verso 4° la frase
p^ir S2T1, che avrebbe due accenti musicali, è fuori del ritmo e in
pari tempo del parallelismo, e dallo svolgersi dell'idea nel contesto
prossimo. Io la credo una nota marginale del tempo dell'oppressione
greca, e relativa forse ad Antioco Epifane.
La terza strofa (vv. 5-6) non subisce alterazioni di sorta; salvo
che la prima parola nel testo ebraico è evidentemente errata, e va
— 222 —
corretta con i dati della versione dei LXX, che forse portava un
TTD^^li psi' quanto questa parola non sia certa, e rimanga poco sodi-
sfacente.
tt^atr or "^nsv
Dmi "in ni^ ':sh)
li hv "ìioas in"»
La strofa quarta (vv. 7-8) è anch' essa perfetta nella sua naturai
giacitura, salvo che occorre leggere con le antiche versioni (LXX,
Hier. Syr.) p^^^ invece di p^^:;.
pi^ va^n nns"»
pK ^DBK ir nn^ìù)
La strofa quinta, a mio vedere, consta dei versi 9 e 11, di questa
guisa :
Dn2i irna^ r^sh
iminr^ n^ij ^^3
Soltanto nel primo verso ho sostituito, con 1' Olshausen ed altri,
U^l'l avversarii^ allo stranissimo D"2Ì, belve del deserto, del testo
masoretico ; ciò che è richiesto dalle esigenze del parallelismo col se-
condo verso che segue. — In mezzo a questa strofa sta il verso 10
che va scandito così:
KiDI XDU' ^'2hì^
È una strofa di quattro versi anch' essa, ma di ritmo affatto di-
verso — 8/2 accenti ogni due versi — che non ha nulla di comune
con l'ordinario del salmo. Potrebbe dirsi che questa strofa proviene
- 223 -
dalle licenze che potevano prendersi i poeti ebrei, ma per me ne du-
bito. La strofa dei versi 9 e 11 è cosi perfetta in sé stessa, che io
preferisco credere l'altra strofa del v. 10 inserita qui dal margine, e
tolta da qualche altro salmo messianico, a noi del resto sconosciuto.
La strofa sesta (vv. 12-13) è regolarissima :
^b nìi? p«i ^5n
La strofa settima va soggetta a qualche osservazione. Essa suona
così (vv. 14-15):
2nTì2 )b ]r\^^ ^n^i
n^xsn nrn bbs^n^i
Nel primo verso sembra da tenere DDHD come una glossa mar-
ginale. Infatti essa non solo rompe la regolarità del triplice accento
ritmico, ma inoltre è inutile perchè significa lo stesso che '^'[1^. Essa
è nel solito genere di glosse, che spiegano il vocabolo dubbio del
testo con un altro chiaro e di uso comune. Il Dt^H del margine impe-
diva al lettore di leggere "jlD nel senso di me23o. — Anche SDtT
del 3° verso mi pare una glossa marginale provocata dal v. 10, forse;
per lo meno, non se ne vede un motivo suflBciente, oltreché turba
il ritmo. — Ed una glossa si manifesta essere anche la finale del
V. 15 : inJD^Q"' DVn bs di sapore aramaizzante — cfr. la forma finale
del verbo — e che vuol dare senza dubbio ima spiegazione di quello
bb&tV che non deve intendersi di una preghiera vera e propria che
il povero beneficato faccia per il Messia a Dio — quasi il Messia ne
avesse bisogno — ma di una benedizione del povero, che ridonda a
tutto suo bene.
L'ottava ed ultima strofa si è la più dispersa e la più difficile
a rintracciare; essa è composta di varie frasi pei versi 16-17 così:
rn^ìic nrr[ b'2
— 224 —
Essa è così perfetta nella sua semplicità, che mi dispensa dal
farne una dimostrazione particolare. Esaminiamo, invece, le frasi tra-
lasciate. La frase Dnn ìTnn è una digiuna glossa marginale tra il
verso 1° il 2°, con la quale si vorrebbe spiegare il perchè il frutto
delle biade si commuove all' azione del vento, si come le foreste del
Libano; e cioè perchè al pari del Libano queste piantagioni di fru-
mento sono in vetta alle montagne! Tolta questa frase incomoda, i
due primi versi risultano nella loro spontanea naturalezza di una bel-
lezza di pensiero e di espressione, straordinaria. Tra il verso 2° e
il 3° è inserita la frase pXH nrPD n^rs: 12i^2:^1 che è un verso di
quattro accenti ritmici — come quelli del salmo XLV — - e che non
può appartenere a questo salmo. Dico non può, perchè nel contesto
non porta verun senso sodisfacente, e i critici non riescono, malgrado
le loro sottigliezze, a dargliene uno. Non si potrebbe cogliere più in
flagrante la citazione marginale di un verso, tolta da un altro canto
poetico, e inserita poi nel testo. Si può credere, anzi, che la frase sia
ima citazione del sai. 92, 8, ammesso che la parola "l^ri^ sia defor-
mata da un precedente D'^rìT*!-
Il 3" e 4° verso sono preceduti ciascuno da una frase D^irb It^^ "'!!%
e poi in IDISn^l, che saltano subito agli occhi come glosse esplicative
del 3° e 4° verso; esse significano esattamente, in parole comuni,
quello che i versi in parole più rare e poetiche, e non hanno alcun
movimento ritmico.
Ciò posto, ecco come si potrebbe ricostruire in versione italiana
lo stato originale di questo bellissimo salmo.
Jahvé, concedi il tuo diritto al Re,
e la giustizia tua al figlio del Re ;
SI ch'ei giudichi il tuo popolo per la giustizia,
ed i tuoi miseri per il diritto.
Arrechino i monti la pace,
e le colline la giustizia al popolo ;
egli difenda i miseri del popolo,
egli liberi i figli del povero (*).
I Ei regni lungamente quanto il sole,
e dinanzi alla luna di età in età;
discenda come pioggia sul falciato,
come un'acqua a inzuppare il terreno.
Fiorisca a' suoi dì la giustizia,
e molta pace sinché svanisca la luna;
signoreggi dal mare infino al mare,
e dal fiume sino ai confini della terra.
(•) E calpesti il tiranno.
— 225 -
Innanzi a lui si prostreranno i nemici,
e gli avversarli suoi baceranno la polvere (') ;
e lui adoreranno tutti i re,
tutte le genti serviranno a lui.
Perchè salverà il povero che grida,
e il misero che non ha chi l'aiuti;
egli avrà compassione del bisognoso e del povero,
e le anime dei poveri ei salverà.
Dalla tirannia {") riscatterà le anime loro,
e il loro sangue sarà prezioso a' suoi occhi;
quegli vivrà e sì gli darà oro ('),
e per lui supplicherà sempre (*).
Abbondanza di frumento vi sarà nella terra (^),
romoreggerà come il Libano il suo frutto («).
Dinanzi al sole germoglierà il nome suo C-),
tutte le genti lo acclameranno felice ! (^).
Salmo XLV.
Il movimento ritmico di questo salmo è assolutamente certo;
esso è composto di versi di quattro accenti ciascuno, e ogni verso, in
genere, sembra quasi spezzato in due, di due accenti ciascuno. La
difficoltà incomincia, allorché si procede a determinare la formazione
e il numero delle strofe, onde il salmo risulta. A guardare dai primi
versi, parrebbe che le strofe si componessero di tre versi ciascuna
— sei, dunque, di versi a duplice accento, — ma questo computo nel
corso del testo dà pur luogo a incertezze. Il Duhm, nel suo recente
commentario ai salmi (1899), ammette questo genere di strofa, e la
ricostruisce facilmente per tutto quanto il salmo, facendo evidente vio-
lenza al testo ebraico, e riducendolo a norma del suo giudizio siste-
matico. A tal maniera di considerare io non posso adattarmi. D' al-
^>^ I re di Tarsìs e le Isole
porteran donativi ;
i re dì Sheba e Seba,
offriranno tributi.
(*) Dalla violenza.
(') Di Sheba.
(*) Tuttodì lo benedirà.
(5) In vetta ai monti.
(«) « Scintilleran dalla città, com'erba dalla terra».
C) Sarà il suo nome in eterno.
(*) Si benediranno in lui.
Sezione VII. — Storia della Filosofia. 1^
— 226 -
tionde il testo ebraico dà tali indizi di lacune, che si può anche dire
non aver più noi il modo sicuro di rintracciarne la precisa divisione
strofica. Esaminiamolo passo per passo.
Il verso 2, considerato come strofa, non dà luogo a veruna diffi-
coltà: ho già accennato al flagrante grecismo di ntCPa — 7ioii](ia,
come bene spiega Teodozione.
La seconda strofa (v. 3), diciamo così, è regolare anch' essa. Sol-
tanto bisogna correggere queir impossibile maiS"' in iT'S'' HD"' ; e sosti-
tuire a D\"l'7X di questo gruppo di salmi elohistico V originale mnv
7mnstrn-]n p2:in
c'^irb mn^--]Dn3 p bv
La strofa terza (vv. 4-5) si può formare senza troppa difficoltà.
La parola '^'TirT'l, con cui comincia il v. 5, è una errata ripetizione
della precedente, a cui è perfettamente uguale: essa, infatti, non dà
alcun senso sintattico sodisfacente. — La parola p1^ dello stesso verso
è una variante marginale di m3J? inserita nel testo, e che per me
rappresenta anzi la genuina lezione primitiva in luogo di m3i? ; il suo
carattere di variante marginale si riconosce ancora — da chi non
tiene chiusi gli occhi, per non vedere il sole — dalla impossibilità o
somma difficoltà di accordarla, nel punto dove si trova, con le regole
elementari della sintassi ebraica (si noti il makkeph masoretico, che
esigerebbe assolutamente p1^ mii?). Di più — e qui non vi è nulla
da opporre per alcun lato — bisogna riferire, diversamente dalla re-
dazione masoretica, l'ultima parte del verso 5 alla strofa e al verso
ohe segue.
La quarta strofa sarebbe composta dall' ultima parte del v. 5 e
dal V. 6. Però, il primo verso non ammetterebbe la solita cesura che
a patto di trarre in fine la parola mx*n3, che può sostenere due accenti
— 227 —
musicali ; lo facciamo, senza escludere che possiamo anche trovarci dì
fronte a una licenza poetica. Inoltre, per armonia di pensiero prefe-
risco leggere '?|8'n,ri invece di ^[l.ln.
Si vede a colpo d' occhio, che in questa strofa, per quanto esatta
e regolare, secondo la giacitura del testo, non corre bene il senso;
il 3° emistico va riunito al 5°, e il 4° rimane in aria, come una ingrata
parentesi. Questo ci può dare \m indizio che il testo a subito qui una
lacuna, e poi un rifacimento che non è riuscito compiutamente. E
questo ci può dar anche la ragione di vedere la strofa seguente, di-
ciamo la quinta (v. 7), di soli due versi ; se pure in origine non era
stata composta di questi due soli, ma di tre come le altre. Conservo
Cn^K, perchè non è criticamente certo che il testo originale portasse
La strofa sesta (v. 8) sarebbe regolare, meno la solita correzione
di D^nbx. 11 6<* emistico, come il 2° della 4».
rirn K:u?m - pns: finn»
Anche la strofa settima si può formare regolarmente col v. 9 e
parte del 10. Basta considerare mi?''2ip come una variante marginale
di mSriK; e che sia tale realmente, ancora apparisce dalla sua cat-
tiva posizione sintattica, che manca della congiunzione.
yr\)'^p''2' c'^bf2 m^n
Da questo punto in poi il ritmo si turba frequentemente, la divi-
sione delle strofe va perduta, o quasi ; e che ciò non dipenda né da
licenza o capriccio del poeta, né dalla incertezza delle leggi del ritmo
— 228
e della strofa, sulle quali noi fondiamo le nostre ricerche, si riprova
dal turbamento anche del senso e del contesto. Proviamo ad andare
innanzi, benché un po' all' oscuro.
Si può assumere come certo, o almeno probabilissimo, che al
V. 14 e al 17 comincino nuove strofe ; cerchiamo di determinare quali
e quante strofe siano comprese fra i versi 10-13 e 14-16. I versi 10-13
comportano tre strofe, se nel testo ammettiamo una lacuna di due o
tre emistichi; e due strofe, se ammettiamo invece qualche aggiunta
posteriore. Io credo che vi sia qualche parola aggiunta (forse y^f2^h
e ■'ì^^ dei vv. 10 e 11) e più che mai qualche lacuna, evidente per
ragioni ritmiche dopo y^\ e per esigenze di senso e contesto miitilo
tra il V. 12 e il v. 13, ai quali — riimiti insieme — i critici si sfor-
zano invano di dare una chiara intelligenza. Nel dubbio, non faremo
violenza al testo, come il Duhm ; ci contenteremo di confessare la
nostra ignoranza a ricostruirlo dallo stato in cui ci è pervenuto. Ecco
i versi 10-13 in questione:
']^Ei-"|':'Dn li^n^i
nn:i2n-n:i nai
Il testo è molto incerto : si noti che Tj^i^ può, e secondo me devg
esser letto ^r?^ relativo al Messia e non alla Eegina ; ciò divien segno
evidente della lacuna esistente fra la 9^ e 10* strofa.
I versi 14-16 conterrebbero ancora due strofe, la 11* e la 12*;
ed anzi la 11^ si presenta abbastanza regolare, per quanto non esente
da incertezze, che è impossibile, io credo, correggere con buon risultato.
— 229 -
L' altra oflfre maggiore incertezza ; in ogni modo, però, io consi-
dero n^mr"! come una variante o glossa marginale di mbins.
I versi 17-18 formerebbero la 13* ed ultima strofa; soltanto, che,
per ridurla al tipo comune essastico, bisognerebbe considerare come
un' aggiunta marginale, da altro inno simile, 1' ultima frase: D'^Ì2S p ^V
"in ùh)Vh *]mn\ la quale, del resto, non ha la solita andatura rit-
mica degli altri versi. Quest' ultima è una semplice supposizione ; la
strofa poteva forse comporsi di quattro versi; e il quarto dir così:
y:2 v.T - yr\2^ nnn
È probabile che il ':': di 11 hzz sia un'aggiunta dovuta all' emi-
stico 4°.
Ecco la versione italiana che ne risulta:
Erompe il mio cuore — in fausta parola,
dicendo io ve — la mia canzone al re,
la lingua mia, stile — di scriba veloce.
Tu bello rifulgi — tra i Figli dell'uomo,
consparsa è la grazia — su le tue labbra,
però t'ha benedetto — lahvé (') in eterno.
Cingi la tua spada — al fianco, eroe,
con gloria e splendore (*), — ti avanza, cavalca,
per la ragione — di verità e giustizia P).
E ti dimostrerà la tua destra — terribili cose;
acute le tue frecce, — i popoli sotto di te,
cadranno in cuore — ai nemici del re.
il tuo trono, 0 Dio, — eterno nei secoli,
scettro di equità — lo scettro del tuo regno.
0) Dio.
(2) E splendore.
(3) Mansuetudine.
- 230 —
Tu ami la giustizia — odii l'empietà;
però t'ha consacrato — lahvé (') tuo Dio,
con olio di gaudio — sopra i tuoi compagni.
Mirra ed aloe (2) — tutte le tue vesti,
dai palazzi d' avorio — le musiche ti allietano ;
figlie di re — son fra le tue dilette.
Alta è la regina (3) — in oro di Ophir:
ascolta, 0 figlia {*) — e volgi l'orecchio,
dimentica il tuo popolo — la casa di tuo padre.
E il re s' invogli — della tua bellezza
che egli è tuo Signore — e tu lo adora,
e la Figlia di Tiro — con dono
la tua persona applaudono — i ricchi del popolo.
Tutta gloriosa — la figlia del re nel talamo,
a trapunti — di oro ha la veste,
in fra i ricami — è presentata al re.
Le vergini (^) dietro a lei — sono condotte a te,
son presentate — con letizia e gioia,
sono introdotte — nel palazzo del re.
Al luogo de' tuoi padri — saranno i tuoi figli,
li costituirai principi — su tutta la terra;
io ricorderò il tuo nome — di (^) età in età.
Per questo i popoli — ti daran lode eterna C).
Salmo IL
In tutto il Salterio, questo è fra i salmi più meravigliosi e belli
per potenza espressiva del ritmo e per inspirazione poetica: i versi
singoli sono composti di tre accenti musicali, che è il ritmo ordinario-
delia poesia ebraica. Una difficoltà non lieve, nel ricercare il testo-
originale di questo canto messianico, attraverso le leggi del ritmo
metrico, proviene dalla incerta composizione delle varie strofe. Tut-
(1) Dio.
(2) Cassia.
(3) Alla tua destra.
(*) E vedi.
(^) Amiche di lei.
(6) Ogni.
(") Nei secoli.
— 231 —
tavia, dal variare del senso, possiamo in genere determinare, che le
strofe incominciano ai versi 1, 4, 7, 10, ed io, anzi, propendo asso-
lutamente a credere che tutto il salmo consti di sole quattro strofe.
Di quanti versi ogni strofa si compone? Se dobbiamo guardare
air apparente disposizione degli stichi, si ha un numero vario di 6
(seconda strofa), 7 (prima), e forse 8 stichi (terza e quarta strofa).
È impossibile, col testo come ci è pervenuto oggidì, determinare con
precisione e il numero delle strofe e il quantitativo degli stichi onde
ciascuna si compone ; io, almeno, non veggo alcuna via d' uscita.
Propendo a credere, che in origine ogni strofa avesse soli sei stichi
— come in diversi altri salmi; tuttavia, dico ciò senza escludere il
caso contrario, o per lo meno la licenza nel poeta, di comporre strofe
diiferenti fra loro — benché nel Salterio io non trovi traccia di sif-
fatta poetica libertà.
La prima strofa (vv. 1-3) si compone apparentemente di sette
stichi; il V. 2 ha tre stichi. A dov^erla ridurre a sei stichi bisogne-
rebbe dire che il 2° stico del v. 2 — che ripete il senso del 1° —
è un verso citato in margine da qualche altro salmo, o infiltratosi qui
dopo la sua composizione primitiva per cause a noi ignote. E la strofa
sarebbe :
D-'ij r^rn r\72h
Ho corretto con varii critici, in 12£r\T' la parola non conveniente
col contesto (v. 3) 13m\
La seconda strofa si presenta affatto regolare (vv. 4-6) ; ma forse
la parole 1SS3 è da considerare come una variante marginale espli-
cativa di 13in2.
loh ivh' ^nx
^i2?ip nn 1^2: hv
Del resto, a rigor di termine, la parola 1SXD può benissimo farsi
rientrare nei tre accenti del terzo stico.
- 232 —
La terza strofa (vv. 7-9) deve certo andar soggetta ad una cor-
rezione; infatti il verso 8 viene ad essere turbato nella sua compo-
sizione ritmica in modo irresolubile. Se ne può fare una strofa di sei
sticlii; ma allora, poiché essa si presenta composta di 7 72 stichi oc-
corre togliere 1 V2 stico. Nel caso, io toglierei, come la meno neces-
saria, anzi presso che incomoda, la frase: "^Tll':''' DVn ^3X e quindi
■'jDia bxt^^; e la strofa verrebbe ricomposta cosi:
L' autore della Epistola agli Ebrei (I, 5) cita il verso DVPf ^3ì<
*]''nì^% come facente parte del salmo. Dal punto di vista critico, la
citazione testimonia, che il verso: « io oggi ti ho generato «, legge-
crevasi nel testo del salmo durante il primo secolo dell' era cristiana ;
ma non se ne potrebbe concludere, che dunque esso faceva parte
della primitiva redazione originale, se non per rispetti d'indole teo-
logica. Per la teologia, però, è sufficiente ammettere che il verso è
« inspirato » e fa parte delle divine Scritture. Come vedremo tra poco,
io credo che questo verso è per lo meno citato e tolto di peso dal
testo primitivo del salmo CX, e pertanto fa parte della Bibbia. Ma
del resto, esso è così caratteristico, che, ove non si potesse ricondurre
tutto intero nel salmo CX, dovrebbe assolutamente, anche dal punto
di vista critico, essere conservato nel salmo II, come facente parte del
testo originale. Il concetto e il ritmo del verso escludono che si tratti
qui di una semplice glossa marginale di secondario valore. Del resto
la ricostruzione del salmo II in istrofe di sei stichi, è, secondo abbiamo
notato, ipotetica.
La quarta strofa (vv. 10-12) si compone, all' apparenza, di sei
stichi, più due emistichi, che non si possono ridurre in uno, così
come stanno. Essi, però, si possono e debbon ridurre ad un solo stico,
per mezzo di ima correzione semplice ed evidentissima, che mi raera-
viglio altamente non sia stata ancora trovata dai critici. Essa è tratta
a un tempo e dalle leggi del ritmo, e dalla consuetudine, ormai da
tutti ammessa fra le cose più certe, delle frequenti lezioni marginali
nei manoscritti antichissimi della Bibbia ebraica. La duplice frase da
- 233 -
correggere è (vv. 11 e 12, fine e principio): ^2 IptTi HlP^a 'Ò^i}.
Di queste due frasi, l'una è contradittoria in termini (« esser lieto
con spavento y>), l'altra non dà verun senso plausibile: è evidente,
che qui si cela, confuso ed errato, il genuino stico originale di tre
accenti, parallelo all' altro che forma la prima parte del verso 10.
Lo stico ricomposto è secondo me tale : nir*in lb IptTil. La spiega-
zione ovvia e naturale della confusione senza senso, avvenuta dipoi
con la scomposizione del ritmo, è pur questa. Un copista doveva avere
scritto manchevolmente (senza iptT) lo stico così: niril "ib')!. Un
lettore autorevole, scorto 1' errore, mise 1' apice di richiamo fra la Nun
e la Lamed e corresse in margine : '*in Ipfj ; la parola nir'llS era
scritta in margine con due sole iniziali. In progresso di tempo furono
accolte materialmente le due lezioni — come di solito — e il b'J del
testo si lesse e trascrisse b''J. Ancora i LXX recano testimonianza
del 'h, ond' era fornito lo stico primitivo.
Resterebbe così la strofa ricomposta di sette stichi. Per ridurla
a sei, non rimane che considerare per glossa marginale lo stico ultimo:
ID ■'Din ^D "'^tTK, che in realtà è una frase scolorita, buona in altri
salmi ove si trova, ma qui non troppo bene al suo posto. La strofa
ultima suonerebbe così:
Ecco, dunque, la versione italiana che ne risulterebbe:
Perchè mai s'agitano i popoli,
E le nazioni cospirano invano ?
Sono insorti i re della terra (•),
Contro Jahvé e contro il suo Unto:
« Rompiamo le loro catene,
E gettiamo via da noi le loro ritorte ".
Chi nei cieli è assiso ride,
Il Signoie si fa beffe di loro.
Quindi egli parla ad essi {^),
(') « Ed i principi congiurano insieme ".
(•) Nell'ira sua.
— 234 —
E nel suo sdegno sì li sbigottisce :
« Ben io ho consacrato il mio re
Sul Sion, monte della mia santità».
Ed io mostro il decreto di Jahvé:
Egli mi disse (i): tu sei mio figlio;
E a te io darò i popoli in retaggio,
E in tuo possesso i confini della terra.
Tu li spezzerai con scettro di ferro,
Qual vaso di vasaio li romperai.
Però, dunque, o re, fate senno,
Lasciatevi governare, giudici della terra.
Servite Jahvé con timore,
E adorate lui con tremore ;
Ch'ei non si sdegni e si andiate in rovina,
AUor che Tira sua fra poco divampi (2).
Salmo ex.
Anche questo salmo ha le sue difficoltà ; e ben le conoscono quelli
che ne hanno letto il testo ebraico. Vediamo, se, col nuovo punto di
vista delle leggi del ritmo, riesciamo un po' a districarle.
Prima di tutto bisogna tener da parte l' opinione di coloro che»
come il Duhm, sorpresi troppo dal ritrovare nelle iniziali di alcuni
stichi del salmo (2°, 5°, 8° ecc.) le lettere del presunto nome di
Simone Asmoneo (prDÌT), fan presto poi a dire che i vv. 5-7 sono
alieni dal salmo stesso, e non genuini suoi proprii. Il ritmo e il pen-
siero di quei versi, per quanto oscuri, concorda troppo bene con tutto
il resto del carme.
Per andare sulle tracce del testo originale, noi abbiamo qui un
appoggio sicuro nel ritmo e nella strofa. 11 ritmo — assai comune nei
salmi d' indole ditirambica — alterna gli stichi di tre -e due accenti
musicali, come alcuni che abbiamo trovato aggiunti al salmo LXXII.
Ogni quattro stichi formano una strofa.
La prima strofa (v. 1) è cosi bella e sonante, che può servir di
modello: Neilm Jahvé ladoni, — Séb limini — 'Ad asUh kol 'oie-
béka — Hadóm leragléka.
yhrh Din
(') " Oggi io ti ho generato ». — Chiedimi!...
(*) « Felici quelli che si affidano in lui ».
- 235 -
La seconda strofa si compone del verso 2 e del principio del
verso 3.
Leggo quest'ultimo stico rDn'TS^ TJ^jt*, la prima parola presa dal
testo masoretico e l'altra dal testo della versione dei LXX. Si^sservi
come quest'ultima frase, così presa e raccolta nella sua strofa, diventi
subito chiara e vibrante di pensiero poetico, mentre è così oscura, se
la congiungiamo a ciò che segue come principio di periodo.
La terza strofa è contenuta nel resto del verso 3; ma, come è
noto, esso ci è pervenuto così intricato e difficile, da dover ammettere,
che senza dubbio il testo originale è guasto. Provandosi a ricomporlo,
la strofa va soggetta ad una lacuna. Fortunatamente qui le versioni
si dipartono dalla lezione del testo ebraico, e con tale sicurezza, con
tale sincerità, da dover dire che esse con ogni probabilità ci rappre-
sentano ancora dei frammenti del testo originale. Su queste tracce,
avuta considerazione delle esigenze ritmiche, che qui sono certe e di
gran giovamento, ho cercato di ricostruire quella che, probabilmente
0 air incirca, doveva essere la strofa originale. Eccola:
ymb-^ nrn
La lezione nins ci è conservata dalla versione di s. Girolamo,
ed è ti-oppo in relazione col monte di Sion, cui certo si allude, e con
la rugiada che al mattino ne feconda le piagge, per esser rigettata
come erronea. La lezione SlDD si trova nel testo masoretico, nella
frase inesplicabile ora SlD ']h. E così trovasi nell'ebraico niH ma
letto nnn (in luogo di ^^'in) e non n^JH- La parola nm è ricostruita
dal ara dei testo. In fine la frase, o stico che voglia essere, DVn ^3K
T|''nìS"' l'ho ricomposta dal verso medesimo del salmo TI (strofa
terza) e che là ho situato in margine come una citazione. Si può dire
che il glossatore del salmo TI citasse là in margine appunto questo
— 236 -
verso del nostro salmo, attrattovi dalla frase precedente: HilK ^22. E
non sarei perciò contrario a scandire i due versi cosi:
La quarta strofa è compresa nel verso 4, salvo che nel primo
verso manca un accento, vi è lacuna di una parola, che del resto è
facile «supplire, per esempio con ln/?>?5 o simile. Piuttosto un'osser-
vazione — che nessuno fece mai sinora — va fatta al terzo verso.
Essa concerne la « parola di Malkisédeq » . Evidentemente si allude
qui al passo della Genesi (XIV, 18 segg.) ove si parla appunto del
re-sacerdote Malkisédeq, e si vuol dire che l'espressione usata dalla
Scrittura per Malkisédeq, si accorda bene anche col cai'attere dell'eroe
celebrato dal salmo. QuaV è nella Genesi 1' " espressione di Malkisédeq? »
Questa : ]Thv hnh pD Sim. Non è credibile, adunque, che il salmista
ne usasse un'altra, laddove precisamente intendeva di citar questa me-
desima. E perciò nella sua redazione originale il terzo verso doveva
sonare: p^br':' pD nn^?. Se il poeta avesse detto d':?!!?':', prima di
tutto non ci sarebbe più stata veruna relazione con la « parola di
Malkisédeq ", ma di più l'espressione non sarebbe stata esatta. In tal
caso il poeta avrebbe dovuto citare, non già il nome di Malkisédeq,
ma sì di Aronne, che fu — per mezzo del sacerdozio aaronitico — il
vero e proprio sacerdote eterno del popolo d'Israele; doveva citare
Aronne, o poteva citare un altro celebre aaronida, quali ne ebbe la
storia d' Israele in quantità.
Ciò che ha mosso i critici a conservare senz' altra ipotesi la le-
zione dSU''^, anzi a considerarla come sola genuina, malgrado la fitta
oscurità di senso con la frase che segue « secondo la parola di Malki-
sédeq ", si è stata la comparazione con I Machab. XIV, 41, una volta
ammesso come certo, che il salmo riferivasi originariamente a Simone
Asmoneo. Tuttavia, sebbene io tenga come probabile — non, però,
provato — che il salmo sia stato composto per il re-sacerdote Simone,
stimo pure che il citato passo del I libro dei Maccabei prova, tutt'al
più, questo: che l'autore di esso leggeva di già nel salmo, che aveva
sin d'allora uno schietto significato messianico, dSiJ?^ ; e che il nostro
salmo era già applicabile così ed applicato, al suo tempo, non meno
che al Messia, al Gran Sacerdote Simone. Credo, infatti, anch' io, che
la lezione ^h^ìh sia antichissima; nata presto, per un facile scambio'
— 237 —
di scrittura o di lettura, si trovò che essa, per quanto modificasse
un poco il senso semplicissimo del testo primitivo, era molto più ricca
e piena di significato, specialmente dal punto di vista messianico;
e, per autorità della Chiesa ebraica stessa, dovè nell'uso sostituirsi
presto alla prima. È nota l'alta importanza che dà anche s. Paolo a
questo verso dal punto di vista messianico e spirituale del Cristia-
nesimo.
Ed ecco la primitiva strofa quarta:
cnr xSi
\rhvb p3 nnx
La forma connettiva ^Dlll bv per IDI hv è ancora una riprova
che il lungo verso non ha che due accenti; l'autore ha cercato di fa-
cilitare la pronunzia, per ottenere la dovuta misura musicale.
La strofa quinta è formata dal v. 5, e dalla prima metà del
verso 6. In particolare, io propendo a credere che originariamente il
primo verso portasse un verbo dì [ferente da ynì2, che è ripetuo su-
bito dopo in molto migliore situazione sintattica; lo lascio tuttavia,
non sapendo che cosa sostituirgli con sicurezza. Anche il verso terzo
manca di una parola o due (il terzo accento) ; e di questa esigenza
ritmica dà riprova il testo, che non è possibile tradurre con chiarezza
di senso, cosi com' è. La lacuna è certa ; ma nel momento non saprei
riempirla, senza metterci del mio.
Ecco la strofa, nella quale credo bene rimettere niiT al posto
del presente '^nx:
D'^dSd 12K DVD
D^ljn pT
Anche la strofa sesta ed ultima rivela subito, per via del ritmo,
una lacuna nel primo verso, del terzo accento. Infatti quella frase
rsi rna è stranissima e quasi impossibile : quel ll^HD così solitario
ha bisogno del caso retto, di un genitivo a cui egli evidentemente si
— 238 —
appoggia; e quel genitivo non può essere, a parer mio, che V"i2C
0 vn^K.
V3^« tyt<^ ynì2
nntr^ "-pin bnstt
Chi per pregiudizio sistematico non vuole, come i pipistrelli, fug-
gire la luce, vedrà una riprova dell'esistenza del ritmo nel quarto
verso. Esso è da scandire: ^al-kéti iarim-rósh. Per regola dovrebbe
dire Itt^i^H; il poeta ha evitato l'aggiunta del pronome personale —
e poteva farlo — per non creare un triplice accento "al-kén iarìm roso.
Ecco 1j^ versione risultante:
Detto di Jalivé al mio Signore :
Siedi alla mia destra,
Sin ch'io ponga tutti i tuoi nemici,
Sgabello a' tuoi piedi.
Lo scettro della tua potenza distende
Jahvé da Sion;
Domina tu in mezzo a' tuoi nemici,
Il tuo popolo è volontà ("j.
La tua forza è sui monti del Santuario
Come rugiada del mattino;
Io dal seno della mia gloria
Oggi ti ho generato (2).
Ha giurato Jahvé per la sua verità,
Egli già non si pente;
Tu sei sacerdote de l'Altissimo ('),
Secondo la parola di Malkisedeq.
Jahvé alla tua destra ha percosso
Nel di dell'ira sua i regi:
Egli giudica fra le genti
Pieno di cadaveri.
Percuote il capo de' nemici suoi,
Su vasta regione;
Dal torrente egli beve per via,
Quindi il capo rialza.
(') La frase significa: Tu hai un popolo, che, tutto devoto a te, pronto è
sempre ad ogni eroico sacrificio, per assicurarti la vittoria e il dominio sui nemici.
(*) Oppure: Io oggi ti ho generalo, — dal seno della mia gloria.
(') Tu sei Sacerdote in eterno. Questa espressione in ambedue i casi è
particolarmente applicabile a Simone Asmoneo, il quale, non appartenendo alla
famiglia d'Aronne, aveva bisogno di una diretta sanzione divina per la dignità
del Sacerdozio israelìtico, che egli aveva conquistata con le armi e il favore dei
re greco-siri.
— 239 —
Tutte queste ricerche, tutte queste affermazioni, si noti bene, non
sono che ipotesi; né io mi illudo punto di aver persuaso, dell'esistenza
del metro ritmico nella poesia ebraica e dei preziosi risultati che si
possono trarne, coloro che volontariamente chiudono occhi ed orecchi
di fronte ad ogni novità, che li obbligherebbe a studiare di nuovo, e
meglio che non bau fatto sinora, un così difficile campo, come quello
della critica del testo ebraico. Ma io non posso a meno di gioire meco
stesso delle luminose conseguenze, che si possono cosi rilevare dall' ac-
<?ertamento del ritmo e della strofa — sino quasi a ieri, affatto ignoti —
nella poesia ebraica.
In particolare, poi, non posso a meno di gioire, vedendo, come
questo studio fatto con l'unico intento critico e ritmico, senza alcun
riguardo al punto di vista religioso, sia riuscito precisamente allo scopo
di rendere più semplice, più perfetta, più splendida che mai l' idea
religiosa dei salmi, e più che mai bella e potente la loro poesia.
Questa è vera critica, se è nata a crescere la nostra ammirazione per
<50si venerandi documenti dell'antico Oriente e della coscienza umana.
Del resto, a ciascuno l'opinione sua, quando sia fonte di lavoro serio
e proficuo, e non di un criticismo invidioso ed inutile.
Mi sarebbe facile — e sarebbe forse anche utile — il pubblicare,
secondo questo metodo semplice e sicuro, un'edizione critica del testo
dei salmi ; lascio il lavoro ad altri volenterosi stranieri che non hanno
avanti a sé gli ostacoli molteplici e spesso insuperabili, che noi sof-
friamo in Italia, nell'ordine pratico. Io mi contenterò invece di dare
il risultato ultimo della mia critica del testo nella nuova versione
dei salmi che uscirà in luce nel corrente anno.
XXIV.
SUL CONTRIBUTO DELL'ITALIA
ALLA PROGETTATA EDIZIONE CRITICA DEL MAHABHÀRATA.
Comunicazione del prof. Paolo Emilio Pavolini.
È cosa nota agli indianisti che né la editio priìiceps calcuttiana,
uè le edizioni bomba3'ane del Mahàbhàrata possono ormai bastare alle
ricerche scientifiche sull'antica letteratura epica, come quelle che rap-
presentano solamente uno dei testi e non il testo del gigantesco
poema. È pur noto che altre importanti redazioni di esso si sono
scoperte nell' India meridionale, già rese accessibili alcune in edizioni
indigene, ancora inedite altre. Il prof. Winternitz, benemerito per vari
studi preliminari su queste recensioni meridionali, propose, nel Con-
gresso Orientalista tenuto a Roma nell'ottobre del 1899, la costitu-
zione di una Sanskrit Epic Texts Society la quale avesse come
scopo precipuo (per quanto raggiungibile solo in un avvenire assai
remoto) la edizione critica del massimo poema e intraprendesse, vi-
ribus unitiSy i numerosi, gravi e lunghissimi studi preparatori neces-
sari ad aprire e spianare la via all'altissima mèta.
A tale proposta, caldeggiata nel Congresso di Roma, favorevol-
mente discussa nella grande riunione internazionale delle Accademie
■e neir ultimo Congresso di Orientalisti ad Amburgo, non devono man-
giare il plauso e r incoraggiamento del Congresso Storico internazio-
nale, come non deve mancare, una volta essa attuata, il contributo
dell' Italia alla nuova Società e all' immenso lavoro che essa si accin-
gerà a compiere.
Quale preziosa miniera per gli studi storici dell' India sia il Ma-
hàbhàrata, non è chi non sappia : e lavori come quello magistrale del
Hopkins {Ruling caste) mostrano quanti tesori, da mani intelligenti
^d esperte, se ne possano ricavare, non per la storia politica soltanto.
Sezione VII. — Storia della Filosofìa. ■ lo
- 242 —
ma e per la religiosa e la letteraria, per quella dei costumi e delle
leggi e delle arti.
L'aiuto all'impresa potrà essere, da parte dell'Italia come di
ogni altra nazione, doppio: pecuniario, oiferto dalle Accademie, dalle
Università, dalle maggiori Biblioteche, dalla munificenza privata:
scientifico, oiferto da un Comitato di cultori dell' indianismo e spe-
cialmente della letteratura epica sanscrita, con i suoi antecedenti e
le sue ramificazioni. Il Comitato nostro non riuscirà certo molta
numeroso, come non molto copiosa riuscirebbe la bibliografia italiana
relativa al Mbh., né molto abbondante il materiale critico ricavato
dai mss. da noi posseduti ; ma il poter annoverare fra i nostri india-
nisti un Gaspare Gorresio, primo editore e traduttore del Kàmàyawa,
e un Michele Kerbaker il quale tanta parte della sua indefessa e
geniale attività ha speso e spende a prò dell'epica indiana, ci per-
mettono di affermare che il contributo dell' Italia alla grande impresa
è non meno doveroso per lei, per riguardo alle benemerenze passate,
che utile e necessario per lo stato presente dei nostri studi sul poema,
nazionale dell' India.
XXV.
Nota intorno alla vita ed agli scritti di Cataldo Jannelli
considerato specialmente come precursore delle ricerche
storiografiche e sociologiche moderne.
Comunicazione del prof. Alessandro Groppali.
Cataldo Jannelli nacque nella patria di F. M. Pagano, in Brienza
(Basilicata), il 20 settembre 1781 da Prospero e da Luisa Labriola.
Avendo assai per tempo manifestato ingegno vivacissimo e vocazione
pel sacerdozio, fu dai genitori posto nel seminario di Marsico Nuovo —
diretto in quel tempo dal vescovo Bernardo della Torre — dove fu or-
dinato sacerdote.
La brama di sapere clie agitava il giovane prete, non essendo
sodisfatta dall'istruzione avuta in seminario, onde uscì a 18 anni, lo
indusse a recarsi a Napoli per proseguire gli studi all' Università. In
Napoli si diede specialmente allo studio delle lingue orientali. Ben
presto per la cultura e per l'ingegno si rese caro al Padre Giovanni
Andres, prefetto della Biblioteca Reale, oggi Nazionale, il quale, preso
a benvolergli, lo chiamò a sé col grado di scrittore e poscia, dopo
breve tempo, lo promosse a bibliotecario. Né qui si arrestò la protezione
spiegata dall'Andres a favore del nostro Jannelli. Essendo il primo
successo al celebre Francesco Daniele nella carica di segretario del-
l'Accademia Ercolanense, oggi di Archeologia, preparò al suo protetto
un posto in questa.
Il Jannelli, infatti, alla morte dell'Andres, avvenuta nel 1817,
gli succedette nel posto. Da questo anno in poi il Jannelli divise il
suo tempo fra la Biblioteca e l'Accademia, fornendo all'una ed all'altra
dottissimi scritti di storia e di archeologia,
Nel 1817 pubblicò in Napoli per i tipi del Porcelli il suo Saggio
sulla natura e necessità della scienza delle cose e delle storie umane
(in 8°, pp. 1-xx, 1-240), dedicandolo a Ferdinando I di Borbone, che
- 244 —
aveva istituito una cattedra di Scienza della storia. Era aspira-
zione vivissima di Jannelli — afferma il Fragapane (') — occupare
questa cattedra ed era quasi per riuscirvi, quando un intrigo accade-
mico gli impedi di raggiungere lo scopo. Fu dato ad intendere al so-
vrano che, in fondo, l'autore del Saggio non credeva alla Provvidenza!
Così a lui toccò la triste sorte di Vico, che invano aveva chiesto la
cattedra primaria mattutina di leggi.
Vissuto in un'epoca turbinosa, si mantenne estraneo alle vicende
politiche che commovevano il suo paese. Perciò la sua vita, povera di
casi, si mantenne sempre serena e tutta dedita a' suoi studi prediletti.
Visse solo senza famiglia ai Banchi Nuovi in un piccolo appartamento
dello storico palazzo di Luca di Penne, giureconsulto e segretario di
re Ladislao.
Fu trovato morto in questo palazzo nel 1849. Non ebbe sepol-
tura distinta, e ben presto la sua memoria cadde in un oblio imme-
ritato. Una delle sale della Biblioteca Nazionale è stata intitolata al
suo nome. Questo è il solo onore che i posteri gli hanno tributato!
L'elenco degli scritti pubblicati dal Jannelli — e vogliamo cre-
dere completo — è in ordine cronologico il seguente:
1) Dissertationes tres in Perottinum Codicem. Neap. 1811 ;
2) In Cassittianam novarum fabularum editionem collo-
quia. 1812;
3) Saggio sulla natura, ecc. Op. cit. ;
4) Catalogus Bib. latinae veteris et classicae Manuscriptae
quae in Regio Neap. Museo Borbonico adservatur. 1827;
5) Fundamenta hermeneutica hierographiae crypticae veterum
gentium. 1830;
6) Tabulae Rasettanae hieroglyphicae interpretatio tentata.
1830;
7) Hierogliphica Aegyptia. 1830;
8) Tentamen hermeneuticum in hierographiam crypticum ve-
terum gentium. 1831 ;
9) Tentamen hermeneuticum in Etruscas inscriptiones. 1840;
10) Tentamina hierographyca atque etymologica. 1841;
11) Inscriptiones veterum oscarum et tabulae Eugubinae in-
terpretatione tentatae. 1841;
12) De vita et scriptis Auli Jani Parrhasii. 1844.
C) Obbietta e limiti della filosofia del diritto, II, pp. 106-107, nota. Roma, 1899.
— 245 —
A questi scritti bisogna aggiungere tre Memorie sulla pittura pom-
peiana inserite nel II volume degli Atti dell'Accademia Ercolanense;
due opuscoli su argomento archeologico ed infine due articoli apparsi
nel 1833 e 1835 sul giornale: Il progresso delle sciente, delle let-
tere e delle arti di Napoli.
Il Jannelli ne' suoi Cenni sulla natura e necessità, ecc. {}) pro-
mette altri scritti e precisamente : Quistioni sulla storia e sua scienza {^),
Saggi storici (^), Saggio metafisico sulle umane conoscerne (^), ma
pare che questi non solo non siano mai stati pubblicati, ma nemmeno
compilati.
Essendoci diffusi a parlare forse un po' troppo a lungo della vita
e degli scritti generalmente dimenticati del Jannelli, ora dovremo solo
toccare rapidamente i principali punti che estesamente svolgeremo in
una memoria che qui ci permettiamo di riassumere.
La causa principale, per cui l'opera del Jannelli fu immeritata-
mente avvolta nell'oblio, è stata quella di vedere in essa non altro
che il prodotto di una mente erudita ben presto superata dal progresso
degli studi storici nelle questioni speciali da lui esaminate.
Ma la gloria del Jannelli si deve collegare non tanto alle sue
dotte ricerche egittologiche ed archeologiche, quanto alle sue luminose
intuizioni critiche e metodologiche intorno al nuovo modo di conside-
rare la storia e la società.
In ciò il Jannelli si riattacca a quel largo movimento storico che,
coltivato, più che altrove, in Napoli, è diventato poi la base della
cultura del secolo XIX.
Il Giannone ed il Vico specialmente, che presentò la storia in
nuova comparsa, sono i precursori più diretti e legittimi della dot-
trina del Jannelli. Peraltro nessuno più lucidamente ed efficacemente
di lui rilevò l' inanità cui andava incontro l' indirizzo astratto seguito
(') « Cenni di Cataldo Jannelli sulla natura e necessità della scienza delle cose
e delle storie umane con cenni sai limiti e sulla direzione degli studi storici di
Gian Domenico Romagnosi e discorso e analoga appendice sul sistema e sulla vita
di Vico del professore Giulio Michelet ". Milano, per Antonio Fontana, MDCCCXXXII,
pp. V, xciv, I, 228.
H Op. cit., pp. 8, 119.
(=>) Op. cit., p. 123.
(«) Op. cit., p. 177.
— 24G —
dal Vico e la necessità della critica nello studio della storia. Jannelli
vede nettamente clie dall'antichità fino al suo tempo spetta al Vico
l'onore di avere gettato le prime basi della scienza delle cose umane.
Fu il Vico — egli scrive — che, avendo mostrato il fatto sociale
come un prodotto umano, eliminò dalla storia il caso, la fortuna, il
fato, il destino, e, con queste entità, l'arbitrio ed il disordine.
Ciò malgrado, la scienza delle storie e delle tradizioni umane —
continua il Jannelli — considerata come un sistema intero e completo,
come un ordine regolare e formato di osservazioni e di ricerche, ancora
non esiste. Le istituzioni o trattati di storia universale mancano quasi
tutte di quelle analisi onde noi possiamo credere fondatamente alle
cose che ci si narrano. « Senza analisi non vi sono prove, senza prove
non motivi di credibilità, senza motivi non vi sono giudizi, senza giu-
dizi non vi è persuasione e senza persuasione non e' è storia « . In ciò
è il difetto principale del Vico, il quale, per mancanza di critica e
per prestare troppa fede ad autori poco autorevoli, fini per falsare in
parte la storia. Colla Scienza nuova siamo appena nell'atrio delle cose
umane. Prima base della vera critica storica è veder tutto, osservare
tutto, notare diligentemente i più piccoli e minuti frammenti storici
che l'antichità ci abbia conservati . . .
Egli proclamò la critica storica come base fondamentale della
scienza delle cose umane, ne pensò mai a volere sostituire a quella
del Vico un'altra storia ideale ed eterna da lui accuratamente esami-
nata e censurata. Intravvista questa via, egli non l'abbandonò mai, sia
che con scritti, riguardanti la interpretazione di antichi linguaggi, mi-
rasse a portare un contributo positivo alla critica storica, sia che,
come nel suo Saggio immortale, consacrasse il proprio ingegno al-
l'esame dei criteri e delle condizioni della ricerca storico-sociologica.
*
Bene si è apposto il Romagnosi quando ha scritto che il Jannelli
si doveva considerare come un vero e proprio maestro della logica
storica (1), e che il suo Saggio si doveva ritenere « come una specie
di organo scientifico per proporre almeno gli argomenti e le vedute
degli studi storici (^). Del resto il Jannelli stesso dice esplicitamente
(•) Saggio ecc., p. vii, op. cit.
i") Saggio ecc. p. x, op. cit.
— 247 —
che il suo Saggio non è che una «prefazione ad un'opera sulla Scienza
della sloria{^), che aveva in animo di scrivere e che poi invece non
fu pubblicata, come abbiamo già osservato.
Peraltro accanto a questa parte del suo Saggio, ove si tratta della
scienza delle storie umane o della istorosofla, come egli anche più
brevemente la chiama, ve n' è un'altra, in cui si discorre della scienza
delle cose umane, che sta con quella negli stessi rapporti onde sono
tra loro collegate la sociologia colla metodologia storica.
Diciamo in breve qualche parola dell'oggetto, della natura e dei
limiti dell'una e dell'altra, secondo il Jannelli.
La scienza delle storie umane, secondo il pensiero del Jannelli,
dovrebbe proporsi le seguenti ed altre simili questioni: « Cosa è ve-
ramente e propriamente una Storiai Qual'è la natura delle idee sto-
riche? Che sono i monumenti e le memorie storiche? Perchè questi si
raccolgono e si tramandano? Quando, perchè, come si corrompono, si
perdono, si tingono? Chi le raccoglie? Che fede meritano? E perchè
noi crediamo o non crediamo? Perchè dubitiamo, perchè abbiamo al-
cune cose solamente per probabili? Anzi, perchè e come noi crediamo?
E quando dobbiamo credere, o non credere? Come inoltre si formano
le Storie di più tempi e di più luoghi? Con quali mezzi e maniere
si formano? Da chi si formano, e in quali tempi si formano? Da quali
fonti si traggono? Qual natura e condizione prendono secondo la con-
dizion delle memorie originali, de' monumenti e de' raccoglitori di
esse ? » (-). Insomma, continua il Jannelli, la scienza delle storie umane
si propone di « sciorre questo grave ed insigne problema : Dati alcuni
fatti, istituzioni e conoscenze umane, determinare fin dove si può,,
lo stato e condizioni loro nelle memorie successive degli uomini » i^).
Quanto alle partizioni di questa scienza, il Jannelli dice espres-
samente : «io dividerei tutta l' istorosotìa in quattro libri o parti.
Nella prima tratterei degli elementi primi delle storie, cioè delle
idee storiche. Nella seconda delle memorie e dei monumenti storici,
quasi elementi secondi delle storie umane : cioè delle tradizioni, dei
racconti staccati e separati tra loro tramandatici originalmente dai mag-
giori, de' fatti, vicende ed operazioni umane trasmesse separatamente
ai posteri, quando sono avvenute, o in tempi cosi vicini che si potes-
sero avere per gli stessi (come pure di quei segni pubblici o privati
(') Saggio ecc., p. 8, op. cit.
(') Saggio ecc., pp. 79-80, op. cit.
C') Saggio ecc., p. 81, op. cit.
— 248 —
posti contemporanemeiite ai fatti stessi), o non molto dopo, che diciam
monumenti. Nella terza prenderei a trattare delle storie private civili^
cioè di quelle che chiamiamo storie per eccellenza; che contengono
un sufficiente numero di fatti e di vicende o a più tempi o a più
nazioni appartenenti ; che hanno avuto bisogno che uno le formasse,
e che, raccolte le memorie originali, le tradizioni prime e credute con-
temporanee ai fatti, le disponesse ed ordinasse al lor luogo. Le storie
di Erodoto, di Tucidide, di Livio, di Dionigi sono Storie formate.
Nel quarto libro finalmente discorrerei delle Storie formate religiose,
che con altro nome chiamiamo Mitologie-^ (').
Del contenuto e dei titoli dei singoli capitoli, in cui si dividono
queste parti, avremo occasione di parlare a lungo nella nostra me-
moria, ove anche li raffronteremo coi Manuali del metodo storico
del Bernheim, Langlois e Seignobos.
Peraltro mirabile e degno di menzione è tutto il contenuto del
primo libro (2), ove il Jannelli compie una vera e profonda analisi gno-
seologica sulla natura delle idee storiche che da lui sono concepite
come rappresentazioni dei fatti storici. Splendido è pure l'esame che
il Jannelli fa {^) di tutti i motivi psicologici che possono trarre gli
uomini in inganno nel tramandare i fatti storici: esso nulla ha da
invidiare ai suddetti manuali, di certo più minuti e precisi, ma meno
animati da un largo spirito sintetico e filosofico.
Passando poi a parlare della scienza delle cose umane, il Jannelli
nota come essa abbia « pregiudizi costanti, universali, intrinseci, che
han dovuto presentarle barriere quasi insuperabili : cioè che le umane
cose sieno volubilissime, instabilissime, fluidissime ; che senza norma,
senza regola, senz'ordine avvengano, e corrano, e si mischino, e con-
fondan tra loro... In secondo luogo tutte le scienze si occupano di
obbietti, che sono, che esistono; discorrono di ciò che è ed agisce: la
sola scienza nostra tratta di ciò che non è, ma fu; di quello che nà
si vede, né si tocca, né si percepisce in verun modo co' sensi, né cogli
obbietti de' sensi è immediatamente e naturalmente ligato » (^).
Per queste ed altre ragioni non si deve meravigliare se la Scienza
Nuova del Vico « che per primo trovò ordine, nesso, costanza, leggi
dove tutti non vedeano che confusione, disordine, caos " (^), « uscita
e) Saggio ecc., pp. 90-91, op. cit.
(") Saggio ecc. pp. 91-92, op. cit.
(') Saggio ecc., pp. 148-149, op. cit.
C) Saggio ecc., pp. 29-30, op. cit.
(•''j Saggio ecc., p. 30, op. cit.
— 249 —
in luce nel secolo XVIII, secolo a sé non proprio e non naturale, re-
stasse inosservata e negletta: anzi fu appunto secondo l'ordine delle
umane cose ch'essa imprende a sviluppare ed esporre (').
Secondo il Jannelli, « la scienza delle cose umane sarà un si-
stema di conoscenze generali, un sistema di giudizii, di paragoni, di
ricerche sulle cose umane . . . Essa cercherà le cose ed i fatti delle
società umane, e di tutto il genere umano. Cercherà come le umane
religioni nascano e crescano, come le arti sorgano, come si perfezionino
e si corrompano ancora, come si stabiliscano le sociali e civili istitu-
zioni, come le leggi si formino, come gli umani fatti avvengano e si
discorrendo. Essa formerà dalle particolari storie delle nazioni, dalle
singolari loro religioni, lingue, scritture, arti, leggi, costumi, una storia
cfenerale e comune, una storia in certo modo naturale delle società e
de' popoli . . . Perciò essa si propone a sciorre. sin dove si può, questi
sublimi e terribili problemi : Data questa terra, questi climi, questa
razza umana, determinare sino ad un dato segno, le conoscense che
si acquisterebbero, le istituzioni che si fonderebbero, i fatti che si
eseguirebbero » (-).
Quanto alle partizioni di questa scienza, egli dice testualmente :
« io dividerei tutta la scienza delle cose umane in quattro gran parti
0 libri. Nel primo libro tratterei del Nesso di origine, cioè del ligame
che hanno le cose umane colle cagioni loro. Nel secondo tratterei del
Nesso di coesistenza, del ligame di simultaneità, e quasi della co-
mune vita delle umane cose. Nel terzo del Nesso di successione, del
ligame di subordinazione e di corso, e quasi dell'età delle cose umane.
Nel quarto finalmente discorrerei del Nesso di comunicazione, del li-
game di peregrinazione, cioè del loro trapiantamento e passaggio di
luogo in luogo » (^).
Le cagioni poi delle cose umane possono, secondo il Jannelli, es-
sere distinte in due grandi classi, cioè in : cagioni determinanti o
impellenti, e in cagioni efficienti. Cagioni determinanti sono tutti i
nostri bisogni che possono distinguersi in : fisici, psicologici, politici e
scientifici. Cagioni efficienti sono le forze umane che possono dividersi
in: animali, razionali, etiche e scientifiche (").
Enumerate queste specie di cagioni, il Jannelli dimostra diffusa-
mente la necessità di studiare i vari nessi di origine, di coesistenza,
(') Saggio ecc., p. 77, op. cit.
(2) Saggio ecc., pp. 17-18, op. cit.
(3) Saggio ecc., pp. 174-175, op. cit.
{*) Saggio ecc., pp. 176-177, op. cit.
— 250 —
di successione e di comunicazione che intercedono tra tutte queste forze
e questi bisogni coi fatti e le cose umane che ne rampollano (').
Terminata in tal modo l'esposizione della dottrina del Jannelli,
nella nostra Memoria ci soffermeremo a dimostrare specialmente questi
tre punti di capitale importanza: 1) come Saggio del Jannelli, di-
rettamente si colleghi colla Scienza Nuova del Vico ; 2) come il Jan-
nelli in gran parte precorra e superi il Comte nell'esatta determina-
zione del compito e dell' importanza della sociologia ; 3) come, malgrado
lacune e difetti, in massima parte dovuti al tempo, in cui scriveva il
Jannelli, l'opera sua contenga vedute e teorie luminose degne di essere
riprese e fecondate dal pensiero moderno.
(') Saggio ecc., pp. 178-180, op. cit.
XXVI.
De l'influence philosophique de la religion musulmane sur le
caractère particdlier des mceurs et de la mentalite des
femmes arabes du nord-ouest africain.
Comunicazione della signora Aucher de Ferrer.
Parler de la mentalité des femmes de l'Islam, semblera un non
sens à ceux qui ne connaissent qua superficiellement la religion de
Mohammed.
D'autre part s'imaginer le cerveau des femmes islamiques orga-
nisé corame celui des chrétiennes intelligentes, serait eucore une plus
grande erreur. — Gomme il arri ve presque toujom-s en matière aussi
delicate que l'étude des caractères, et la physiologie féminine en par-
ticulier, la vérité est au milieu.
A savoir: que la femme musulmane s'est faite une àme parfai-
tement adequate à la vie qu'elle est obligée de mener.
Nous sommes donc en présence d'un étre généralement raison-
nable, avant compris son but et y allant sans plirases. Avec d'autant
moins de phrases qu'elle a fort peii d'imagination et encore moins de
littérature et pour cause.
La musulmane ne sait ni lire ni éerire, exception faite pour les
femmes berbères Imoubar ou Touaregs, qui sont lettrées parce que de
tièdes musulmanes, et sur le caractère desquelles nous reviendrons.
La femme arabe du Nord-Ouest Africain est avant tout une mère
parfaite. Non seulement la maternité est pour elle un devoir, mais
e' est une gioire, la sterilite est une sorte de honte, ou tout au moins
une tare, un cas très légitime de répudiation de la part de l'époux
suivant la loi Coranique.
N'est-ce pas bien comprendre le but universel de la procréation,
assigné à tonte la féminité?
— 252 —
N'est-ce pas accomplir avec sérénité, avec courage, car il y a,
courage pour la femme à rechercher la maternité, la mission sacrée
par excellence de faire des hommes?
N'est-ce pas là une sorte de supériorité de la femme musulmane
sur nombre de femmes chrétiennes, paiennes, libre-penseuses, ou d'autres
mentalités ancore?
Nous pensons qu'avec ce fond bien établi de la morale: étre
mère pour étre honorée, la musulmane est dans le droit chemin, non
pas du bonheur, car nous saA'ons tous qu'il n'est point de ce monde,
mais dans le chemin le moins épineux, le mieux proportionné aux
forces physiques, physiologiques et méme psychiques de l'humanité
féminine.
Ainsi la femme musulmane est avant tout mère de famille, e' est
sa fonction naturelle et elle l'exerce avec une grande précision pour
le développement physique de ses enfants, autant qu'avec une grande
préoccupation morale pour leur développement vers le bien, vers la
dignité humaine.
Nous ne disons pas que la femme musulmane soit préoccupée de
l'intellectualité de ses fils, au sens que nous autres, modernes latine»
ou saxonnes, nous attachons à ce mot, mais la musulmane autant que
nous, souhaite ^élever sa progéniture toujours plus haut, de la faire
monter au gradin supérieur, de l'afiìner sans cesse. La musulmane est
donc tout autant que nous, en tant que femme-mère, l'agent prin-
cipal du progrès humain.
Les religions les plus solides sont précisément celles, qui au
nombre de leurs théories, comptent l'influence féminine comme un
facteur, sinon égal, tout au moins équivalent à Tìnfluence masculine.
La religion musulmane nous paraìt donc devoir étre classée parmi
les plus solidement établies, si non la mieux assise, cai' plus que tout
autre elle place la maternité au premier pian comme devoir social
féminin.
D'où, progression constante de la race, et diffusion de la religion
coranique dans le Nord-Ouest et peut-on dire dans la plus grande
partie de l'Afrique occidentale.
Le Coran, qui est tout à la fois un code religieux et civil, pro-
tège avec un soin jaloux le droit des femmes mariées, et comme il y a
un très petit nombre de femmes célibataires, on peut dire qu'elles sont
toutes plus à l'abri des revers de fortune dans le monde islamique
que dans les autres sociétés.
— 253 —
En effet, si l'autori té du pére de famille est entière quant à la
direction generale du groupe, cette autorité ne comporte pas les abus
de pouvoir quant aux biens de la femme, contrairement à ce qui se
passe asse» fréquemment dans le monde chrétien, par exemple,
Quand on regarde superficiellement la famille musulmane, la
femme qui subit la polygamie semble en effet devoir étre ravalée au
rang inférieur comme mentalité. Mais quand au contraire on regarde
avec attention la conduite que tiennent en si pénible occurrence la
majorité des femmes musulmanes, on ne peut se défendre, non seu-
lement d'un sentiment de commisération, mais aussi d'un sentiment
d'admiration pour la dignité et la sagesse avec lesquelles elles savent
supporter ce mauvais coté de la loi coranique.
Il est à remarquer que la polygamie tend à diminuer, et que
contrairement à ce qu'on en pense généralement, l'islamisme est per-
fectible, car de ce qu'il est permis à un liomme de prendre quatre
«pouses et de nombreuses concubines, il ne s'eusuit pas qu'il y soit
obligé pour montrer un rang enviable.
Aussi bien une musulmane peut stipuler au contrat de mariage
■qui est dressé par le cadi, qu'elle s'oppose à ce que son époux prenne
une autre femme.
L' époux peut passer outre, mais e' est alors un cas de divorce.
Nous ne pouvons exposer ici, tous les cas, tous les traits de
moeurs qui démontrent que Tinfluence philosophique de la religion mu-
sulmane a été grande sur le cerveau de la femme arabe.
D'abord, parco que cette religion, en s'adultérant comme tonte
religion loin de son berceau, a, peu à peu, défiguré la volente, la
pensée, le genie du mahométisme; ensuite, parco que en ce qui con-
cerne particulièrement le caractère de la femme arabe musulmane, des
chapitres ne suffiraient pas pour en analyser les variétés.
Mais il ressort d'un ensemble considérable de longues observa-
tions, que la mentalité de la femme musulmane a été heureusement
impressionnée par cette religion, qui la rend pour ainsi dire tout en-
tière à sa première destination: la maternité.
Toute sa religion est là, pour les détails elle s'en rapport à l'iiomme.
Quoi de plus philosophique? Quoi de plus logique pour la pra-
tique de la vie, dans un monde qui fait la plus large part au fata-
lismo, qui attend tout de la Providence!
La mentalité de la musulmane est courte, dira-t-on, parce que
indifferente aux extériorités, et d'ailleurs ignorante autant que femme
peut Tetre; cela est vrai.
— 254 —
Malgré cela, aussi sensible que tout autre à certaine sensation
d'art: elle chante des poésies, mais elle n'en compose jamais; elle
danse, elle parie, elle agit avec un souci Constant de la plus grande
pudeur, si e' est une femme de la société honnéte. Et e' est toujours
avec cette préoceupation de dignité et de pudeur qu'elle s'enveloppe
de voiles impénétrables à l'oeil, quand il lui arrive de sortir exception-
nellement en public.
La femme du peuple a les mémes préoccupations, pour ainsi dire
religieuses, de la dignité humaine, mais la misere, la nécessité de
gagner le salaire quotidien, ou le besoin de vaquer à tous les soins
matériels, ne lui permettent pas de se voiler, de caclier sa vie aussi her-
métiquement, mais elle est comme tonte musulmane: la femme-mère
par excellence.
Le monde arabe du Nord-Ouest Africain comporte de nombreuses
variétés de types. Il n'est méme pas exact de comprendre toutes les
populations de ces vastes régions sous cette appellation d'arabes, sous
preteste que ces populations sont musulmanes.
En effet, parmi ces musulmans un grand nombre se trouve étre
des berbères, lesquels subissent avec une certaine tiédeur les lois im-
posées par le prophète Mohammed. Plusieurs groupes de ces berbères
ont méme gardé leurs lois civiles ne prenant au Coran que ses pré-
ceptes religieux; tels sont la plupart des tribus Kabyles.
Dans ces tribus Kabyles, chez ces habitants des montagnes, la con-
dition de la femme est très inférieure; la loi coranique n'étant pas ap-
pliquée intégralement, ne la protège plus, elle se trouve pour ainsi dire
abandonnée aux chances brutales de la vie. Moins affinée que la musul-
mane arabe, elle subit la mateniité, mais elle ne la glorifie pas de méme.
Une autre branche de la race berbere s'est enfuie au temps des
invasions de l'Afrique du Nord, vers le centre.
Se séparant du monde pendant des siècles, ces berbères que nous
nommons Touaregs ou plus exactements Imouhar, ne sont pas à pro-
prement parler des musulmans. lls ont conserve une sorte de droit
coutumier, car la caractéristique de leur état d'àme est un amour in-
transigeant de l' indépendance.
Mais l'Islam bien que les ayant incomplètement convertis, n'en
a pas moins touché l'esprit surtout de la partie feminine de cette
population Touareg.
Les femmes Imouhar très lettrées, seules lettrées, peut-on dire,
sont des mères parfaites et qui plus est des éducatrices accomplies,
c'est-à-dire doublement mères.
— 255 —
Noiis voyons quel résultats bienfaisanls la religion musulmane a
produit sur la mentalité des femmes des différentes races arabes et
berbères du Nord-Ouest Africain.
Nous disons qu'une religion a une infiuence philosophique de
premier ordre, quand elle peut pousser à la conservation des races et
à leur progress ion en nombre et en sagesse, par des moyens simples,
c'est-à-dire en obéissant aux lois de la nature, en assignant aux étres
leur fonction dans la société.
Glorifier la maternité, montrer à la femme le but, le summum
de sa dignité pour Vaccomplissement de cette fonction humaine, si
voisine de la divinité, c'est l'oeuvre d'une religion respectable.
L'islamisme n'est peut-étre pas une religion de progrès intel-
lectuels, au sens moderne, mais cette religion a participé grandement
et participé ancore à pousser l'humanité à ses fìns, c'est-a-dire vers
le mieus, vers le bien.
Nous terminerons par la communication de tous les types photo-
graphiés des femmes musulmanes des régions du Nord Africain et des
oasis à l'exception des femmes Touaregs ou Imoubar.
Au sujet de ces dernières nous donnons en communication une note
sur « le chant ches les Imouhar " étude delicate de M. Rimbaud,
officier interprete résident depuis longtemps au milieu de ces curieuses
populations.
Ainsi se terminerà par des chansons, d'ailleurs fort savamment
expliquées et traduites, cette rapide étude sur la mentalité feminine
musulmane.
LE CHANT CHEZ LES IMOUHAR
par l'officier interprete Rimbaud.
Perfide, sanguinaire et bruta!, le Targui n'en a pas moins une
àme accessible à l'émotion esthétique. Gomme tous les peuples pri-
mitifs, les Imouhar (0 n'ont d'autres sens pour le Beau, que la vue
et l'ouie.
(■) Lnouhar', au singulier Amaher, est un mot de la langue Tamaheg qui
(lésigne la nation Targui. L'appellation de Touareg, au singulier Targui, est exclu-
sivement arabe.
— 256 —
La capacité esthétique des sens du toucher et de l'odorai est
coraplètement nulle chex eux. Celle du sens du goùt s'affirme quel-
quefois. Aussi chantent-ils surfcout dans leurs poèmes, la beauté phy-
sique de leurs ferames, la valeur de leurs montures, la richesse de
leurs habits, la solidité de leurs armes, les grands coups portés dans
un combat, la douceur des sons de l'amzad (*), la fertilité d'une vallee,
assez rarement, la saveur des mets, et jamais par exemple, le satiné
d'un corps de femme ou la suavité d'un parfum. Cherchant à rendre
ce qu'ils découvrent dans le champ des impressions visuelles ou audi-
tives, ils ont recours à de bardies métaphores, à de brillantes images,
à de fréquentes onomatopées. Leur langue est donc encore dans les
limbes. Aussi ne parviennent-ils pas toujours, à rendre pleinement leur
pensée. Ils l'indiquent souvent d'un mot; cela suffit à l'intelligence
de leurs auditeurs, au courant des faits de la tribù et dont l'enten-
dement est habitué à cette concision. Mais, il en résulte parfois pour
DOS àmes de civilisés de l'ambiguité, de l'incompréhensibilité. Malgré
tout, leur langue, brillante, colorée, est séduisante à plus d'un titre.
Le cbant est une des passions des Imoubar'. Il tient une grande
place dans leur vie intime. Quelle volupté pour eux que d'écouter
chanter au retour d'un lointain et fatiguant voyage, les femmes s'ac-
compagnant de l'Amzad. Célèbrent-elles les prouesses de guerriers!
des cris de guerre et de mort accompagnent les derniers vers de chacun
de leurs couplets; chantent-elles les plaisirs de l'amour! de douces
intonations sortent de ces rudes gosiers, accompagnant en sourdine la
voix plus delicate des femmes. Chanter est considéré par eux comme
une action louable.
Nek smanine taou'ik ouettonid:
Moi le cbant lui j 'apporta ne pas tu es né
Ouettehi bekad' ouella merkid
Ne pas dans lui péché par Dieu action louable
Djari d'amak' k' ar kela ouetiehid
Entre moi et Dieu non ne pas tu te trouves.
« Je chantais avant que tu ne fusses né » .
« Ce n'est point un péché, que de chanter par Dieu e' est une
chose louable ».
« Entre Dieu et moi ne t'interpose point » .
(>) L'amzad est le violon à une corde des Touareg. Le coffre est forme d'une
calebasse tendue d'une peau.
— 257 —
Les Imouliar' se réunissent poiir clianter, surtout les jeunes gens
et les jeunes fiUes. Ils se donnent rendez-vous en un endroit convenu,
et, le jour fixé, y accourent de fort loin, les hommes vétus de leurs
plus beaux habits, porteurs de leurs plus belles armes, les femmes
parées de leurs plus beaux atours. Les groupes se forment par sym-
pathies, les femmes se pla9ant au milieu, les hommes les entourant.
Les chants alteraent alors avec les causeries. L'imagination, la verve
et l'esprit de chacun ont libre cours. Certains échangent de doux propos
et forment des projets d'avenir. Chose remarquable, ces réunions se
passent toujours le plus sagement du monde et les jeunes filles ne
songent jamais à s'éloigner des groupes avec leurs galants.
Contrairement aux Arabes, les Imouhar', tièdes musiilmans, n'ont
point de répugnance à se trouver ouvertement en contact avec leurs femmes.
EUes vont visage découvert en leur présence, et sont, de leur
part, l'objet d'une grande déférence. Ces usages ont prévalu chez les
Touareg malgré l'Islam.
Le role de la lemme dans la société targuie est prépondérant.
G'est par elle que se perpétue l'affinité du sang dans les familles
aristocratiques, où, le principe de l'iiére'dite' étant admis, l'autorité
temporelle se tiansmet, pour étre plus siìr qu'un méme sang unit la
succession des Amr'ar. h la descendance male de la sceur aìnée du
défunt et non à la descendance directe de celui-ci. C'est le fils aìné
de la sffiur aìnée qui, à la mort de l'Amenoukal (chef supreme) re-
cueille sa charge. Tassa u makeka'l temsel; c'est le ventre de ta
mère qui fa teint, disent les Touareg dans leur langage expressif.
En outre, dans la famille, les soins domestiques, l'éducation et
l'instruction des jeunes enfants incombeut aux femmes. Elles sonttoutes
lettrées. Ce sont elles qui généralement agrémentent de tifinar' les
armes de leurs époux, les ustensiles de ménage, les instruments de
musique etc Elles apprennent à clianter à leurs enfants et leur
enseignent à écrire. Leur alphabet qu'ils tracent sur le sable, la piene
ou le bois, est compris, à l'exception de sept lettres, savoir : Jeb (0),
Jedj {'\-), Jek{-:), lek' {...), Jech{:>), Jeh{\). et Je/c/i {::),
qu'ils apprennent séparément ainsi que les lettres combinées, dans les
trois vers suivants:
Jad'' imata ioulet our' ennis
Fatima fille d'our'ennis
Tamarrazet ennit our teouad' is
Le ventre d'elle ne pas se tate
Tagalet nii maraou ussari d sedis
Condition d'elle dix chevaux et six.
Sezione VII. — Storia della Filosofia. 17
— 258 —
« On n'obtient les faveurs de Fatima fiUe d'our'ennis, qua
condition de lui donner seize chevaux".
Cet alphabet pourra paraìtre un peu risqué, mais, bien avant
l'àge de puberté, les jeunes Touareg, point commun à toutes les races
sémitiques et hamitiques n'oiit plus rien à apprendre sous le rapport
des relations intimes des deux sexes; la promiscuite' et la liberté de
langage les ont eu vite édifie's.
Les Touareg ne se servent de leur Tifinar' que pour écrire leur
nom, de très courtes sentences ou des poésies de trois ou quatre vers.
Cela s'explique aisément; e'crivant ordinairement au mojen d'un ins-
trument en fer, sur la pierre, le bois où les métaux, ils se lassent
vite d'un exercice aussi pe'nible. D'autre part la langue arabe écrite
par un infime minorité, n'appartenant au reste point à la race des
Imouhar', n'est employée que dans les relations officielles avec l'Etran-
ger ou pour les questions se rattachant de près ou de loin à la religion.
Aussi le cbant intervient-il comme un moyen de conservation et
de tradition. 11 supplée à l'écriture dont le développement n'a pu étre
favorise' par la grossièreté des matériaux employés à en fixer les ca-
ractères. C'est un moyen de mne'motechnie pour conserver aux ge'né-
rations à venir la me'moire des grands événements, des faits impor-
tants de la tribù, de la nation, car il est incontestable que les vers
chantés sur des airs simples, au rythme vigoureux et cadencé, se re-
tiennent plus facilement que la prose.
Le chant intervient encore comme moyen d'e'ducation. En outre
des faits et gestes de leurs pères, il enseigne aux jeunes Touareg les
US et coutumes de leur nation et contribue à les initier à la vie do-
mestique et sociale, à leur apprendre à discerner le bien du mal, à
honorer la bravoure, à me'priser la làchete', à aimer le sol natal, a
hair l'Etranger, en un mot développe leurs qualités morales et tend
à en faire des hommes tels que les Touareg les con90Ìvent.
La musique cbez les Imouhar' est étroitement liée à la poe'sie.
Leurs poèmes sont innombrables et ne sont faits que pour étre chantés.
Comme les Arabes ils versifient avec une remarquable facilité et cette
facilité s'exerce chez eux à tous propos.
Ils n'obéissent pour composer leurs poésies qu'aux besoins du
« Tiouit » (-1- ^ : f air, équivalent arabe t^-^) auquelils assujettisseut
le vers, qui, selon le cas, peut avoir huit, neuf, dix ou onze syllabes.
Point de cesure, la rime est à peine nécessaire. Elle n'existe parfois
pas et souvent est soumise à des fluctuations qui démontrent qu'elle
est loin d'étre rigoureusement réglemeutée.
— 259 —
Les memes rìmes oii assonances peuvent terminer les vers d'un
méme morceau de poesie. Elias sont quelquefois accouplées deux à
deux. Le nombre des vers rimant ensemble peut étre aussi variablò,
ainsi que leur mesiire syllabique.
Tous les moyens paraissent admis pour assujettir le vers au
« Tioiiit », la contraction, 1" élision, l'emploi du mascnlin ou dii sin-
giilier pour le féminin ou le pluriel et réciproquement, l'addition d'un
pied dans un vers ou sa suppression, etc L'euphonie intervient aussi
et donne lieu, comme dans le langage courant, à de nombreuses mo-
difications des mots.
L'on peut donc dire que la métrique chez les Imouhar' n'existe
point et ne saurait étre déterminée en tant que science, puisque la
poesie est soumise aux besoins de la musique, c'est-à-dire obéit à des
lois existant en dehors d'elle.
Où est la règie, où est la licence, l'irrégularité dans leurs poèmes?
Les Touareg eux-mémes ne peuvent nous le dire et leurs productions
ne nous le révèlent point, puisqu'elles présentent les plus étranges
contradictions lorsqu'il s'agit d'en déduire les règles d'une métrique.
Asservie à la musique, la poesie n'est point indépendante. Ces
deux arts intimement liés tendent chez les Imouhar' à l'éducation de
la jeunesse et à la conservation des événements capitaux du passe.
C'est ce qui explique pourquoi ils sont tant en honneur chez eux.
Le " Tiouit » avons-nous dit, est la base de tonte composition
poétique.
Voici pour les Imouhar' de l'Ahaggar, la seule région habitée
par les Touareg où il nous ait été donne de pénétrer, les noms des
principaux « Touit » auxquels ils adaptent toutes leurs poe'sies :
O^0D3II #
Asel Isembir
A : Df Al :
Ouan dat amoud
. . : •: o
Asekaka
IOI3 : ^-H
Tihad' anarin
00
Arab
Il ^0
Salanin
1 •!• : 1 1
Iloudjan
lO^lf
Ta n Ussari
• 11^
Amana (Emprunté aux Azadjer)
— 260 —
Nous doanons pour terminer cette étude, des cliants par iious re-
cueillis chez les ahaggar.
Nek amis oua hin our ilr' in (')
Moi chameau celui de moi ne pas est mauvais
ouettili der'' akalem ouad our idjiìi
ne pas est dans pays ou ne pas il s'est agenouillé
Joussa Timelloulen d'efer aouin
Il est alle (à) Timelloulen apri^s cela
Joussa Tihaggarin dereinin
Il est alle (chez) les femmes de Tahaggar corpulentes.
Ecliit Khénoukhen anemahalnin
filles (de) Khe'noukhen étant vis à vis
Ilound ta'ilalt d Kourou amsedaduin
Gomme Ta'ilat et Kourou étant superposés
Mir'' iziben n ouref anemahalnin
ou boucles d'oreilles d'or étant vis à vis
gaduet foli Timeur'' assatin
ont insulté moi les femmes des Imak'saten
Midden nesehet emmouten baten
Les hommes d'elles sont morts ne sont plus.
Mon chameau n'est pas une bete vile. Il n'est point d'endroit sur
la terre où il ne se soit arrété. Il est alle jusqu'à Tinelloulen et plus
loin encore. Il m'a conduit anprès de corpulentes (^) femmes de l'ahaggar.
Et chez les filles de Khénoiiklen {^) se tenant deux par deux. Tels la
Tailtalt et le Kourou ('^) superposés, ou tels des pendants d'oreilles d'or
disposés de chaque coté de la téte. Les femmes des Imok'saten m'ont
crié des iujures (en traversant leur pays). Car leurs époux avaient trouvé
la mort (dans le combat).
(') Nous transcrivons les mots Tamaheq tels qu'ils nous ont été donnés par
les Touareg: on remarquera de nombreuses contradictions dans rorthograplie.
(-) Les grosses femmes sont trés appréciées des Touareg. Un embonpoint
exagéré est pour eux le sublimo de la beauté.
(') « Les filles de Khénoukhen " cette locution est fréquemment employée
pour débigner les femmes de Fazdjer, où s'exer^ait Tautorité de Khénoukhen un
des derniers amenoukhal de cette région.
(*) La TaTlalt et le Kourou sont deux vétements des Touareg de fabrication
.soudanaise. Ils ont la coupé de gandouras très amples La Ta'ilalt se porte sur
le Kourou. Tous deux sont faits de bandes d'un tissu lustre, bleu ordinairement,
ajoutées les unes aux autres. Ils sont ornés de broderies blanches ou de couleur.
La splendeur de ces vétements les rend si précieux aux Touareg qu' ils leur com-
parent la beauté féminine.
~ 261 —
Ahaggar d Azdjer animahazen
Pays du Ahaggar et (de) Tazdjer étant proches
ouettilar tadouit nezerrebahen (»)
Ne pas il est une soirée nous allons voir nos amantes
Enaten Sakalum Sikabaren
Frères voyageant causant en faisant trotter les montures
Djer assen cher' anba d Ihaggaren
entre eux chaanba et ahaggar
Dat amoud{^) der' 2ouhi Inememen
avant point du jour à Touhi se sont reiicontre's
Tidet middem nessen emdan emmouten
Vérité les hommes d'eux tous sont morts
Ahitar'el{^) idedj Amr'ar nessen
Ahitar'el a percé chef d'eus
Iman nit saliar'' ibod' adanen
Personne de lui avec lance a perforé intestins
Ihaggaren cher^anba ohar' en{^)
ahaggar chaanba ont fondu sur.
Le pays de l'Ahaggar et celui de l'Azdjer sont proches (Entre eux)
il y a moins d'une soirée de marche (pour nous) lorsque nous allons
voir nos amantes. (Unis comme) des frères voj'ageant et pressant leurs
montures tout en devisant. Entre ces régions, chaanba et ahaggar, se
sont rencontrés à Touhi, avant le point du jour. Il est exact que les
chaanba aient tous péri, Ahitar'el, lui-méme, a percé leur chef. De sa
lance et lui a perforé les intestins. Les ahaggar se sont jetés sur les
chaanba.
Eddonnet elhin eten ihan
Les gens les démons eux étant dans
Er'' ilen tidet d bahou oulan
Ils supposent véritd et mensonges semblables
Ilelli ionia eddonnet emdan
Noble vaut les gens tous.
(') De la racine « ezerrebah » qui signifie quitter un lieu pour aller voir
son amante. On remarquera l'étrange forme de ce mot qui paraìt étre à la fois
une première personne du pluriel et un participe.
(^) « Amoud » mot d'origine arabe que Fon rencontre dans cette espression
« Amoud En Nehar » ( > \j)^\ ;><__»-»*) " les piliers du jour » pour dire le point
du jour.
(') « Ahitar'el » Amenoukal des Ahaggar mort récemment à un àge très
avance. A eu pour successeur Amellen.
(*) Il s'agirait ici d'un contro rezzou dirige en 1865, contre des chaamba,
par Ahitar'el.
— 262 —
Les gens sont insensés. Ils confondent mensonge et vérité. Le
noble ne vaut pas mieux que le commim du peuple.
Itar' san ti mellalen ti Kaoulen (')
Valleis celles étant blanches celles étant noires
Bddonnet temezza'i taharadjen
Les gens se séparent se rencontrent
E'i chard' en Ka'ioud'' et u aouadem
Ce que étant mauvais haine des hommes
Farmi les vallées il en est de fertiles et d'incultes. Les gens se
quittent et se retrouvent. Ce qui est laid, e' est la méchanceté des
hommes.
Tenna amzad (^) as ten nouedh {') fol Kissan
Elle a dit amzad lorsque eux nous rejoignìraes a' Kissan
Souan akh u tollemin ekchan issan
Buvant lait des cliamelles mangeant viande
Mesensa fol sen aliar'' en (*) dougdan
Avons jeté sur eux lances nombreuses
Teggat tin tebint{') iri d ibr'an
A frappé celles au tebint cou etjambes
Narab ioulan (^) terrourH u errouman
Arabes pareils couleur jaune des grenades.
Les ayant rejoints à Kissan, alors qu' ils se régalaient de lait de
chamelles et de viande, nous leur lan9àmes de nombreuses lances. Les
sabres frappèrent les cous et les membres. Les Arabes devinrent (de
frayeur) jaunes comme des grenades.
(') « Terre bianche » comme en arabe signifie terre nue, inculte. — « Terre
noire » au contraire sert à designer un terrain fertile, rendu noir, sombre par
l'abondance des végétaux qui y poussent.
C) « Tenna amzad » souvent les Touareg commencent leurs chansons par
ces mots, qui pourraient étre traduits ainsi: elle chanta s'accompagnant de
l'amzad.
(") Mouedh pour nouedhed.
(*).Les Touareg se servent surtout de la lance comme arme de jet. L'ayant
lancée, en lui imprimant avec la paurae de la main droite un mouvement vibra-
toire, ils attaquent au sabre.
(*J « Tebint » est la monturs en cuivre qui garnit le haut du fourreau du
sabre. Celle du bas s'appelle « Teffaguit » et la poignée «Ir''ef».
(") Narab est mis pour « araben ».
- 263 —
Midden tar'erd zaien tidjefaln (')
Hommes tous habitant tentes
Lon tin ouran (^) sassen tissar'' arin
Possédant celles (aux) chamelons ils boivent (le lait) des charaelles
Nekkounen nadj djer^ irin (')
Moi je me cache (sous) gommiers
Nek d enhil nemmoudja timar'' irin
Moi et autruche nous faisons pari
Koud terid isalan oui sakhenin (*)
Si tu veux nouvelles celles exactes
Isalan tebetnin (*) oui leW uin (*)
Nouvelles certaines celles sùrcs
Iba u tela ahit i souedjen aouin
Peu de fortune ce qui à moi faisant cela.
Tous les hommes sous la tente. Ils possédent des chamelles suitées
de jeunes chamelons, et boivent le lait de celles qui ont récemment
mis bas. Moi, je m'abrite à l'ombre des gommiers et dispute cet abri
àl'autruche. Si tu veux connaìtre l'exacte vérité, la vérité pure exempte
d' incertitude (Sache) que e' est le manque de fortune qui me contraint
i\ cela.
As edefeler' tin ami u el Kad'
Lorsque je vais vers celle à la bouche de papier
Er'' iler'' ara u tollenin ieqd' ad'
Je m'imagine le fils des chamelles oiseau
Makelton toula eddonnet emdan
()um keltoum pareille gens bons
Koudet ou hi ieri nek tet iran
Si ne pas moi elle alme moi elle aimant
Ad''han isidonel ehmar w aredjan
Homme bardi (l'a) élevé garrot du cbameau
Our ihi usar u ag oulli (*) ou la iklan
Ne pas dans lui veine de fils de chèvres et ne pas nègres
Tit in ouet teloula semidei haggar'
Oeil de moi ne pas laissé rouler larmes rouges.
(•) « Tadjefait » pi. « Tidjefain signifie plus exactement, la tentare qui sert
à diviser une tente, le hail ( J!> Ia.) des Arabes.
(«) « Ouran » vient du mot arabe haouar {^\o^) et désigne le charaeau
jusqu'à l'àge de six mois « tinouran « celles aux ouran, c'est-à-dire les chamelles
suitées d'ouran.
(3) « Tasser' art », pi. " Tisser' arin » est la chamelle suitée du Bouleboun
(^_yJJl_^l) des Arabes.
(4) On reconnaìtra dans ces mots les racines arabes ^^ ^J-^-^ ^^..
(5) «Fils de chévres » c'est-à-dire berger, serf qui fait pacager les troupeauj,
amr'id.
— 264 -
Loi'sque je me rends aiiprès de celles dont les dents ont la blan-
cheur du papier, je m' imagine que ma monture a la rapidité d' un
oiseau. Oum Keltoum est semblable à toutes les femmes. Je l'aime
quoiqu'elle ne m'aime point. Je suis un homme bardi qua rendu viril
le Garrot du cbameau (0- Mes veines ne contiennent ni sang de berger
ni sang de negre. Mes yeux ne versent jamais de larmes de sang.
') En l'enfourchant dès sa plus tendre enfance.
INDICE
PARTE PRIMA.
Pag.
Verbali delle sedute v
PARTE SECONDA.
1). Temi di discussione:
I. Barzellotti prof. Giacomo, Di alcuni criteri direttivi deirodierno
concetto della storia, che restano tuttora da applicare pienamente
e rigorosamente alla storia della filosofia, massime di quel periodo
che va dal Rinascimento al Kant (Relazione) 3
IL Lasson prof. Adolfo, Sul sistema scientifico di una storia della filo-
sofia (Discorso) 15
III. Tocco prof. Felice, Quali sarebbero i mezzi più efiicaci per promuo-
vere dei lavori monografici sulla storia della filosofia nella rina-
scenza (per es., sul Cardano, Paracelso, Della Porta), ecc. (Relazione) 19
IV. Stein prof. Ludwig, Proposta di un Corpus philosophorum degli
umanisti bizantini inediti, dispersi in biblioteche ed archivi ita-
liani. (I precursori del rinascimento in Italia) (Relazione) ... 21
2). Comunicazioni:
V. Tocco prof. Felice, Sulla questione platonica 25
VI. Chiappelli prof. Alessandro, Gli elementi egizi nella cosmogonia
di Talete 29
VII. Lasson prof. Adolfo, Se gli egizi ebbero influenza sulle dottrine
di Talete 45
Vili. Labanca prof. Baldassarre, La Bibbia e la filosofia cristiana . . 47
IX. Pigorini-Beri Caterina, Di un singolare uso nuziale nel patri-
monio raatildico ^^
— 266 —
Pag.
X. Bonet-Maury prof. Gaston, Saint Colomban et la fondation des
monastères irlandais en Brie au VII^ siede 9^
XI. Harnack prof. Adolfo, Osservazioni storiche sulle origini del Nuovo
Testamento 123^
XII. Chiappelli prof. Alessandro, Il valore teoretico della storia della
filosofia 12^
XIII. MiLESi prof. G. B., La filosofia di Pitagora, di Democrito, di Galilei
e di Borelli e le moderne teorie meccaniciste 13^
XIV. Eamorino prof. Felice, L'apologetico di Tertulliano e l'Ottavio di
Minucio 143
XV. Tauro prof. Giacomo, Del concetto della storia della pedagogia
come parte induttiva della scienza dell'educazione ITD'
XVI. Gentile prof. Giovanni, La filosofia a Napoli dopo G. B. Vico
(1750-1850) 187
XVII. Jerace prof. Michelangelo, Il momento storico dell'educazione
fisica ......' > • • 191
XVin. Eavà comm. Vittore, Di due documenti inediti, relativi al medico
e filosofo ebreo Jacob Mantino, messi in rapporto con lo scritto
pubblicato sul Mantino stesso dal dott. David Kaufmann nella
Revue des études juives 195
XIX. Chajes prof. H. P., Ben-Stda 199
XX. KoMANO prof. Salvatore, Il riordinamento degli studi nel Piemonte
promosso nel secolo XVIII da due illustri siciliani 207
XXL Orestano prof. Francesco, Di un frammento di Anassimandro. . 211
XXII. EoMANO prof. Salvatore, Libri di metodica e di pedagogia pubbli-
cati in Sicilia nel 1700 e nella prima metà del 1800 .... 213
XXni. MiNOCCHi Salvatore, I salmi messianici, saggio di una edizione
critica del testo ebraico 217
XXIV. Pavolini prof. Paolo Emilio, Sul contributo dell'Italia alla proget-
tata edizione critica del Mahàbbàrata 241
XXV. Groppali prof. Alessandro, Nota intorno alla vita ed agli scritti
di Cataldo Jannelli considerato specialmente come precursore delle
ricerche storiografiche e sociologiche moderne 243
XXVI. De Ferrer Aucher, De l'influence philosophique de la rèligion mu-
sulmane sur le caractère particulier des mceurs et de la mentalité
des femmes arabes du nord-ouest africain 251
3) International Congress of
3 Historic'l .Sciences, Rome,
A2 1903
1903 Atti d^l. Jcn:^resso
V.11 internazioi.:'.!*^ di scienze
storich'c;
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